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LA VITA VERA
di Alessandro Conti Puorger

ANTICO EGITTO - VINO, DONO DIVINO
Inizio il presente articolo con l'interessarmi un poco della storia del vino per avvicinarmi con un bagaglio di nozioni al tema relativo a "La vite vera" che ha per motore la famosa parabola del Vangelo di Giovanni in quanto questa attinge alla cultura vinicola che c'era in terra di Canaan formatasi con gli apporti delle civiltà vicine.
La vite, peraltro, è una delle più antiche piante della terra.
La coltivazione della vite per la produzione di uva da tavola e per la vinificazione ha avuto inizio nel Neolitico prima della fine della preistoria.
L'Asia meridionale pare proprio essere stata il suo luogo d'origine.
La Bibbia conferma il fatto, perché nel libro della Genesi si parla di una prima vigna piantata dopo il diluvio in Armenia da Noè alle falde del monte Ararat.
Scritture sumeriche risalenti alla prima metà del III millennio a.C. attestano che la vite già allora era coltivata per produrre vino.
Il nome della vite porta a pensare al dono della vita; infatti, sin dall'antichità furono riconosciuti i poteri vitali di questa pianta.


La pianta si diffuse solo nel continente euro-asiatico, forse, quindi, dopo la deriva dei continenti e solo nei tempi storici si è estesa in Europa da cui fu portata in America nel 1541 da un frate spagnolo Francisco de Carabantes, indi dai Padri Bianchi fu poi introdotta in Africa alla fine del XIX secolo e nel XX emigranti la portarono in Australia.
La parola vino, in francese vin, in inglese "wine", in tedesco "wein", in spagnolo "vino", discende dal latino "vinum", che a sua volta ha origine nel greco "oinos", "".
La teoria più diffusa è che "vino" derivi dal termine sanscrito vena, formato dalla radice "ven", che significa "amare", la stessa radice di "Venus", Venere, oppure dall'ebraico "iin" che attraverso i fenici sarebbe arrivato ai greci come "oinos" e poi ai latini, mentre altri propongono una radice sanscrita "vi" per attorcigliarsi in quanto il vino sarebbe il prodotto finale ottenuto dai frutti di una pianta che si attorciglia. (Cicerone ritiene "vinum" derivato da "vir" "uomo" e "vis" "forza")
Per Greci il dio del vino era Dioniso "", che nella sua possessione estatica era chiamato Bacco, "", il "Bacchus" della religione romana.
Per gli Egizi vigna, uva e vino erano importanti in ambito religioso.
Nella loro iconografia il vino è bevanda del faraone defunto glorificato segno che ha raggiunto la destinazione celeste.
I Testi delle Piramidi, infatti, affermano che i re defunti si nutrono con "fichi e vino che sono nella vigna del dio" e il vino è presente nelle liste di offerte sulle pareti delle tombe e sulle steli funerarie di defunti.
Gli stessi Testi hanno tramandato anche formule che attestano la ritenuta origine divina della bevanda ottenuta dall'uva e la collegano a varie divinità:
  • "...la mia acqua è vino come quello di Ra..."
  • "Il cielo è gravido di vino, Nut ha generato sua figlia l'alba-luce" ove associa il vino al sangue del parto.
  • "Osiri, prendi per te l'occhio di Horus strappato a Seth e metti alla tua bocca (quello) con il quale ti sei aperto la bocca: vino in una giara di pietra bianca."
Il colore rosso del vino evoca il sangue che da la vita e quando è offerta birra al posto del vino questa viene colorata in rosso, perché è sul colore rosso che si fonda l'efficacia del rito.
Osiri, il dio dei morti, è indicato come il signore del vino in testi che vanno dall'epoca delle piramidi fino al tardo periodo greco-romano.
Il vino è associato per il suo colore al sangue e all'acqua vivificante piena d'energia dell'inondazione del Nilo ed entrambi, il vino e l'inondazione, sono simboli della morte e della resurrezione di Osiri.
Per comprenderne un poco di più occorre risalire alla cosmogonia egizia per cui agli inizi della creazione c'era solo un mare d'energia, impersonato dal dio NuN, poi apparve una collinetta primordiale da cui venne tutto ciò che esiste.
In qualche modo, purificata, da scorie politeiste, una situazione del genere si ritrova in Genesi 1,2: "La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque."



Geroglifico del dio Nun

In egiziano antico il plurale... molteplice... era indicato da tre elementi come i tre puntini... del nostro eccetera, quindi, come si può costatare dal geroglifico, questo NuN aveva in sé tutte le energie possibili, infatti, tre orci di tre energie, su un tavolino che indica la sfera elevata, la "Celeste", per distinguerla dalla realtà terrena.
Per il popolo Egizio, la cui vita era dono dell'inondazione annuale del Nilo, che depositava il fertile limo nerastro come sangue pesto, tutto pareva loro nascere dalle acque che però erano speciali, appunto orci di energia.
L'energia primordiale si evolse fino a formare il cielo rappresentato dalla volta celeste con le stelle, la dea Nut e la terra, il dio Geb.



La dea Nut

Dalla loro unione nacquero quattro figli Osiride, Iside, Seth e Nefti.



Geroglifico della dea NuT

Il geroglifico della dea NUT madre di Osiride è come un tavolino che rappresenta la volta celeste su cui c'è un orcio NU e un pane T .
L'orcio NU evidentemente è pieno dell'energia divina N, come un'acqua non materializzata, che è essenza del primo di tutti, il NUN.
(Vedi: "La creazione per gli Egizi")

Vediamo ora un geroglifico egizio determinativo di vigna.


Anche qui vi sono i tre orci sollevati da terra, i grappoli, come se la vigna fosse immagine proprio della dea celeste NUT e negli orci vi fossero le stesse energie di NUT e di NUN.
Quei geroglifici propongono un orcio di vino, un pane e una tavola imbandita il che prova che pane e vino dagli egizi erano interpretati come doni celesti degli dei agli uomini con frutti che nascono dalla terra, uva e chicchi di cereali trasformati dall'intelletto umano che pure è dono divino del dio Toth.
Questa idea è rimasta nell'ebraismo che dice di se d'essere uscito dall'Egitto:
  • con la parola vino "iin" in cui è forte energia o c'è dell'Essere l'energia .
  • con Abramo in Genesi 14,17-20 benedetto da "Melchisedek", re di Salem, ossia di Pace, sacerdote del Dio Altissimo, che gli offrì pane e vino.
Che hanno il pane e il vino in comune?
Il fenomeno della fermentazione.
La fermentazione produce una prodigiosa trasformazione.
In particolare quella dell'uva in vino ricorda le capacità alchemiche capaci di dar luogo secondo gli Egizi alla risurrezione, se si tratta nel modo giusto i corpi come facevano in special modo sul corpo dei faraoni.
In particolare il vino lo considerarono un apporto divino da parte di Osiride, insomma un vero e proprio nettare degli dei.

Secondo Diodoro Siculo del I secolo a.C. fu Osiride a scoprire nei pressi di Nisa la vite e fu "il primo a bere il vino, dopo aver inventato il trattamento specifico richiesto dal frutto della vite; insegnò poi a tutti gli altri uomini la coltivazione della vite, l'uso del vino, l'arte della vendemmia e della conservazione", come pure tutti i segreti dell'agricoltura.
Apparve chiaro che il vino con l'invecchiamento migliorava, mentre il pane non durava, quindi il pane veniva a rappresentare la vita terrena e il vino la celeste, ma entrambe erano in potere del cielo.
La parola egizia che identificava il vino era "irep" IRP ed è presente già durante la II Dinastia (3000 a.C.).

Il geroglifico IRP del vino IRP = vino comprende per la I il loto fioriti, per la R la pietra e per la P la bocca col determinativo con l'orcio di energia, mentre "vite" si diceva "i'areret" con quel determinativo di vigna che abbiamo visto.
Bevanda di tutti era la birra, mentre bevanda di pochi - faraoni, sacerdoti e funzionari - era il vino; infatti, si dice che anche il più comune costasse cinque volte più della birra ed era prodotto soprattutto da vigne reali.
Verso il 1000 a.C. le viti in portate in Grecia e in Italia, forse attraverso i Fenici, fecero spostare l'uso della bevanda alcolica del vino alle masse.
I vini migliori provenivano dalle terre di Tiro e Sarepta, dalla Palestina, dalla Siria e da altre zone dell'Asia Minore onde cominciarono a giungere anche i vini dalla terra promessa, di Engad, Sorek, Elealeh e Eshbon.
La coltivazione preferita secondo l'iconografia era a pergolato e preferibilmente il vino era rosso e il pergolato era a volta com'era immaginata la dea Nut.



Scene di raccolta e conservazione dell'uva
da una tomba di Tebe (1500 a.C.)

La testimonianza più antica è di alcuni semi di "vitis vinifera" del periodo detto Naqada III (2900 a.C.) conservati nel Museo dell'Orto Botanico di Berlino.
I Testi delle Piramidi citano il "vino del nord", "irep mehu", ossia del Delta, ma anche lungo le sponde fertili del Nilo c'era un'importante produzione vinicola.
Sigilli dei tappi di giare trovati ad Abido hanno iscrizioni da cui ad esempio si sa che il re Den - I dinastia - chiamava la sua vigna "Il recinto del corpo di Horus", quella del re Khasekhemui -II dinastia- era detta "Lodate siano le anime di Horus" e quella del re Djoser - della III - "Lodato sia Horus che presiede al cielo", onde la vigna alludeva ai giardini di Aru o dei Giunchi ove i risorti stavano con gli dei.
Quel termine "irep" si trova impiegato, dall'Antico Regno, nelle liste delle offerte, sulle giare, nei Testi delle Piramidi.
Ogni tomba ospitava vasi per il vino che assunse la valenza di bevanda sacra.
L'Egitto produceva vini rossi, bianchi, dolci e anche vini mescolati come si deduce dalle etichette delle giare trovate nel palazzo di Malkata, XVIII Dinastia.
Queste etichette riportavano l'anno di produzione, la qualità, il tipo di prodotto, l'origine geografica, il nome e il titolo del vignaiolo.
Giare vinarie sono state ritrovate anche ad Amarna, l'antica capitale di "Akhenaton" su cui talvolta è specificata anche la qualità del vino come buono ("nefer"), più che buono ("nefer","nefer") ottimo ("nefer","nefer","nefer") una specie del nostro "est, est, est".



Sigilli di giara da el-Amarna

12, 13 - irp nfr nfr n pr itn, ossia, Vino buono buono della Casa dell'Aten;
14, 15, 16, 17, 18 - irp n pr itn, ossia, Vino della Casa dell'Aten;
19 - irp n pr sHt-itn, ossia, Vino della Casa del Pacificare-l'Aten.

Ove irp è vino, nfr è buono, pr è farò quindi faraone e itn è Aten.

Il grano è vita per gli egiziani tanto che nel dialetto egiziano per indicare il pane non si usa la parola araba "khobz", ma "aish", vita.
Ecco che il pane ammuffito da idea della morte e tale pensiero pare essere stato assunto nell'ebraismo con la decisione d'eliminare tutto il pane fermentato per la Pasqua, che viene con la prima luna piena di primavera e usare l'azimo di più lunga durata di conservazione e bere vino nella festa.
Il racconto dei sogni del coppiere e del panettiere del faraone, interpretati da Giuseppe in Genesi 40,5-22, fa intuire l'importanza di quelle funzioni per i faraoni e come il vino ricordasse la vita e il pane la morte.
Questo, di fatto, fu l'esito, dopo tre giorni, per il capo dei coppieri e per il capo dei panettieri come aveva rivelato Giuseppe e come di fatto avvenne, il coppiere fu reintegrato, ma il panettiere fu impiccato.
Del resto le parole ebraiche per coppieri "mesheqim" e panettieri "'ofoeim" contengono già la sentenza, infatti, nella prima c'è anche il concetto di salvare con () e nella seconda di ira "'af" ove = .
Del resto Israele è una vite egiziana sradicata e portata in Canaan, come attesta il Salmo 80,9: "Hai sradicato una vite dall'Egitto"!

NOMENCLATURA DELLA BIBBIA SUL MONDO DELLA VIGNA
Il presente articolo nasce da un attento esame del noto brano detto della parabola de "La vera vite" con cui si apre il capitolo15 del Vangelo di Giovanni.
A modo di parabola, come spesso usò fare nella sua predicazione, Gesù evoca tanti concetti intimi alle antiche Sacre Scritture dell'ebraismo, tutte passate nel canone biblico cristiano, concetti ben noti nella cultura ebraica del tempo che vanno evidenziati e chiariti essendo essenziali per pesare le motivazione del Suo dire e aiutano a meglio avvicinarsi a quello che è il significato autentico della parabola che i contemporanei erano più pronti a comprendere.
Dovendo entrare nel mondo del vino e dell'uva di quei tempi, a titolo preparatorio, è opportuno dotarsi delle parole chiave in ebraico che riguardano il mondo vinicolo presentato dalle Sacre Scritture della Tenak o Bibbia ebraica acquisite nell'Antico Testamento nell'Antico Testamento tradotto dapprima in greco e in latino e da queste versioni passato alle varie lingue del mondo.
Ecco allora che ho voluto raccogliere la nomenclatura base in ebraico del mondo vinicolo biblico che riporto di seguito.
La prima volta che si parla di vigna è nel libro della Genesi quando Noè dopo il diluvio divenne coltivatore della terra e piantò "itta'" la prima vite ai piedi del monte Ararat su cui aveva preso terra l'Arca, ma dopo aver fatto il vino si ubriacò con conseguenze ben note.
(Vedi: "Cosa nasconde il racconto di Noè e del Diluvio?" e "Vino nella Bibbia: causa d'incesti e segno del Messia")

La vigna e l'uva nella tradizione ebraica sono figure dell'albero e del frutto della conoscenza del bene e del male.
Il frutto da solo però non reca danno, ma lo può il vino in cui entra l'opera dell'uomo, quindi in relazione a come l'uomo ha elaborato il frutto ed a quanto e a come ne usa.
Noè, pianta la vigna, alla vendemmia tutti i salvati dall'arca s'ubriacano, Cam il figlio minore, nella tenda aperta vede scoperte le nudità del padre, ossia "la madre", perché così spiega il Levitico 20,11.
Svegliatosi Noè, dal racconto dei fratelli conosce i fatti, ma non maledice Cam (Genesi 9,25), che non nomina più, bensì Canaan, il figlio di questi (Genesi 9,18).
"I figli di Noè che uscirono dall'arca furono Sem, Cam e Iafet; Cam è il padre di Canaan" (Genesi 9,18) e perché lo nomina lì, il figlio di Cam è come un quarto figlio essendo figlio della propria moglie, cioè Canaan è frutto dello "svelare la nudità" che comporta un "incesto".



Capitello di Notre-Dame di Port a Clermont-Ferrand
Eva che prende dal serpente il frutto proibito, un grappolo d'uva

Noè ovviamente avrebbe raccolto i semi della vite prima del diluvio e questi provenivano dal Gan Eden, perché secondo un'opinione diffusa nella tradizione ebraica l'albero della conoscenza del bene e del male potrebbe essere stato proprio la vite.
Al riguardo l'immaginario ebraico in alternativa propende anche per il fico, visto che i progenitori con le sue foglie si coprirono dopo il peccato, o per la vite.
Riporto le parole delle attività vinicole, il termine ebraico traslitterato in italiano, le sue lettere in rabbino quadrato senza puntatura di vocalizzazione e, in genere, la prima citazione che si trova di quel termine nella Tenak.

Con i criteri di decriptazione di "Parlano le lettere" e in base ai significati grafici intriseci nelle 22 lettere ebraiche di cui alle schede che si ottengono cliccando sui loro simboli a destra delle pagine di questo mio Sito, per i termini più importanti riporto almeno due "discorsi" attinenti a quella parola di cui il secondo con riferimenti cristologici.

Vigna, vigneto "karoem" o "koeroem" in Genesi 9,20.
"In piano un corpo di vita ".
"L'Agnello vi vive ".
Vignaiolo "korem" e plurale "koremim" come in 2Re 25,12.

Giardino, orto, "karmoel" in Levitico 2,14.
"In piano si alza () potente ".
"L'Agnello vi parla ()".

Vite, vitigno, "goefoen" in Genesi 40,9.
"Vi scorre per la bocca energia ".
"Vi scorre del Verbo l'energia ".
Vite feconda "goefoen poriia" in Isaia 32,12 e Salmo 128,8.
Vite selvatica "goefoen sadoeh" in 2Re 4,39.

Vino "iain" in Genesi 9,21, complessivamente 26 volte nella Torah, 10.
in Genesi, 1 in Esodo, 2 in Levitico, 8 in Numeri e 5 in Deuteronomio.
"C'è forte l'energia ".
"Dell'Essere - IHWH c'è l'energia ".
Vitigno di uva rossa di qualità superiore "soreq" in Genesi 49,11, Isaia 5,2, Geremia 2,21; per i significati con le lettere vedremo poi.

Mosto, vino, "tirosh" in Genesi 27,28, Isaia 24,7.
"finisce quando è nel corpo a portare fuoco ".
"fa finire d'essere poveri ", ossia fa sognare!
"dal Crocifisso sarà dal corpo per un'asta alla luce ".

Tralcio, viticcio, pampino, ramo di vigna, sarmento:
  • "sarig" , solo al plurale sariigiim in Genesi 40,10.12 e Gioele 1,7 dal radicale essere intrecciato, essere annodato.
  • "daliot" plurale in Ezechiele 17,7 da "dalit" e "deli" è anche "secchio" come in Numeri 24,7 e Isaia 40,15 e fa ricordare i secchi d'energia appesi ai pergolati d'uva che sono i grappoli pieno del succo divino.
Germogli di vite "ionoeqoet" , "ioneqotoejah" da Salmo 80,12
a recare che d'energia versa l'indicazione ".
"la colomba () (lo Spirito) versa il Crocifisso ".

Tralcio degenere "sueri" Geremia 2,21.
"attorno portano dal corpo l'esistenza ".

Potare, tagliare, essere potato radicale in Levitico 25,3-4, Isaia 5,6.

Potatura "zamir" in Cantico 2,12.

Tralcio "zemorah" in Numeri 13,23, "zemoreihem" i loro tralci in Naum 2,3.
"Con attrezzo vita al corpo ".
"Progettare () il corpo (della pianta)".
"Colpire il ribelle ()".
Potare, mietere, falciare dal radicale .
Tralcio, sarmento "qetsiiroeah" in Salmo 80,12.
"Versato giù è dal corpo ad uscire ".

Foglia, frasca, ramo a'loeh se di "miggoefoen", è pampino.

Uva, acino "e'nab" in Genesi 49,11, levitico 25,5, Deuteronomio 23,25.

Uva primaticcia "e'nab bikurei" in Numeri 13,20.

Uva acerba "'ushim" come in Isaia 5,2 e 4.

Buccia dell'uva "zag" , in quanto "se colpita scorre ", si trova in Numeri 6,4 ove appare anche un "charetsan" per acino d'uva in quanto "racchiude un corpo da cui scende energia ".

C'è poi il termine "moezoeg" in Cantico dei Cantici 7,3 che siccome viene dalla buccia dell'uva potrebbe essere un distillato o il prodotto finale della spremitura facendo ripassare acqua e spremendo.

Sangue d'uva, vino, "dam e'nab" in Genesi 49,11, Deuteronomio 32,14, importante notazione che lega l'idea del sangue con il succo d'uva evidentemente rossa.

Succo d'uva "misherat e'nab" in Numeri 6,3.
Uva fresca "e'nab lachiim" in Numeri 6,3.

Uva secca o uva passa "e'nab ibeshim" in Numeri 6,3.

Uva velenosa "e'nab rosh" in Deuteronomio 32,32.

Schiacciate d'uva "a'shiishei e'nab" in Osea 3,1.

Grappolo "'oeshkol" in Numeri 13,23, considerato che sta per "contenere, racchiudere" si ha che "dell'Unico un fuoco racchiude ".

Frutto, "peri" "per la bocca il corpo è " e in senso Cristologico, "del Verbo - Parola il corpo è ".

Pigiatore d'uva "dorek e'nab" in Amos 9,13.

Coppiere "masheqim" in Genesi 40,9.

Sotto la vite "tachat goepoen" in 1Re 5,5, Michea 4,4, Zaccaria 3,10 indica segno di pace.

GIOVANNI 15,1-17
Con il presente scritto mi propongo, infatti, di approfondire alcuni degli aspetti attinenti l'ebraismo che si sono presentati nell'esame del brano Giovanni 15,1-17 che riporto secondo la traduzione C.E.I. del 2008.

Giovanni 15,1 - 1 IO SONO LA VITE VERA e il Padre mio è l'agricoltore.

Giovanni 15,2 - Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.

Giovanni 15,3 - Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.

Giovanni 15,4 - Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me.

Giovanni 15,5 - Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.

Giovanni 15,6 - Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.

Giovanni 15,7 - Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto.

Giovanni 15,8 - In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

Giovanni 15,9 - Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.

Giovanni 15,10 - Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.

Giovanni 15,11 - Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Giovanni 15,12 - Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi.

Giovanni 15,13 - Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.

Giovanni 15,14 - Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando.

Giovanni 15,15 - Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi.

Giovanni 15,16 - Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.

Giovanni 15,17 - Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

Questo discorso si trova nell'ambito del "testamento spirituale" di Gesù, cioè nel lungo discorso da Lui tenuto nel cenacolo agli Undici in occasione dell'ultima cena, prima della passione, ma dopo che Giuda era uscito per compiere l'atto finale del suo tradimento.
Tale discorso è riportato soltanto dal Vangelo di Giovanni.
Il brano di 17 versetti si divide in due parti.
Nella prima parte di 8 versetti c'è la parabola vera e propria che serve a introdurre e aiutare a chiarire il "comandamento nuovo" dell'amore che viene consegnato dal Signore; quindi vino e amore anche secondo Gesù hanno una stretta relazione.
Nella sinagoga di Cafarnao, infatti, ebbe a dire: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno. Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafarnao. Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: Questa parola è dura! Chi può ascoltarla? Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita." (Giovanni 6,56-63)

Le parole ripetute caratterizzanti l'intero brano sono:
  • vite, menzionata 3 volte;
  • tralci, ricordati 5 volte;
  • frutto, ripetuta 8 volte;
  • amore e amici per complessive 12 volte.
Le definizioni che qui Gesù dà di se stesso sono:
  • Giovanni 15,1 - Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore.
  • Giovanni 15,5 - Io sono la vite, voi i tralci.
  • Giovanni 15,5b - senza di me non potete far nulla.
Queste si aggiungono alle definizioni che Gesù si dà nel Vangelo di Giovanni:
  • Giovanni 6,35 - pane della vita;
  • Giovanni 8,12 - la luce del mondo;
  • Giovanni 10,7 - la porta delle pecore;
  • Giovanni 10,11 - il buon pastore;
  • Giovanni 14,6 - la via, la verità e la vita.
Il comandamento è:

Giovanni 15,12 - "Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi."

Questo comandamento, in effetti, fu dato subito dopo l'uscita di Giuda dal cenacolo, di cui è detto al capitolo 13 e che ora qui viene spiegato con l'esempio della parabola della vite, infatti: "Quando (Giuda) fu uscito, Gesù disse: Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri." (Giovanni 13,31-35)

Appena inizia la parabola si trova la definizione "Io sono la vite vera".
Perché quell'aggettivo di "vera"?
Ora "vera" presuppone una vigna non vera o forse non verace.
Nel testo in greco del Vangelo si trova ossia vigna che sta per "veridica" da porre in relazione ad una vigna non sincera certamente ricordata dai profeti, visto che proprio i profeti forniscono "Oracoli di Dio".

Dice, infatti, il profeta Geremia al capitolo 2 del libro omonimo al riguardo della vigna del Signore: "Oracolo del Signore degli eserciti. Già da tempo hai infranto il giogo, hai spezzato i legame e hai detto: Non voglio essere serva! Su ogni colle elevato e sotto ogni albero verde ti sei prostituita. Io ti avevo piantato come vigna pregiata, tutta di vitigni genuini; come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda?" (Geremia 2,19b-21)

Prendiamo in esame ogni parola del testo ebraico:

Io stesso ti avevo piantata "ve'anoki nete'ittik"
come vigna pregiata "soreq"
tutta di vitigni genuini - veri "kullo zoere'" "aoemoet"
come mai ti sei mutata "vi'eik noeheppaket li"
in tralci degeneri "sueri"
di vigna bastarda "hagafen nakariiiah"

In questo versetto è esaltata la parola "vero, verità" "aoemoet" riferita ai vitigni genuini piantati dal Signore ed a questa "vera vigna" che certamente fa riferimento Gesù nella parabola.
In definitiva dice Gesù, proprio io sono la vite genuina quella piantata dal Signore, il vitigno di uva rossa, di qualità superiore, il "soreq" .
Dice evidentemente ciò in contrapposto a una vite con i tralci "sueri , dal radicale di "separare, deviare, fare un giro, allontanare e allontanarsi", vale a dire, quindi costituita, di tralci divenuti dei separati e in senso traslato apostati e degeneri.
Questi separati, tra cui farisei e sadducei, hanno fatto diventare la vigna "gafen" originaria bastarda ossia straniera, estranea.
Il radicale , peraltro, sta per "essere danneggiato, guastarsi" onde per il termine si può anche pensare a "guastato () il corpo di Iah ", dato che il popolo d'Israele era ritenuto un corpo che manifestava e faceva conoscere in terra Dio Unico, IHWH.

IL VITIGNO "SOREQ"
Nella storia del giudice Sansone, il nazireo, che non beveva vino, bevande inebrianti e non mangiava uva e non si tagliava i capelli a conferma del voto fatto al Signore dai genitori che non riuscivano ad avere figli, si racconta che fu tentato e cadde nelle reti di una donna traditrice, la famosa Dalila.
Di Sansone si legge, infatti, nel libro dei Giudici che: "In seguito s'innamorò di una donna della valle di Sorek, che si chiamava Dalila. Allora i prìncipi dei Filistei andarono da lei e le dissero: Seducilo e vedi da dove proviene la sua forza così grande e come potremmo prevalere su di lui per legarlo e domarlo; ti daremo ciascuno millecento sicli d'argento." (Giudici 16,4-5)
(Vedi: "Nella gloria, Sansone - piccolo sole - annuncia il Messia")

Quella valle di Sorek nel testo ebraico è "nachal Soreq" ossia, della zona del ruscello "nachal" detto "Soreq" e la parola valle è sottintesa.
Da quel luogo prese il nome evidentemente il vitigno "Soreq", una "vite speciale" coltivata nella zona oggi detta Valle di Ela dove si trovano reperti di antichi torchi che testimoniano la millenaria storia vinicola del territorio.
Il torrente Soreq scorre verso il mare Mediterraneo per una lunghezza di 30-35 km, dalla Sefela, la bassa regione collinare fra la catena montuosa centrale della Palestina e la pianura costiera della Filistea.
Ad Ovest dell'attuale Gerusalemme, a circa 40 km, presso la zona delle sorgenti c'era la citta di Timna ricordata per le sue vigne nella storia di Sansone in Giudici 14,5.
Nella valle di Soreq viveva la donna Dalila della storia di Sansone e le lettere di quel nome suggeriscono che era per i filistei aiutata e protetta " " della figura mitica del male "Lilit", regina della notte "lailah" .
Questa donna con le sue grazie tentò Sansone, ma certamente anche col vino fino ad addormentarlo dopo essersi fatta rivelare il segreto della sua forza per farlo catturare dai Filistei.
In Zaccaria 1,8 si parla di cavalli di colore "seruqqim" vale a dire dal pelame del manto detto "sauro", marrone rossastro o color zenzero e in Isaia 16,8 si parla di tralci detti "seruqqim", quindi, evidentemente di uva rossa, vigneti stupendi distrutti dai nemici: "Sono squallidi i campi di Chesbon, come pure la vigna di Sibma. Signori di popoli ne hanno spezzato i tralci ("serruqqim") che raggiungevano Iazer, penetravano fin nel deserto; i loro rami si estendevano liberamente, arrivavano al mare. Per questo io piangerò con il pianto di Iazer sulla vigna di Sibma. Ti inonderò con le mie lacrime, o Chesbon, o Elalè, perché sui tuoi frutti e sulla tua vendemmia è piombato un grido. Sono scomparse gioia e allegria dai frutteti; nelle vigne non si levano più lieti clamori né si grida più allegramente. Il vino nei tini non lo pigia il pigiatore, il grido di gioia è finito." (Isaia 16,8-10)

Come vedremo anche le "viti pregiate" in Isaia 5,2 sono "soreq" .
Ciò che è ancora più importante poi è la profezia messianica che si trova nella Torah nelle benedizioni di Giacobbe-Israele a Giuda in cui è detto "Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale ("Shilò" ) esso appartiene e a cui è dovuta l'obbedienza dei popoli. Egli lega alla vite il suo asinello e a una vite scelta ("soreqah" ) il figlio della sua asina, lava nel vino la sua veste e nel sangue dell'uva il suo manto; scuri ha gli occhi più del vino e bianchi i denti più del latte."

Colui al quale "Shilò" nell'ebraismo è stato assunto quale uno dei tanti nomi con cui viene definito il Messia.
In questo testo la vite scelta è "soreqah" e il vino che produce è, non v'è dubbi, rosso scuro, perché qui si parla di sangue di uva e degli occhi del Messia, scuri più del vino.
Le lettere di "soreq" ci parlano di:
  • fuoco, di sole e di accendere;
  • di corpo e di testa;
  • versare.
In quel vitigno "soreq" il "sole nel corpo (della pianta) si riversa " e come effetto per chi ne estrae i succo, è come "fuoco che nel corpo si versa ", "accende il corpo e la testa versandolo ", ma anche considerato che il bi-letterale senza puntature "ser" significa anche "principe" questo "soreq" è un vino da principi, in quanto il termine suggerisce anche che "al principe si versa ".
Tenuto conto poi che sta anche per "fiacco" si conclude che questo vino ha la proprietà di "accendere il fiacco ", sia rendendo forze allo stanco, sia con indubbie capacità terapeutiche in quanto il vino rosso è particolarmente ricco di polifenoli con note proprietà antiossidanti e antimicrobiche.
Al proposito è da ricordare che:
  • il Vangelo di Luca dice a proposito della parabola "del buon samaritano" che questi al poveretto incappato nei briganti: "Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui." (Luca 10,34)
  • San Paolo scrisse a Timoteo: "Non bere soltanto acqua, ma bevi un po' di vino, a causa dello stomaco e dei tuoi frequenti disturbi." (1Timoteo 5,23)
Nei termini allegorici quel vino "soreq" quando venisse dalla vigna del Signore si potrebbe considerare che avrebbe il potere di "risorgere i corpi abbattuti " e a maggior ragione se viene asserito da Gesù, Dio fatto uomo, che quel vino viene trasformato nel suo sangue assume il potere di suggerire che il "Risorto al suo Corpo - popolo - Chiesa verserà ", quindi, ha potere di portare alla risurrezione dei corpi e ad illuminare i fedeli battezzati.
Gesù, in definitiva, dicendo "Io sono la vera vite..." sta dicendo "Io sono il 'soreq' vero" "anoki soreq 'oemoet" e leggendo le singole lettere: "dell'Unico invierò la rettitudine . Sarà a risorgere i corpi . Mi riverserà per primo dai morti ."

LA CASA D'ISRAELE, VIGNA DEL SIGNORE
Secondo il libro del profeta Isaia la vigna piantata dal Signore che è divenuta degenere è la casa d'Israele.
Si trova, infatti, ivi scritto: "Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa di Israele; gli abitanti di Giuda la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi." (Isaia 5,7)

Pongo l'attenzione su quel "la sua piantagione" "neta'" "preferita" "shaa'shua'iu" cui in questa parola riconosco tutte le lettere che definiscono il nome di Gesù e di Giosuè .
Interessante è poi come Isaia gioca con le lettere per far comprendere il modo per cui si è degenerata la vigna:
  • da "giustizia" a "spargimento di sangue" ;
  • da "rettitudine" a "grida di oppressi" .
Sono bastati pochi mutamenti com'è avvenuto con quelle lettere, ma tutto è stato stravolto, onde per i superficiali tutto va ancora bene, ma è solo facciata, l'uva non è più quella buona, qualcuno ha apportato cambiamenti a proprio interesse.

Nel passo precedente Isaia 5,1-4, infatti, presenta Israele come la vigna di Dio: "Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d'amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l'aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate ("soreq" ); in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi. E ora, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi?"

In questi versetti la vigna era per il "mio diletto", "didi" ripetuto 2 volte e per l'amore "dodi", e tutto porta a David e al figlio di David atteso, il Messia, come rivelano in modo criptico le lettere di quanto tradotto con "fertile colle" "boeqroen" "boen shamoen" che senza puntature di vocalizzazione con le regole di decriptazione di "Parlano le lettere" e in base ai significati grafici intriseci nelle 22 lettere ebraiche (di cui alle schede che si ottengono cliccando sui loro simboli a destra delle pagine di questo mio Sito), rivelano: "al sorgere dell'inviato Figlio Unto ".
Le viti pregiate sono proprio il "soreq" ossia le stesse per uva rossa di qualità superiore che abbiamo visto in Geremia 2,20.

Ecco che Gesù, Rabbuni delle Sacre Scritture che aveva detto "Se, infatti, credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me" (Giovanni 5,46) e prima "Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me" (Giovanni 5,39), in occasione della parabola del "La vera vite" spezza la parola dei profeti alla stregua di quanto fece dopo la risurrezione con i discepoli di Emmaus come racconta il Vangelo di Luca "cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui." (Luca 24,29)

Nei versetti 5,5-6 Isaia dice di quella vigna piantata dal Signore: "Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia."

Il popolo d'Israele diviso nel Regno del Nord con capitale Samaria e del Sud o di Giuda con capitale Gerusalemme in due riprese fu portato in esilio il primo a Ninive e il secondo in Babilonia.

La Bibbia dice: "Il re d'Assiria invase tutta la terra, salì a Samaria e l'assediò per tre anni. Nell'anno nono di Osea, il re d'Assiria occupò Samaria, deportò gli Israeliti in Assiria, e li stabilì a Calach e presso il Cabor, fiume di Gozan, e nelle città della Media. Ciò avvenne perché gli Israeliti avevano peccato contro il Signore, loro Dio, che li aveva fatti uscire dalla terra d'Egitto, dalle mani del faraone, re d'Egitto. Essi venerarono altri dei, seguirono le leggi delle nazioni che il Signore aveva scacciato davanti agli Israeliti, e quelle introdotte dai re d'Israele." (2Re 17,5-6); era il 722 a.C..

La motivazione viene ripetuta anche più avanti: "Ciò accadde perché quelli non avevano ascoltato la voce del Signore, loro Dio, e avevano trasgredito la sua alleanza, cioè tutto quello che egli aveva ordinato a Mosè, servo del Signore: non l'avevano ascoltato e non l'avevano messo in pratica." (2Re 18,12)

Nel 710 a.C. Gerusalemme fu solo assediata dagli Assiri, ma fu conquistata dai Babilonesi ai tempi di Nabucodonosor, principe di Babilonia.
I Babilonesi avevano, infatti, distrutto il regno Assiro nel 612 e si erano ad essa sostituiti nelle mire di espansione in Palestina.
Nel 587 a.C., ci fu la caduta di Gerusalemme per mano delle truppe del generale Nebuzardan che distrusse il Tempio e la città.
Il re di Giuda, Sedecia, fu catturato; finiva così anche il Regno di Giuda e la maggior parte dovette prendere la via dell'esilio.
Il profeta Ezechiele nel capitolo 19 parla di questi eventi quando fa il panegirico di Israele con una vigna rigogliosa e dice del popolo di Giuda: "Lo chiusero in una gabbia, lo condussero in catene al re di Babilonia e lo misero in una prigione, perché non se ne sentisse la voce sui monti d'Israele. Tua madre era come una vite piantata vicino alle acque. Era rigogliosa e frondosa per l'abbondanza dell'acqua; ebbe rami robusti buoni per scettri regali; il suo fusto si elevò in mezzo agli arbusti mirabile per la sua altezza e per l'abbondanza dei suoi rami. Ma essa fu sradicata con furore e gettata a terra; il vento d'oriente la disseccò, disseccò i suoi frutti; il suo ramo robusto inaridì e il fuoco lo divorò. Ora è trapiantata nel deserto, in una terra secca e riarsa; un fuoco uscì da un suo ramo, divorò tralci e frutti ed essa non ha più alcun ramo robusto, uno scettro per dominare. Questo è un lamento e come lamento è passato nell'uso." (Ezechiele 19,9-14)

Non è poi da dimenticare il Salmo 80, la preghiera per la rinascita d'Israele che parla della vigna che, appunto, come avevo accennato nel primo paragrafo Israele è una vite egiziana sradicata e portata in Canaan, infatti, recita: "Hai sradicato una vite dall'Egitto, hai scacciato le genti e l'hai trapiantata. Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici ed essa ha riempito la terra. La sua ombra copriva le montagne e i suoi rami i cedri più alti. Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli. Perché hai aperto brecce nella sua cinta e ne fa vendemmia ogni passante? La devasta il cinghiale del bosco e vi pascolano le bestie della campagna. Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell'uomo che per te hai reso forte. È stata data alle fiamme, è stata recisa: essi periranno alla minaccia del tuo volto." (Salmo 80,9-17)

In "I Cherubini annunciano la venuta dell'Agnello" tra l'altro è riportata la decriptazione dell'l'intero Salmo 80.

IL VINO IN ISRAELE
Il vino in sé comporta un grande mistero, un segreto che permea tutta la storia di salvezza che Dio fa con l'umanità.
In ebraico, peraltro, vino "yain" ha il valore gimatrico di 70, come somma del valore numerico delle lettere ( = 10) + ( = 10) + ( = 50) pari proprio a quello di segreto "sod" = ( = 60) + ( = 6) + ( = 4) = 70.
Il vino pare avere in se la radice del bene e del male.
Il suo uso chiede grande discernimento, perché se usato solo come bene della terra può produrre ubriachezza con conseguenze disastrose, orge, incesti e violenza, mentre se si considera dono celeste invita l'uomo alla gratitudine verso il suo Creatore e alla gioia e all'amore tra fratelli.
Del resto la normativa ebraica classifica il vino come una speciale bevanda di uva fermentata che merita una benedizione particolare a differenza di tutte le altre bevande o spremute di frutta e verdura così come lo stesso succo d'uva o il distillato d'uva o grappa, sulle quali è recitata la benedizione generale "shehakol niah bìdvarò","tutto è stato creato con la Sua parola", sul vino già fermentato si dice "bor'è peri hagafen" "che ha creato il frutto della vite".
Con ciò come a ricordare che fu una precisa volontà di Dio di dare il vino all'uomo, e che riproducesse e coltivasse la vite; il che, peraltro, intende anche spiegare perché il piantare una vigna fu il primo lavoro che fece Noè dopo il diluvio.
La parola ebraica per vino "iain" ha in sé la radice (ove = ) che indica il lamentarsi e il dolore che il vino può portare al mondo come propone il "midrash" nel Talmud Babilonese Iomà 2b.
Nella "Torah" il vino è anche chiamato "tirosh", mosto, parola che va collegata a una radice "rash" per impoverire come effetto di un uso smodato.
Al riguardo di tale bevanda è poi da ricordare:
  • la benedizione di Isacco a Giacobbe, "Dio ti conceda rugiada dal cielo, terre grasse, frumento e mosto in abbondanza." (Genesi 27,28)
  • che un quarto di "hin" di vino faceva parte dell'offerta quotidiana secondo la legge mosaica secondo Esodo 29,40.
  • che rallegra il cuore degli uomini come dice il Salmo 104,14s: "Tu fai crescere l'erba per il bestiame e le piante che l'uomo coltiva per trarre cibo dalla terra, il vino che allieta il cuore dell'uomo..."
Riporto alcuni pensieri rabbinici sul vino:
  • "Il vino e il consiglio quando invecchiano, migliorano."
  • "Un vino conservato nei suoi stessi acini dai sei giorni della creazione" (T.B. Berakhot, 34)
  • "Nel vino, se si è meritevoli e si hanno meriti fa gioire, altrimenti se non si hanno meriti conduce alla desolazione." (T.B. Iomà, 76 b)
  • "Se ha meriti, diviene un leader 'R'osh', se non li ha diviene povero 'Rash'."
  • "Il vino invecchiato fa bene all'intestino, mentre il novello fa male all'intestino." (T.B. Nedarim, 66 b 9)
  • "Il vino sazia già dalla gola." (T.B. Sukkàh, 49 b10)
  • "Il vino dopo il pasto fa ubriacare, mentre all'interno del pasto non fa ubriacare." (T.P. Pesachim 10 a)
  • "Eva avrebbe versato del vino ad Adamo ed egli l'ha bevuto."(Bereshit Rabbà 19)
Bere del vino è un rituale che si riscontra in tutti gli atti della vita religiosa ebraica, infatti, è usato:
  • ogni settimana per lo "Shabbat", rito che inizia il venerdì sera al tramonto, alzando una coppa di vino o di succo d'uva per i bambini per il "qiddush" o benedizione;
  • a Pasqua, "Pessach", per il rito si bevono quattro bicchieri di vino;
  • in occasione del rito della circoncisione, un bicchiere;
  • in occasione del rito del matrimonio due bicchieri;
  • per il funerale per il potere confortante del vino anticamente erano offerti dieci bicchieri di vino in segno "le coppe della consolazione"; il vino, infatti, fa dimenticare il dolore come propone Proverbi 31,6.7 "Date... il vino a chi ha l'amarezza nel cuore: beva e dimentichi la sua povertà e non si ricordi più delle sue pene", per questo motivo i Maestri avevano fissato dieci bicchieri in casa del morto per consolare le persone in lutto (T.B. Sanhedrin 70a);
  • in occasione della festa di Purim gli ebrei sono incitati addirittura ad una lieve ubriachezza.
Benedizione sul pane fatto di farina, orzo, segale, avena o farro: "Barukh 'atah 'Adonai 'Eloheinu melekh ha-o'lam, ha-motzi lehem min ha-'aretz ".

Benedetto sii Tu, Signore nostro Dio, Re dell'universo, che ci porti pane dalla terra.

La parte in grassetto: Benedizione prima di bere vino fatto d'uva.

"Barukh 'atah 'Adonai 'Eloheinu melekh ha-o'lam, bor'e peri ha-gafen ".

Benedetto sii Tu, Signore nostro Dio, Re dell'universo, che crei il frutto della vigna.

La parte in grassetto:

Il vino perciò deve rispondere a precise condizioni di vinificazione, insomma per gli ebrei deve essere "kasher" ossia idoneo, fatto con maestria, il che equivale sottoposto al controllo del rabbinato, infatti, "kashron" è "maestria e destrezza" in Qoelet 2,21 poi in 4,4 e in 5,10 ossia fatto come per il principe , fatto come si deve con luce in testa .
L'insieme di queste regole si chiama "kashrout" o "kachrout" fondamentali per tutti gli ebrei ortodossi e si applicano sia alla coltura della vite che alla vinificazione.
L'origine di queste prescrizioni si trova nei testi della Bibbia e della Torah, gli ebrei sono certi che ciò derivino da regole fondamentali di cultura vitivinicola.
Le essenziali sono:
  • Durante i primi tre anni del ceppo di vite è proibito raccogliere i grappoli, che perciò sono distrutti prima della fioritura; questa pratica si chiama la "Orlah" comune nella maggior parte dei paesi viticoli, poiché ha lo scopo di utilizzare la linfa solo per l'irrobustimento del ceppo.
  • Ogni sette anni la vite deve essere lasciata a riposo, incolta e non si devono raccogliere i grappoli. Questa pratica si chiama la "Shmitah".
  • È proibito far crescere, fra i filari del vigneto, piante orticole, frutticole, ecc.; questa pratica si chiama il Kilai Hakerem.
  • Il vino deve essere elaborato unicamente da Ebrei praticanti a partire dal momento in cui i grappoli giungono alla cantina. Questo concerne il divieto, per i non ebraici, di toccare i grappoli, tutte le attrezzature ed i contenitori della vinificazione.
  • Tutti i prodotti partecipanti alla vinificazione devono essere "Kasher".
  • C'è, infine, la cerimonia simbolica denominata il Trumat Maser con la quale l'uno per cento della produzione è gettata e non utilizzata, in ricordo della decima che era versata ai sacerdoti guardiani del Tempio di Gerusalemme.
Vi sono tre livelli di vini "Kasher":
  • semplicemente "Kasher" che possono essere impiegati nel consumo quotidiano e al di fuori dello Shabbat.
  • i "Kasher" per "Pesach" o festa di Pasqua vini che durante la loro produzione non possono venire a contatto con pane o pasta o frumento.
  • vini detti "Yain mevushal" quelli che sono stati soggetti a pastorizzazione rapida a 80°C onde permettere un rispetto molto ortodosso della religione ebraica.
A causa del ruolo speciale che il vino occupa in molte religioni le norme "kashrut" stabiliscono che non può essere considerato "kasher" il vino "Yayin Nesekh" che è stato versato o destinato a un idolo o è vino "Stam Yainom" vale a dire toccato da chi crede nell'idolatria o prodotto da non ebrei, mentre quando il vino è "yayin mevushal" ossia "cotto" o "bollito" diventa inadatto per l'uso idolatrico e mantiene lo status di vino "kasher" anche se successivamente fosse toccato da un "idolatra".

IL VINO NEL CANTICO DEI CANTICI
Il Cantico dei Cantici che alla prima lettura pare essere un libricino d'amore passionale erotico campestre tra due innamorati, è stato inserito dall'ebraismo nel proprio canone biblico, la Tenak, evidentemente perché secondo la loro tradizione fu ritenuto materia che veniva dal proprio sacco, nel senso che il contenuto intende rendere palese l'amore passionale di IHWH per Israele.
Il Tetragramma IHWH , peraltro, si può dividere in + da cui si ottiene "è "hiwwah" " e questo secondo termine in ebraico porta all'idea del desiderio e della cupidigia passionale, indi... IHWH "è passione"... "è appassionato"!

Lo stesso Cantico dei Cantici conferma una tale idea quando verso la conclusione in 8,6 così esclama: "Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l'amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina!"

Al riguardo un canto che si riferisce alla VII lode di Salomone che si trova in un libricino apocrifo del I secolo d.C. inneggia: "Come lo slancio dell'ira verso il nemico, come lo slancio dell'amore verso l'amato."
Questa è la genesi di quel Cantico riguarda l'amore di Dio per il suo popolo, ma c'è di più, riguarda l'amore Di Dio per l'umanità che si esprime con la venuta del Messia, l'atteso, il Diletto, il Cristo che ama visceralmente la Chiesa costituita dal popolo che lo segue con purezza di cuore e d'intenti e verso l'anima di chi si volge a Lui con timore "ire'ah" , nel senso stretto delle lettere, cioè di voler con Lui "essere un corpo unico nel mondo ".
Guardando all'interno dei singoli versetti in ebraico, infatti, risulta evidente che il testo è sì un canto d'amore, ma per chi?
Certamente per David o per chi sarà il Figlio di David, l'atteso, cioè il Messia.
Le lettere di David ossia amato si trovano ripetute 33 volte nei versetti:

Capitolo I - 13, 14, 16                           3
Capitolo II - 3, 8, 9, 16, 17                     5
Capitolo III -                                      p.m.
Capitolo IV - 4, 16                                 2
Capitolo V - 1*, 2, 4, 5, 6, 8, 9, 10, 16   11
Capitolo VI - 1, 2, 3                               5
Capitolo VII - 10, 11 12, 14*                   5
Capitolo VIII - 5, 14                               2
                                                         33
(Nei sottolineati c'è 2 volte e in quelli asteriscati * ha significato diverso di "amato".)

C'è perciò una tensione particolare su quelle lettere e su quel nome.
Quel numero di volte è veramente grande se si considera che in definitiva il testo è solo di 127 versetti in 8 capitoli (17 nel I e nel II, 11 nel III, 16 nel IV e nel V, 12 nel VI e 14 nel VII e VIII).

Quel 33 pare così come voler sottolineare che il testo intende parlare di 1 che fu , di 1 che è , e di 1 che sarà = 3[1 + 10] = 33.

Il titolo di "Figlio di David" risuona più volte nei Vangeli sinottici - Matteo, Marco e Luca - per asseverare, con forza, che Gesù era riconosciuto e ritenuto pubblicamente dai beneficati e dalla folla come il possibile Messia, il Cristo, cioè l'unto di Dio.
Che il Messia avrebbe preso corpo in un discendente della casa di David, peraltro, era idea consolidata nel pensiero ebraico per le seguenti profezie:
  • la casa di Davide stabilita per sempre, 2Samuele 7,16;
  • il seme di Davide, 2Samuele 7,12, 1Cronache 17,11 e Salmo 132,11;
  • sul trono di Davide per sempre, 1Cronache 17,12s;
  • il Figlio di Davide è chiamato Signore, Salmo 110;
  • il seme di Davide sorprenderà i re, Salmo 138,1-6;
  • discendente di Davide, Ezechiele 17,22-24 e 34,23.
Gesù era chiamato, "Figlio di Davide" come risulta dai Vangeli:
  • due ciechi in Matteo 9,27;
  • la folla in Matteo 12,23;
  • una donna Cananea in Matteo 15,27;
  • da due ciechi in Matteo 20,30 e 31;
  • la folla nell'ingresso messianico a Gerusalemme in Matteo 21,9;
  • i fanciulli nel Tempio in Matteo 21,15;
  • Timeo il cieco in Marco 10,47 e 48;
  • il cieco di Gerico in Luca 18,38 e 39.
Amore, in ebraico "'ahabah" , ha 13 come somma del valore numerico delle singole sue lettere, infatti: ( = 1) + ( = 5) + ( = 2) + ( = 5) = 13.
Se riferiamo tali lettere al Dio Unico si legge il disegno profetico della incarnazione: "L'Unico entrerà dentro al mondo ".

Nella teologia cristiana della SS. Trinità l'amore lega il Padre al Figlio e il Figlio al Padre ed è quindi una vera persona, lo Spirito Santo.
Il nome IHWH manifestato a Mosè al roveto ardente numericamente ha il valore di 26 = ( = 10) + ( = 5) + ( = 6) + ( = 5) pari a 2 volte questo amore che con continuità va e viene e lega appunto a filo doppio le 3 sante persone, indi l'amore è cemento della loro unità.

Nel Cantico le lettere di amore si presentano 18 volte, nei versetti:

Capitolo I - 3, 4, 7                   3
Capitolo II - 4, 5, 7                  3
Capitolo III - 1, 2, 3, 4, 5, 10     6
Capitolo IV -                        p.m.
Capitolo V - 8                          1
Capitolo VI -                        p.m.
Capitolo VII - 7                        1
Capitolo VIII - 4, 6, 7 (2 volte)   4
                                           18
Questo numero mi dice che per "amore = 13 + entra ( = 5) = 18.
Onde il messaggio che si ricava unendo questo al precedente è: "L'Unico entrerà dentro al mondo; vi entrerà per amore!"

Dice peraltro quella VII lode di Salomone già segnalata: "Ei divenne come me, perché lo potessi ricevere; simile a me fu creduto, perché lo potessi rivestire. Ed io non tremai, quando lo vidi, ché lui è la mia clemenza. Ei divenne come la mia natura, perché imparassi a conoscerlo, e come il mio sembiante, perché da lui non mi ritraessi."

Altra sequenza di lettere interessante che ho seguito nel Cantico è che si trova sia nella parola colomba "ionah" (ove = ) che in ebraico vuol dire anche violenza... della passione, ma si trova anche come risultato unendo lettere di parole contigue.
La colomba è considerata nell'ebraismo la creatura che esprime l'estrema incondizionata fedeltà coniugale spinta fino al martirio ed è da sempre usata per comunicazioni a distanza, perché grazie alla sua fedeltà fa sempre ritorno, simbolo della "teshuvah" o conversione.
"Essa è protetta dalle proprie ali" (Shabbat 49,a) forse in quanto viene evitato di mangiarla per la sua utilità come messaggera.
Quelle lettere, infatti, portano al pensiero "Fu - è - sarà a portarsi un angelo - con gli angeli ."
Questa sequenza si presenta 11 volte, precisamente nei versetti:

Capitolo I - 5,15                 2
Capitolo II - 14                   1
Capitolo III - 9                    1
Capitolo IV - 1                   1
Capitolo V - 2,12               2
Capitolo VI - 9                   1
Capitolo VII - 1,9               2
Capitolo VIII - 1                 1
                                      11

Questo n° 11 mi dice "è (10) l'Uno (1)".
Trovo poi 4 volte, nei versetti 1,2; 2,13; 5,6; 5,15 la sequenza e anche 4 volte il Tetragramma sacro che definisce IHWH, unendo parole adiacenti, nei versetti 1,2; 2,13; 5,6 e 5,15.

Particolare, infine, è ai fini Cristologici il versetto:

Cantico dei Cantici 6,5 - Distogli da me i tuoi occhi; il loro sguardo mi turba. Le tue chiome sono come un gregge di capre, che scendono dal Gàlaad.




Come ho evidenziato con le lettere in rosso si trova un vale a dire il "Figlio Gesù " e la decriptazione del versetto risulta così molto esplicativa.

"Aperto da un foro , da dentro ci sarà una sorgente . Sarà la rettitudine ai viventi ad inviare , scorrerà d'aiuto , sarà alla luce ad uscire l'acqua per ri-partorire (). Ad uscire sarà dal Figlio Gesù dal corpo . La rettitudine così dell'Eterno da un corpo uscirà da forza che sarà a salvare (), chi in cammino , dal serpente . Della risurrezione porterà ai viventi l'energia . Entrerà in chi cammina la potenza e dell'Eterno ."
(Vedi: "C'è il Messia nel Cantico dei Cantici?")

Andando poi nello specifico molte sono le scene del Cantico che richiamano:
  • il giardino, 4,12.13.16 (2 volte); 5,1; 6,2 (2 volte);11; 8,13.
  • la vite 2,13; 6,11; 7,13.
  • la vigna 1,6 (2 volte); 14; 2,15 (2 volte); 7,13; 8,11(2 volte); 12.
  • l'uva e i suoi grappoli 1,14; 2,5; 7,8-9.
  • il vino 1,2.4; 2,4; 4,10; 5,1; 7,10; 8,2 sempre con "iain" e in 7,3 come "moezoeg" .
Il vino, poi, è sempre accompagnato dal concetto dell'amore, infatti:
  • Cantico dei Cantici 1,2 - "Mi baci con i baci della sua bocca! Sì, migliore del vino è il tuo amore."
  • Cantico dei Cantici 1,4 - "Trascinami con te, corriamo! M'introduca il re nelle sue stanze: gioiremo e ci rallegreremo di te, ricorderemo il tuo amore più del vino. A ragione di te ci si innamora!"
  • Cantico dei Cantici 2,4 - "Mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore."
  • Cantico dei Cantici 4,10 - "Quanto è soave il tuo amore, sorella mia, mia sposa, quanto più inebriante del vino è il tuo amore, e il profumo dei tuoi unguenti, più di ogni balsamo."
  • Cantico dei Cantici 5,1 - "Sono venuto nel mio giardino, sorella mia, mia sposa, e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo; mangio il mio favo e il mio miele, bevo il mio vino e il mio latte. Mangiate, amici, bevete; inebriatevi d'amore."
  • Cantico dei Cantici 7,10s - "Il tuo palato è come vino squisito, che scorre morbidamente verso di me e fluisce sulle labbra e sui denti! Io sono del mio amato e il suo desiderio è verso di me."
  • Cantico dei Cantici 8,2 - "Ti condurrei, ti introdurrei nella casa di mia madre; tu mi inizieresti all'arte dell'amore. Ti farei bere vino aromatico..."
L'energia che promana da Dio è l'amore che appunto è come il vino "iain" in cui "forte è l'energia " e questo viene solo dalla "vera vite", il Cristo, immagine del Padre.

COMMENTO ALLA PARABOLA DELLA VERA VITE
Il Vangelo di Giovanni con l'episodio delle nozze di Cana in cui Gesù trasformò l'acqua in vino pone in evidenzia che quello fu il primo segno che lo presentava come il Messia atteso.
In tale occasione i discepoli credettero a Lui e quando poi in Giovanni 15,1 dirà loro "Io sono la vera vite..." erano ormai pronti a seguire con attenzione quanto voleva dir loro.
Avevano, infatti, visto come del vino buono era venuto da quella vite.
Certo la vigna "koroem" pesca i suoi alimenti dalla terra attraverso l'acqua che cade, pioggia che Isaia 55,10.11 paragona alla Parola di Dio.
Ecco allora che la vigna un calice innalza = di benedizione o di maledizione.
La sua linfa è in grado di produrre un succo benefico capace di far innalzare l'uomo verso il cielo, ma che se, se ne abusa, diviene malefico e lo precipita nel profondo degli inferi, onde in tal caso risulta essere una maledizione.
È questo del vino, quindi, una cartina tornasole che misura il buon uso del dono della libertà che Dio ha concesso all'uomo.

A tale ultimo riguardo i versetti in Proverbi 23,29-35 fanno capire come il vino possa diventare anche strumento demoniaco, infatti, "Per chi i guai? Per chi i lamenti? Per chi i litigi? Per chi i gemiti? A chi le percosse per futili motivi? A chi gli occhi torbidi? Per quelli che si perdono dietro al vino, per quelli che assaporano bevande inebrianti. Non guardare il vino come rosseggia, come scintilla nella coppa e come scorre morbidamente; finirà per morderti come un serpente e pungerti come una vipera. Allora i tuoi occhi vedranno cose strane e la tua mente dirà cose sconnesse. Ti parrà di giacere in alto mare o di giacere in cima all'albero maestro. Mi hanno picchiato, ma non sento male. Mi hanno bastonato, ma non me ne sono accorto. Quando mi sveglierò? Ne chiederò dell'altro!"
(Vi sono analogie con gli insegnamenti di Amenemope faraone della XXI Dinastia - 1000 a.C.)

In Appendice, del capitolo Proverbi 23 riporto la decriptazione dei 35 versetti che lo costituiscono.
Una vigna buona, se non potata, presto, però, diviene cespugliosa con vegetazione disordinata per cui la produzione risulta irregolare con piccoli frutti di qualità modesta e a lungo andare degenera in acini agri.
Non tutti i tralci vanno bene, infatti, devono dirigersi verso l'alto o essere orizzontali evitando curve verso il basso affinché la linfa sia facilitata a passare.

Nella vite del Signore, "gafoen" , la linfa "scorre dal Verbo come energia " e "scorre dal Verbo negli emissari ", gli apostoli, che divengono i tralci che portano i suoi frutti, i grappoli con gli acini.
Ciò che passa dal tronco della vite, che nella parabola è l'Unigenito incarnato di cui il Padre è il viticultore, è la linfa dell'amore "'ahabah" che "dall'Unico entra dentro il mondo ".

Questo poi sarà il tema della spiegazione della parabola.
Solo questo amore è quanto devono portare i tralci che dall'agricoltore - Dio Padre - perciò vengono attentamente preparati con la potatura e attorcigliandoli opportunamente per assolvere al meglio la propria funzione.
I tralci non hanno vita in sé, ma portano la linfa della vite altrimenti sono morti; la vita dei tralci è nella vite, loro sono solo dei condotti dell'amore di Dio.
Questo amore di Dio si evidenzia con sua Parola che reca lo Spirito che edifica e da la vita, ossia che vivifica per la potenza che sostiene.

Nel Vangelo di Giovanni, al capitolo precedente, il 14, Gesù aveva parlato del suo "dimorare" in colui che lo ama con queste parole "Gli disse Giuda, non l'Iscariota: Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo? Gli rispose Gesù: Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato." (Giovanni 14,22-24)

Ecco che la parabola della vite e dei tralci chiarisce questo dimorare di e in Cristo proprio come lo stargli attaccati e nutrirsi della sua linfa non prendendo altro che non venga da lui, infatti, "Chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato." (1Giovanni 2,6)

Ogni tralcio porta frutto, e questi sono i grappoli di uva, per la parabola.
Grappolo come abbiamo visto è "'oeshkol" perché "dell'Unico un fuoco racchiude ", il fuoco dello Spirito Santo, il fuoco dell'amore.
Questi grappoli i suoi discepoli, in effetti, sono una benedizione per il mondo, perché apportatori di quel Santo Spirito.
Riporta al riguardo il profeta Isaia quanto dice il Signore: "Dice il Signore: Come quando si trova succo in un grappolo, si dice: Non distruggetelo, perché qui c'è una benedizione, così io farò per amore dei miei servi, per non distruggere ogni cosa. Io farò uscire una discendenza da Giacobbe, da Giuda un erede dei miei monti." (Isaia 65,8s)

L'insieme dei grappoli sono il frutto "peri" della vite che "del Verbo il corpo sono ", la Chiesa, la vigna del Signore che riguarda proprio una similitudine col Regno dei Cieli.
Quella della "Vigna del Signore", di fatto, è la parabola "dei lavoratori della vigna" che si trova solo nel Vangelo di Matteo che recita: "Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella vigna. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama i lavoratori e da loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi." (Matteo 20,1-16)

Nel testo della parabola si parla di prima, terza, sesta, nona e undicesima ora che corrispondevano al levar del sole, la sesta ora era il mezzogiorno e l'undicesima era, addirittura, le cinque del pomeriggio.

Al riguardo è da ricordare quanto disse a commento Papa Benedetto XVI nell'Angelus del 21 settembre 2008 a Castel Gandolfo: "Cari fratelli e sorelle, forse ricorderete che quando, nel giorno della mia elezione, mi rivolsi alla folla in Piazza San Pietro, mi venne spontaneo presentarmi come un operaio della vigna del Signore. Ebbene, nel Vangelo di oggi - Matteo 20,1-16a, Gesù racconta proprio la parabola del padrone della vigna che a diverse ore del giorno chiama operai a lavorare nella sua vigna. E alla sera dà a tutti la stessa paga, un denaro, suscitando la protesta di quelli della prima ora. È chiaro che quel denaro rappresenta la vita eterna, dono che Dio riserva a tutti. Anzi, proprio quelli che sono considerati "ultimi", se lo accettano, diventano "primi", mentre i "primi" possono rischiare di finire "ultimi". Un primo messaggio di questa parabola sta nel fatto stesso che il padrone non tollera, per così dire, la disoccupazione: vuole che tutti siano impegnati nella sua vigna. E in realtà l'essere chiamati è già la prima ricompensa: poter lavorare nella vigna del Signore, mettersi al suo servizio, collaborare alla sua opera, costituisce di per sé un premio inestimabile, che ripaga di ogni fatica. Ma lo capisce solo chi ama il Signore e il suo Regno; chi invece lavora unicamente per la paga non si accorgerà mai del valore di questo inestimabile tesoro."

Al tempo di Gesù esistevano il siclo "sheqel" o moneta corrente e lo "sheqel kodesh" il siclo sacro, ma solo quest'ultimo era ammesso nel Tempio, ecco perché nel suo atrio c'erano i cambiavalute che cambiavano in "sheqel kodesh" la moneta corrente e le monete romane e straniere, proibite in quanto recanti una l'effigie di divinità straniera ivi compreso l'imperatore.
Il pagamento del lavorare nella vigna del Signore è appunto unico per tutto, è lo "sheqel kodesh", la moneta della Santità che il Signore riconosce ai lavoratori che rispondono alla Sua chiamata e la moneta ricorda un trattamento "alla risurrezione leggero, facile e veloce ", diviene insomma un lasciapassare che dimostra l'avvenuta "giustificazione" da parte del Signore purché trovi l'uomo al lavoro nell'ultima ora, come accadde per il ladrone che sulla croce disse bene di Lui all'altro brigante.

GESÙ VERSA IL SUCCO
Dopo i discorsi seguiti all'ultima cena "...Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cedron, dove c'era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli." (Giovanni 18,1)

Matteo in 26,30 e Marco in 14,32 parlano del "podere" del "Getzemani", quindi di un torchio "Gat" e di olio "Shemen" .
Il torchio richiama la profezia di Isaia che riguarda il Messia: "Chi è costui che viene da Edom, da Bozra con le vesti tinte di rosso? Costui, splendido nella sua veste, che avanza nella pienezza della sua forza? Io, che parlo con giustizia, sono grande nel soccorrere. Perché rossa è la tua veste e i tuoi abiti come quelli di chi pigia nel tino? Nel tino ho pigiato da solo e del mio popolo nessuno era con me." (Isaia 63,1-3a)

Luca nel suo Vangelo dice del Monte degli Ulivi, ma il Vangelo di Giovanni sottolinea il particolare che dove andarono, in effetti, era proprio un giardino.
Era perciò quello che in ebraico si dice un "karmoel" che evidentemente essendo un "podere" conteneva anche una vigna "koeroem" che probabilmente produceva vino per il Tempio, vista la vicinanza con questo onde i sacerdoti addetti potevano verificarne i procedimenti di produzione ed accertarne la loro "kasherut".
Lui "la vite vera", il "goefoen 'oemoet" era solito andare li con i discepoli, vi "camminava in una persona () la verità ", era "nel cammino il Verbo bello () tra gli uomini "... era, infatti, Lui il Messia, quegli di cui dice il Salmo 45: "Tu sei il più bello tra i figli dell'uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia, perciò Dio ti ha benedetto per sempre." (Salmo 45,3)

Questo giardino fa ricordare quello da dove Adamo fu cacciato e così di conseguenza anche gli alberi della vita e della conoscenza.
Gesù, Figlio di Dio per natura divina, ha la missione di assumere a pieno la natura umana e di percorrere la via di Adamo, salvo il peccato.
Prima di prendere su di sé il peso delle colpe dell'umanità tutta intera i sinottici, concordi, segnalano che ebbe angoscia e pregò il Padre di allontanare da Lui quel calice, ma comunque rassegnò al Padre la propria volontà perché operasse al meglio per lo scopo della salvezza degli uomini.
In tale contesto Luca precisa che Gesù entrò in un vera e propria agonia, questa, infatti, è la parola in greco usata per "lotta" come "agone" quando precisa: "Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra." (Luca 22,44)

Questa situazione, associata alla similitudine di Gesù alla pianta di una vite, offre l'immagine dei frutti ormai giunti a maturazione, in quanto, quelle gocce di sangue ci presenta la vite con grappoli di uva rossa. Pieni, turgidi tanto da aprirsi in gocce.
Gesù, quindi, accettata la passione, fu cacciato via da quel giardino da un gruppo di soldati e guardie "con lanterne, fiaccole e armi", appunto come fosse un vero malfattore, seguendo pur senza peccato le sorti di Adamo che fu scacciato dal Gan Eden.
Nel processo con Pilato, poi, Gesù testimonia che è la "vera" vite e la parola "verità" risuona più volte pur se non compresa: "...sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce." (Giovanni 18,37), ma "Gli dice Pilato: Che cos'è la verità?"

Il rosso di quell'uva viene manifesto durante la flagellazione e gocce ne sprizzano attorno rubiconde e tutto è poi esaltato dal mantello da legionario in lana color rosso che gli posero sulle spalle i soldati romani per beffeggiarlo.
Poi, condotto sul Golgota, a questo punto il legno della croce diviene il sostegno della vite con ferri acuminati che l'affiggono a quei legni.


È il momento della vendemmia e di raccogliere i frutti "uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua." (Giovanni 19,34)


"La terra ha dato il suo frutto." (Salmo 67,7)

Il frutto è il vino nuovo dato al mondo dal Crocifisso; è la Chiesa, nata dal costato di Cristo.
Questo vino è il , "il sangue della Sua vite , ossia "il sangue che "scorre dalla sua persona ()".
È il frutto della Vite Santa lavorato dal Padre Suo che con l'acqua del battesimo fa nascere i cristiani fratelli di Cristo piantati come nuove viti per formare la Vigna del Signore.
Questi a loro volta come martiri di Cristo hanno versato il loro sangue abbondante in ogni tempo perché loro, appunto, fanno parte della Vigna del Signore, infatti, scrisse Tertulliano: "Il sangue dei martiri è il seme dei cristiani." (da "Apologeticum") e questo sangue è come quello di Cristo, in quanto è nato dal seme del Suo.
I cristiani sono il corpo di Cristo in terra, infatti, a Saulo che perseguitava i cristiani apparve il Signore sulla via di Damasco: "e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Rispose: Chi sei, o Signore? Ed egli: Io sono Gesù, che tu perseguiti!" (Atti 9,4s)

APPENDICE - PROVERBI 23 - DECRIPTAZIONE
Proverbi 23,1 - Quando siedi a mangiare con uno che ha autorità, bada bene a ciò che ti è messo davanti;

Proverbi 23,2 - mettiti un coltello alla gola, se hai molto appetito.

Proverbi 23,3 - Non bramare le sue ghiottonerie, perché sono un cibo fallace.

Proverbi 23,4 - Non affannarti per accumulare ricchezze, sii intelligente e rinuncia.

Proverbi 23,5 - Su di esse volano i tuoi occhi ma già non ci sono più: perché mettono ali come aquila e volano verso il cielo.

Proverbi 23,6 - Non mangiare il pane dell'avaro e non bramare le sue ghiottonerie,

Proverbi 23,7 - perché, come uno che pensa solo a se stesso, ti dirà: Mangia e bevi, ma il suo cuore non è con te.

Proverbi 23,8 - Vomiterai il boccone che hai mangiato e rovinerai le tue parole gentili.

Proverbi 23,9 - Non parlare agli orecchi di uno stolto, perché egli disprezzerà le tue sagge parole.

Proverbi 23,10 - Non spostare il confine antico, e non invadere il campo degli orfani,

Proverbi 23,11 - perché il loro vendicatore è forte e difenderà la loro causa contro di te.

Proverbi 23,12 - Apri il tuo cuore alla correzione e il tuo orecchio ai discorsi sapienti.

Proverbi 23,13 - Non risparmiare al fanciullo la correzione, perché se lo percuoti con il bastone non morirà;

Proverbi 23,14 - anzi, se lo percuoti con il bastone, lo salverai dal regno dei morti.

Proverbi 23,15 - Figlio mio, se il tuo cuore sarà saggio, anche il mio sarà colmo di gioia.

Proverbi 23,16 - Esulterò dentro di me, quando le tue labbra diranno parole rette.

Proverbi 23,17 - Non invidiare in cuor tuo i peccatori, ma resta sempre nel timore del Signore,

Proverbi 23,18 - perché così avrai un avvenire e la tua speranza non sarà stroncata.

Proverbi 23,19 - Ascolta, figlio mio, e sii saggio e indirizza il tuo cuore sulla via retta.

Proverbi 23,20 - Non essere fra quelli che s'inebriano di vino né fra coloro che sono ingordi di carne,

Proverbi 23,21 - perché l'ubriacone e l'ingordo impoveriranno e di stracci li rivestirà la sonnolenza.

Proverbi 23,22 - Ascolta tuo padre che ti ha generato, non disprezzare tua madre quando è vecchia.

Proverbi 23,23 - Acquista la verità e non rivenderla, la sapienza, l'educazione e la prudenza.

Proverbi 23,24 - Il padre del giusto gioirà pienamente, e chi ha generato un saggio se ne compiacerà.

Proverbi 23,25 - Gioiscano tuo padre e tua madre e si rallegri colei che ti ha generato.

Proverbi 23,26 - Fa' bene attenzione a me, figlio mio, e piacciano ai tuoi occhi le mie vie:

Proverbi 23,27 - una fossa profonda è la prostituta, e un pozzo stretto la straniera.

Proverbi 23,28 - Ella si apposta come un ladro e fra gli uomini fa crescere il numero dei traditori.

Proverbi 23,29 - Per chi i guai? Per chi i lamenti? Per chi i litigi? Per chi i gemiti? A chi le Percosse per futili motivi? A chi gli occhi torbidi?

Proverbi 23,30 - Per quelli che si perdono dietro al vino, per quelli che assaporano bevande inebrianti.

Proverbi 23,31 - Non guardare il vino come rosseggia, come scintilla nella coppa e come scorre morbidamente;

Proverbi 23,32 - finirà per morderti come un serpente e pungerti come una vipera.

Proverbi 23,33 - Allora i tuoi occhi vedranno cose strane e la tua mente dirà cose sconnesse.

Proverbi 23,34 - Ti parrà di giacere in alto mare o di giacere in cima all'albero maestro.

Proverbi 23,35 - Mi hanno picchiato, ma non sento male. Mi hanno bastonato, ma non me ne sono accorto. Quando mi sveglierò? Ne chiederò dell'altro!

La parte che riguarda il vino è negli ultimi 7 versetti Proverbi 23,29-35 e di questa fornisco la decriptazione giustificata e poi tutta di seguito riporto quella dell'intero capitolo.

Proverbi 23,29 - Per chi i guai? Per chi i lamenti? Per chi i litigi? Per chi i gemiti? A chi le percosse per futili motivi? A chi gli occhi torbidi?




Dal serpente a vivere fu l'Unigenito portato . Fu il Potente dalla Madre , fu dal Padre condotto . Fu perché () gli esistesse in vita il giudizio . Sarà dai viventi il serpente allontanato ( = ). Saranno dall'ammalarsi () i viventi a essere salvati (). Vedranno riesistere i viventi la festa . Il vivere del serpente , che nei viventi fu a chiudersi in tutti , il Potente porterà a finire . Si vedranno essere angeli gli esseri viventi .

Proverbi 23,30 - Per quelli che si perdono dietro al vino, per quelli che assaporano bevande inebrianti.



Perché () fratelli per il corpo gli saranno i viventi , saliranno all'Essere con la forza dell'energia nel cuore dell'Unigenito . Sarà nei viventi la potenza della legge portata nei corpi , vivranno la vita in pienezza dei retti .

Proverbi 23,31 - Non guardare il vino come rosseggia, come scintilla nella coppa e come scorre morbidamente.




La maledizione () finirà dai corpi . Dell'Unico risarà a esistere l'energia della rettitudine che c'era . Sarà per il Crocifisso l'uomo retto a riessere . Saranno nel Crocefisso inviati dentro . Così gli saranno nel foro , si vedranno essere ai pascoli (), saranno in processione a casa . A vivere saranno nella luce in alto ( = ).

Proverbi 23,32 - Finirà per morderti come un serpente e pungerti come una vipera.



Dei fratelli alla testa sarà il Crocifisso a recarli dei retti angeli nell'assemblea . A gioire tra i retti porterà retti su il Verbo i miseri belli () col corpo risorto .

Proverbi 23,33 - Allora i tuoi occhi vedranno cose strane e la tua mente dirà cose sconnesse.



A vedere che esistono gli angeli saranno così lanciati (). L'Unigenito li condurrà da pellegrini e tutti li porterà nel cuore . Nel vaso saranno aiutati dentro al corpo del Crocifisso ad entrare . Il Verbo così li condurrà alla fine .

Proverbi 23,34 - Ti parrà di giacere in alto mare o di giacere in cima all'albero maestro.



Portati dal mondo saranno . Saranno tutti così i risorti , retti dentro . Dentro al cuore saranno i viventi condotti come a giacere . Dentro si vedranno () i risorti nel seno () del Potente .

Proverbi 23,35 - Mi hanno picchiato, ma non sento male. Mi hanno bastonato, ma non me ne sono accorto. Quando mi sveglierò? Ne chiederò dell'altro!




Per il peccare () sbarrare nel mondo la rettitudine porterà frutto . Per il serpente la malattia completa sarà . Fuori il serpente dai viventi porterà . Inviato sarà alla distruzione . Bloccata se ne vedrà completamente l'esistenza . Dagli uomini sarà dall'Unigenito rovesciato . Sarà la sozzura () portata in un buco . Sarà disperso (); dentro lo verserà . Un fuoco all'angelo (ribelle) porterà .

Proverbi 23,1 - Così ci sono del Crocifisso le spighe. Il cibo puro ha portato risorto dal cuore. Sono angeli tutti. Dentro sono gli apostoli venuti alla beatitudine del Potente. Dal Verbo inviati sono così.

Proverbi 23,2 - Porta risorti gli uomini in figura di angeli, dentro per potente azione retti, dall'Unico a vivere a casa in alto. Gli angeli del Verbo Risorto vengono dal mondo.

Proverbi 23,3 - La maledizione finirà completamente. Col corpo vivi si vedranno dalla morte essere portati e dal mondo li ha recati Dio chiusi nella piaga che colpito a casa fu dai viventi.

Proverbi 23,4 - Con Dio dalla croce sono in cammino in alto usciti. Si vedono risorti, sono con i corpi in vita. A casa sono degli angeli completamente retti del mondo i miseri.

Proverbi 23,5 - Dal mondo alla fine si vedranno portati dal Verbo. In vista saranno degli angeli per la rettitudine a casa portati dell'Unico. Saranno inviati ai pascoli, così saranno a vedere la luce del mondo. Si vedranno risorti usciti dal serpente portati come angeli. Il Verbo i viventi come aquila porterà in volo dal mondo al cielo.

Proverbi 23,6 - Dio sul colle racchiuderà i viventi. Verranno guizzanti dalle tombe vivi. Il male dall'agire sarà stato ricusato, il serpente finito. Il crocefisso Unigenito li porterà dal Potente vivi. Nel Cuore i popoli alla fine gli saranno condotti.

Proverbi 23,7 - Così saranno tra i retti i viventi portati la luce a vedere. Le moltitudini inviate dal Verbo, simili per rettitudine ad angeli, dal mondo porterà l'Unigenito all'Unico. A misurare li porterà le colonne del mondo. Sono dall'Unico a vivere col corpo. In cammino li porterà nel cuore, condotti inghiottiti dalla piaga.

Proverbi 23,8 - Il Verbo dall'oppressione all'Unico la sposa alla fine di tutto verserà. Saranno a incontrarlo i riportati risorti dalla tomba. Tutti aiuterà dentro al corpo a stargli. Da sacerdote agirà nei giorni per i viventi.

Proverbi 23,9 - Dentro l'Unigenito questi inviati sono al trono, saranno dal potente Dio finalmente. Alla porta i figli così saranno, saranno a casa portati. Colpita dalla potente luce la sposa vivente del Potente sarà retta.

Proverbi 23,10 - Con Dio alla fine in pienezza in cammino alla maestà li porterà. All'eternità e a casa dell'Onnipotente saranno alla fine condotti i viventi. Saranno le centinaia a guizzare dall'arca dell'Unigenito.

Proverbi 23,11 - Così saranno in cammino con Dio i viventi nell'assemblea. Questi versati in Lui saranno col corpo. Saranno dentro venuti dalla lite a vivere per l'Unigenito crocefisso rettamente.

Proverbi 23,12 - Entrati a casa saranno dell'Unico dal mondo perché portati dalla ribellione a un cuore retto. Condotti dall'Unigenito questi angeli sono. La prigione del ribelle sbarrata si vedrà finita.

Proverbi 23,13 - Dio puri con gli angeli i popoli smarriti a vivere porterà nella pienezza col corpo. Della rettitudine che stava nel crocefisso il retto frutto sorgerà. Dentro i cuori il serpente terribile porterà alla fine.

Proverbi 23,14 - Nell'Unigenito crocefisso entreranno dentro rapiti nel cuore. Dall'oppressione ad abitare li porterà tra gli angeli. Il superbo porterà a vivere all'inferno. Finirà giù l'esistenza del serpente.

Proverbi 23,15 - A casa inviati saranno dall'Unico i viventi con la sapienza del cuore, retti, saranno alla gioia. Guizzeranno dentro gli afflitti viventi da "Io sono".

Proverbi 23,16 - Ed alla fine in alto questi tra gli angeli entreranno. Il maligno recato a finire sarà dentro dalla Parola bruciato. Semplici, retti i viventi saranno. Col risorto corpo saranno a vivere.

Proverbi 23,17 - Da Dio saranno versati angeli a Dio, dentro retti chiusi dentro nel cuore, saranno nella piaga che c'è nell'Unigenito i viventi, dentro saranno col corpo, verrà con il Signore la sposa un giorno.

Proverbi 23,18 - Così saranno con l'Unigenito i viventi che sarà a risorgere dei fratelli il corpo. Saranno finalmente portati tutti per la fune del Crocefisso. La sposa verrà con l'Agnello alla fine.

Proverbi 23,19 - Alla luce dal seno dell'Unigenito crocefisso usciranno i figli, saranno riportati dalle tombe così i viventi, li condurrà dall'Unico risorti con il corpo a casa per la via del cuore retto.

Proverbi 23,20 - Da Dio finalmente dal mondo saranno per abitare nella pienezza a casa. L'Unico, che fu, è, sarà, con energia dentro ha colpito il maledetto. Sono nella carne dal Potente portati.

Proverbi 23,21 - Così saranno nei gironi della casa dell'Unico portati. Tratto fuori il serpente, saranno portati col corpo risorti. E, abbattuto il male sarà stato dagli uomini. Dal cuore al vegliardo porterà i viventi dal mondo.

Proverbi 23,22 - Bruciata la perfidia, dal Padre saranno così. Questi usciranno ripartoriti retti. Li porterà Dio con l'arca, li condurrà puri. Sarà stata questi riversata l'energia che uscì dall'Unigenito dalla piaga.

Proverbi 23,23 - Dall'Unico gli uomini verserà. Angeli dal mondo porterà a Dio il Crocifisso a vivere. L'Agnello la sapienza avrà recato della vita e dal foro del corpo avrà recato l'intelligenza.

Proverbi 23,24 - Al giubilo dall'essere afflitti li porterà al Potente. Del Padre saranno su alla porta. Saranno versati in chi li ha generati, ve li chiuderà alla rettitudine i viventi portati, al Nome li porterà.

Proverbi 23,25 - Saranno alla gioia del Padre, saranno così portati all'Unico, dalla piaga li porterà il Crocefisso, a rivelare sarà portata del Potente la legge divina della rettitudine.

Proverbi 23,26 - Dal drago uscita, del Figlio è nel cuore la sposa all'esistenza portata. Alla vista è degli angeli. C'è stata così una via; una fune giù ha inviato nel mondo.

Proverbi 23,27 - Così sarà la risurrezione recata. Dalle tombe usciranno i popoli e per rovesciarli fuori avrà portata l'energia. Ad entrare li porterà dentro l'Unigenito nel corpo. Su con i corpi usciranno; angeli dell'Agnello saranno (quelli) del mondo.

Proverbi 23,28 - L'ira nel mondo ci sarà dell'Unico con vigore. Un luogo d'arsione l'Unigenito i corpi dentro porterà e la perfidia che è nei viventi da dentro l'uomo alla fine farà venir meno.

Proverbi 23,29 - Dal serpente a vivere fu l'Unigenito portato. Fu il Potente dalla Madre, fu dal Padre condotto. Fu perché esistesse in vita il giudizio. Sarà dai viventi il serpente allontanato. Saranno dall'ammalarsi i viventi a essere salvati. Vedranno riesistere i viventi la festa. Il vivere del serpente, che nei viventi fu a chiudersi in tutti, il Potente porterà a finire. Si vedranno essere angeli gli esseri viventi.

Proverbi 23,30 - Perché fratelli per il corpo gli saranno i viventi, saliranno all'Essere con la forza dell'energia nel cuore dell'Unigenito. Sarà nei viventi la potenza della legge portata nei corpi, vivranno dalla prova retti.

Proverbi 23,31 - La maledizione finirà dai corpi. Dell'Unico risarà a esistere l'energia della rettitudine che c'era. Sarà per il Crocifisso l'uomo retto a riessere. Saranno nel Crocefisso inviati dentro. Così, gli saranno nel foro, si vedranno essere ai pascoli, saranno in processione a casa. A vivere saranno nella luce in alto.

Proverbi 23,32 - Dei fratelli alla testa sarà il Crocifisso a recarli dei retti angeli nell'assemblea. A gioire tra i retti porterà retti su il Verbo i miseri belli col corpo risorto.

Proverbi 23,33 - A vedere che esistono gli angeli saranno così lanciati. L'Unigenito li condurrà da pellegrini e tutti li porterà nel cuore. Nel vaso saranno aiutati dentro al corpo del Crocifisso ad entrare. Il Verbo così li condurrà alla fine.

Proverbi 23,34 - Portati dal mondo saranno. Saranno tutti così i risorti, retti dentro. Dentro al cuore saranno i viventi condotti come a giacere. Dentro si vedranno i risorti nel seno del Potente.

Proverbi 23,35 - Per il peccare sbarrare nel mondo la rettitudine porterà frutto. Per il serpente la malattia completa sarà. Fuori il serpente dai viventi porterà. Inviato sarà alla distruzione. Bloccata se ne vedrà completamente l'esistenza. Dagli uomini sarà dall'Unigenito rovesciato. Sarà la sozzura portata in un buco. Sarà disperso; dentro lo verserà. Un fuoco all'angelo (ribelle) porterà.

a.contipuorger@gmail.com

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