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L'ELEZIONE DI DIO PASSA PER LA MADRE
di Alessandro Conti Puorger

LA PRECOGNIZIONE DELLE MAMME
Si dice che i genitori non dovrebbero fare preferenze tra i propri figli, se ne hanno più di uno, il che sostanzialmente è vero.
Nella pratica ciò non è sempre evitabile che accada e non è detto non sia necessario fare dovute differenze.
Del resto ogni figlio è speciale e il genitore illuminato sa come vanno trattati dando tutto il proprio amore nel modo migliore che possa ricevere ciascuno e in modo ottimale perché portino in loro frutto e vi sia armonia evitando possibili gelosie tra di loro.
Vanno certamente escluse preferenze "uterine" o di "pancia", magari causate da somiglianze o per il solo fatto che fosse il primogenito o tanto meno per le doti che manifesta se simili a quelle del genitore stesso che per qualche motivo c'entra in qualche misura o geneticamente o tramite gli insegnamenti nei primi anni di vita.
Del resto la "parabola dei talenti" insegna che questi non sono distribuiti in modo eguale; ognuno ne ha una propria misura.
Solo genitori accorti se ne rendono conto e prima lo fanno prima ne viene bene ai figli e alla società, oltre che ai genitori stessi.
Vivendo in comune nello stretto contatto familiare giornaliero il padre e la madre sono i più titolati a esprimere valutazioni su di loro essendo stati messi in grado di conoscere le reali possibilità dei propri rampolli e avuto modo di soppesarle.
Ora, per tali conoscenze possono cercare di aiutarli a migliorare lati negativi, in quanto intimamente ne sanno le debolezze e i punti di forza, ma tutto questo non da luogo a motivi per dare meno amore, che invece va dato sempre con la stessa intensità per tutti, anche se mirato in modo diverso.
Ciascuno dei due genitori fa intime valutazioni di merito dei vari aspetti e sui difetti che dai figli, purtroppo, alcune volte vengono a trasparire e, in occasione delle decisioni familiari importanti di cui sono responsabili, in comune accordo, necessariamente, fanno la scelta d'appoggiarsi all'uno o all'altro, il che pur se ha alle radici una buona intenzione, può apparire una preferenza.
A tale riguardo si deve proprio costatare che le madri sono come dotate di un sesto senso, perché nel fare certe scelte di solito hanno la vista molto lunga, spesso molto più dei papà.
Del resto portano in seno il figlio per nove mesi, mentre i padri ne prendono atto concretamente nella maggior parte dei casi con le prime moine, di sovente dopo l'allattamento.
I papà spesso, infatti, sono miopi, soprattutto sui figli maschi, più presi nei primi anni di vita e di adolescenza dal loro modo di affrontare lo sport e le prove di coraggio, retaggio dei secoli passati e non s'accorgono d'avvisaglie di negatività che stanno venendo fuori.
Può così accadere che non abbiano avuto modo di soppesare doti importanti che veramente serviranno nella vita, mentre le madri hanno potuto valutare il tutto con maggiore ponderatezza essendo state in genere più in contatto con loro quando erano nella tenera età, quindi, conoscono bene le vere attitudini dei propri marmocchi che poi si portano appresso spesso anche da uomini adulti. Come ciò avviene per le cose di questo mondo, la Bibbia propone che qualcosa del genere si verificò anche in campo spirituale.
Intendo con ciò parlare dell'illuminazione provvidenziale che ebbe la matriarca Rebecca, sposa del patriarca Isacco, nei riguardi del figlio Giacobbe, rispetto al padre che preferiva Esaù; eppure i due erano gemelli e i due genitori entrambi Santi.

Prima di entrare nel vivo dell'articolo è necessaria una particolare introduzione.
A scenario di quando andrò dicendo sui quei due fratelli rimando alla lettura di "Vino nella Bibbia: causa d'incesti e segno del Messia" al paragrafo " Esaù e Giacobbe-(Genesi capitolo 25)".

Avverto poi il lettore, che forse s'imbatte per la prima volta nei miei personali commenti, studi e meditazioni sulle Sacre Scritture, che per far ciò uso anche un personale strumento per me di grande aiuto, un mio metodo di regole di decriptazione per ottenere pagine di 2° livello sull'epopea del Messia di cui è detto in "Parlano le lettere" e in "Le 22 sacre lettere, appunti di un qabalista cristiano" e ciò in base ai significati grafici delle lettere ebraiche riportati sulle schede che s'ottengono cliccando sui loro simboli indicati nella colonna a destra delle pagine di questo mio Sito.

Al riguardo, perché utili sull'argomento, segnalo anche:
Il libro del Genesi, il primo della Torah, porta chi lo scruta ai momenti iniziali della "creazione" e con il "midrash" di Genesi 3 a prendere atto che l'umanità aveva scelto di vivere senza Dio.
Dopo un lungo tempo di errori in cui si era dibattuta, intervenne la decisione di Dio di farsi presente per evitare la catastrofe dell'umanità e il Creatore con quanto definito come "il diluvio" inviò un'inondazione di grazia, intesa come intenzione almeno da parte Sua di far in modo che finisse lo stato venutosi a determinare di un'umanità separata da Lui.
Con il "diluvio" il Creatore affermava l'intenzione di intervenire da alleato dell'uomo per vincere lo spirito del male che ormai lo stava schiavizzando e opprimendo e fu così che Dio iniziò a intervenire concretamente, ossia in modo captabile dall'uomo.
Venne a esistere come una nuova umanità discesa da un uomo, un nocchiero Noè, "Noach" (nome che viene dal radicale di "guidare" ) profezia di chi in futuro, il Messia, sarebbe venuto a guidarla per la conclusione dei tempi.
Tra i discendenti di Noè il Signore Dio scelse poi Abramo in cui accese il dono della fede in Lui; da questi in modo concreto sarebbe partita una nuova storia dei rapporti tra Dio e l'uomo che avrebbe recato alla redenzione.
Dio provò Abramo in tanti modi e da questi, ormai centenario e dalla moglie Sara, sterile e novantenne, quindi in un modo prodigioso, fece nascere Isacco, il figlio della promessa, un unico figlio cui era affidato tutto il disegno divino per il futuro salvifico per l'uomo, figura del Messia; eppure lo stesso Dio chiese ad Abramo di sacrificargli proprio questo figlio amato e desiderato, nato dopo tante attese e peripezie.

Tutto ciò è raccontato in Genesi 22 nell'episodio detto del "sacrificio di Isacco", in cui lo stesso angelo di Dio però fermò la mano di Abramo armata di coltello pronta a sacrificare il figlio sulla catasta di legno già approntata per l'olocausto.

Subito dopo, il capitolo Genesi 23 inizia in questo modo: "Gli anni della vita di Sara furono centoventisette: questi furono gli anni della vita di Sara. Sara morì a Kiriat-Arbà, cioè Ebron, nella terra di Canaan, e Abramo venne a fare il lamento per Sara e a piangerla."

Morì Sara, aveva 127 anni, Isacco 37, Abramo 137; non è detto, ma è implicito, che ciò accadde subito dopo il ritorno da quel sacrificio.
Evidentemente ciò lascia pensare che Sara in tale occasione aveva avuto una grande paura di perdere il figlio.
Vari commentatori, infatti, collegano i due fatti e suggeriscono che Sara sia morta a seguito dello shock al cuore provato.

Il capitolo precedente, il 22 del Genesi, però si conclude al versetto 22,23 con l'annuncio della nascita di Rebecca, che sarà la moglie del figlio Isacco. La nascita di questa, insomma, è annunciata prima della scomparsa di Sara da cui ecco la conclusione cui perviene il pensiero ebraico al riguardo.

Scrive Sforno in Ba'al Hatturim che un giusto non viene mai portato via dal mondo prima che nasca un successore, come insegna il versetto Qoelet 1,5 "Il sole sorge e il sole tramonta."; quindi, se Sara moriva, nasceva però un'altra giusta, Rebecca.
D'altronde l'errore del peccato originale doveva trovare redenzione attraverso una Donna santa che avesse prodotto una stirpe santa che schiacciasse la testa al serpente, anche questi se la tenterà al calcagno, quindi, vi sarà una fila di Sante matriarche e di donne dell'Antico Testamento che preparerà la venuta della Donna Santissima, madre del Messia.

Rebecca, la sposa di Isacco, figlio di Abramo, era la figlia del nipote di questi, l'arameo Betel , figlio di Nacor, fratello di Abramo e il nome Rebecca, "Rivqah", , è fatto derivare dalla radice verbale semitica, "r-b-q", avente il significato di "unire", "legare", "catturare", quindi, elemento di connessione, vale a dire "corda", "fune" e starebbe indicare "che avvince con la sua bellezza", "molti si piegano - inchinano alla (sua) uscita ".
Betuel, , ha in sé le lettere di "bet" di casa e - o figlia e di Dio "'El" .

Cosi, infatti, in Genesi 24,24 si presentò Rebecca al servo Elizier che Abramo aveva mandato nel paese dei due fiumi, alla città di Nacor: "Io sono figlia di Betuel, , il figlio che Milca partorì a Nacor".

Tirando le somme dell'Antico e Nuovo Testamento, sappiamo bene che dopo circa XX secoli da discendenti di Rebecca nascerà Maria di Nazaret, definita con il titolo cristiano di "Madre di Dio", in greco "Theotokos", , in latino "Dei Genitrix", Madre di Cristo, Madre della Chiesa, in base al dogma mariano stabilito il 22 giugno dell'anno 431 nel Concilio di Efeso.

Ecco che quei due nomi a posteriori appaiono veramente profetici:
  • una figlia di Betel della casa scelta per portare Dio ;
  • "Rivqah", , "il corpo dentro verserà nel mondo ".
Proseguiamo però con ordine.

Il capitolo Genesi 23, nel trattare della morte di Sara, riferisce della tomba dei patriarchi che Abramo acquisto dagli Hittiti a Ebron, la grotta in Macpela di fronte a Mamre, nel campo di Efron.

Tutto il capitolo Genesi 24 poi riguarda il viaggio del servo di Abramo in Armenia a Paddam Aram per trovare una moglie per figlio Isacco presso i parenti di Abramo.
Dopo varie vicende in cui s'intravede che si sta realizzando il disegno divino, i familiari di Rebecca acconsentirono e "...essi lasciarono partire Rebecca con la nutrice, insieme con il servo di Abramo e i suoi uomini." (Genesi 24,59)

Questa nutrice si chiamava Debora, come si apprende dal versetto Genesi 35,8 a lei dedicato quando morì e fu sepolta da Giacobbe a Betel, infatti, dice: "Allora morì Debora, la nutrice di Rebecca, e fu sepolta al di sotto di Betel, ai piedi della quercia. Così essa prese il nome di Quercia del Pianto", quindi Debora è un personaggio che ha avuto certamente un ruolo importante nella storia di Rebecca e di Giacobbe.

El Betel si chiamava Luz, si trovava a 19 chilometri a nord di Gerusalemme ove Abramo costruì un altare e vi tornò (Genesi 12,8; 13,3).

In effetti, come dice Genesi 28,19, fu proprio Giacobbe a chiamarla Betel, "casa di Dio" (Genesi 28,19; 31,13; 48,3) quando fuggiva da Esaù, perché Dio si rivelò in sogno come vedremo.

Dopo il ritorno da Labano, Giacobbe vi abitò e vi fece un altare (Genesi 35,1-8.16).

Secondo alcuni commentatori pare più giusto dire al plurale "Quercia dei Pianti" e pensano che stia ad alludere la commemorazione anche della morte di Rebecca, forse avvenuta prima in un tempo indeterminato.
Del pari, nulla si dice di un incontro da parte di Giacobbe col padre Isacco né delle sue proprietà; forse c'era stato qualche cambiamento che non viene detto ad opera degli Ittiti nel comando della zona.

Torniamo al racconto del capitolo Genesi 24; questo non si sofferma sul viaggio di ritorno, ma presenta l'incontro con Rebecca da parte di Isacco che risiedeva nelle steppe del Negev e precisa "Isacco uscì sul far della sera per svagarsi in campagna e, alzando gli occhi, vide venire i cammelli." (Genesi 24,63)

L'ho segnalato per evidenziare quella tendenza di Isacco a vagare per la "campagna", in effetti, dice il testo ebraico "steppa", "sadoeh" , proprio "sul far della sera", in luoghi che sono associati allo "shad" demonio o spirito maligno, ove secondo l'immaginario vivevano gli "Jinn" entità maligne e demoniache.

La C.E.I. traduce "svagarsi" quanto ebraico è scritto "sucha" , termine usato solo in quel versetto che però con la lettera "shin" anziché "sin" da luogo a scendere, degradare e a fossa, insomma indice di luoghi pericolosi fisicamente e spiritualmente in cui Isacco, il giusto, passava indenne, ma sta ad avvertire e a preparare che quel patriarca amava la natura e gli svaghi relativi, tendenza che poi diverrà esasperata nel primo figlio maschio.

In Genesi 25,20 finalmente si legge: "Isacco aveva quarant'anni quando si prese in moglie Rebecca, figlia di Betuel l'Arameo, da Paddan-Aram, e sorella di Labano, l'Arameo".

Rebecca però, come si comprende dai fatti e dal testo, non poteva avere figli. Abramo non vedendo ancora una discendenza da Isacco nel frattempo aveva pensato di provvedere e sposò "Ketura", come riporta Genesi 25,1-18.

Accadde che "Isacco supplicò il Signore per sua moglie, perché ella era sterile e il Signore lo esaudì, così che sua moglie Rebecca divenne incinta." (Genesi 25,21), ma tra il matrimonio e il concepimento di Rebecca passano ben 20 anni, come si deduce da Genesi 25,26 in quanto ormai Isacco a quel tempo aveva sessanta anni.

Nel frattempo Abramo aveva raggiunto i 160 anni e siccome complessivamente visse 175 anni (Genesi 25,7) poté conoscere i nipoti Esaù e Giacobbe e morì che avevano circa 15 anni.

È da evidenziare che tutte e tre le matriarche Sara, Rebecca e poi Rachele erano sterili, il che fa proprio ritenere che la nascita di Israele, come fu poi dal Signore chiamato Giacobbe, fu proprio un dono voluto con precisa determinazione e scelta da parte del Signore!
Rebecca si accorse di essere incinta e avverti sensazioni e dolori che le altre donne che le stavano attorno evidentemente non riconobbero come usuali in una gestante.
Rebecca s'informò, forse, proprio dalla sua nutrice Debora che era venuta con lei da Paddan Aram che le profilò l'eventualità di un parto plurimo, forse dei gemelli.
Rebecca poi nella preghiera in Genesi 25,22 riporta il fatto in questo modo: "Ora i figli si urtavano nel suo seno ed ella sclamò: Se è così, che cosa mi sta accadendo? Andò a consultare il Signore."

AVVISAGLIE DI LUCE E CECITÀ
Il Signore rispose a Rebecca: "Due nazioni sono nel tuo seno e due popoli dal tuo grembo si divideranno; un popolo sarà più forte dell'altro e il maggiore servirà il più piccolo." (Genesi 25,23)
Evidentemente la questione era veramente importante.

Si stava avvicinando un momento fondante, preparatorio alla storia della salvezza dell'uomo, in cui il Signore ovviamente previdente si era cominciato a preparare una donna, illuminandola, perché da lei nascerà il Suo popolo, Israele, con cui stipulerà poi un'alleanza eterna.
Il Signore preparò così quella donna che poi, come vedremo, interverrà al momento opportuno, non fallirà e agirà nel modo efficace, con il Suo beneplacito e tacito assenso.

Stava per nascere Giacobbe "Ya'qob" , colui che "è il calcagno ", ossia iniziava a prepararsi il compiersi della profezia della Genesi, espressa quando Dio maledisse il serpente pronunciando queste parole: "Io porrò inimicizia fra te e la Donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno ()." (Genesi 3,15)

Del resto Rebecca sarà la donna, madre dell'antico Israele, da cui sarà a nascere quella che i cristiani ritengono la "Donna" della profezia, Maria di Nazaret, la madre del Messia e del Nuovo Israele che con la Sua risurrezione ha aperto il tempo finale, il giorno del Messia, in cui l'umanità ha finalmente l'arma per schiacciare la testa al serpente.
Il Signore illuminò Rebecca, le confermò che nel suo seno c'era una coppia di gemelli, ma diversi tra loro, figli entrambi di Isacco, ma solo uno sarà il figlio della promessa da cui nascerà il Messia.
Rebecca era stata avvertita, rimase all'erta, sapeva a chi doveva essere passata la benedizione del padre Isacco e ne avrebbe guidato la mano se fosse stato necessario.

Quel "più piccolo", in effetti, nel testo ebraico di Genesi 25,23 è "tza'ir" che si usa per dire "ultimo", "minore", quindi, il secondo dei gemelli, il più piccolo, "giù si vede stare col corpo ", ovviamente rispetto all'altro, quindi, quello che sarebbe nato dopo, il minore in età che cioè sarebbe uscito come secondo dei due.

Rebecca in tal modo ebbe una premonizione che tenne per sé e "Quando poi si compì per lei il tempo di partorire, ecco, due gemelli erano nel suo grembo." (Genesi 25,24)

Nel testo ebraico il due non v'è, ma appare solo la parola gemelli che è scritta come "tomim" , anziché come normalmente dovrebbe, vale a dire "t'omim" con una lettera "'alef" e una lettera "yod" difettive, forse per chiarire bene che non "erano uniti ", ma divisi tra loro.

"Uscì il primo, rossiccio e tutto come un mantello di pelo, e fu chiamato Esaù." (Genesi 25,25); ove rossiccio è "'admoni" , un piccolo uomo che vagiva, portava lamenti come con un manto di pelo, quindi, come tutto formato ed ecco che il testo scrive "lo chiamarono" Esaù , vale a dire "(è) fatto" dal radicale di fare , ossia è completo, già vestito, ma anche, nel nome un destino, un uomo di azione in quanto dal radicale di "fare" e di "agire" e il nome al primogenito certamente lo dette il padre, "vedo la luce portarsi " "vedo uno simile ()".
"Subito dopo, uscì il fratello e teneva in mano il calcagno di Esaù; fu chiamato Giacobbe." (Genesi 25,26) e qui non dice come prima, "lo chiamarono", ma "lo chiamò" .

Chi lo chiamò?
Quel fatto che teneva il calcagno, la caviglia "a'qib" del primo lo vide solo chi era presente al momento del parto, quindi, la nutrice Debora di Rebecca certamente presente al parto che avvisò la puerpera sdraiata di quanto aveva visto, vale a dire di quella mano stretta alla caviglia del fratello, quindi il nome, Giacobbe, lo suggerì Rebecca che poi raccontò a Isacco come era avvenuto il parto.

Quel nome fu accettato nel senso di "retroguardia", ma nel nome c'è il senso che farà uno sgambetto, sarà un soppiantatore divenuto poi sinonimo di intrigante, subdolo, falso, tortuoso, anche accidentato come usa Isaia 40,4. La madre. infatti, avrà chiesto alla preziosa nutrice di stare bene attenta per indicarle chi dei due figli sarebbe nato per secondo.

Da cui ecco il nome "Ya'qob" Giacobbe, nome che evidentemente, ripeto, diede o suggerì lei stessa e cominciò a distinguere il secondo figlio dal primo come annunciatole dalla profezia che solo lei aveva ricevuto.

Del resto i due gemelli erano assai diversi, evidentemente erano dizigoti, derivati dalla fecondazione di due diverse cellule - uovo da parte di due diversi spermatozoi del marito.
Certamente meditò quelle parole e nel seguire i figli che crescevano, fu attenta a osservarne le manifestazioni per coglierne le vere attitudini onde verificare dai comportamenti i primi segnali di uno più forte dell'altro come le aveva annunciato il Signore.

Ecco che il racconto si sviluppa in modo serrato.
Ogni parola è pesata e importante: "I fanciulli crebbero ed Esaù divenne abile nella caccia, un uomo della steppa, mentre Giacobbe era un uomo tranquillo, che dimorava sotto le tende." (Genesi 25,27)
"I fanciulli crebbero", ossia arrivarono ai 13 anni, l'epoca in cui sono adulti per la comunità - il tempo della "Bar Mitzvah", dei "figli del precetto" - per cui dal punto di vista religioso divengono responsabili in proprio davanti a Dio e in tale ambito non sottostanno ai genitori, cui comunque debbono rispetto.

In definitiva, fino ai 13 anni le eventuali trasgressioni erano attribuite alla giovane età, ma dopo non più, i genitori venivano sollevati dalla responsabilità. I due presentarono attitudini diverse per cui:

Esaù divenne:
  • "abile nella caccia", "'ish iodea' tzaid", conosceva come catturare sia gli animali, sia il prossimo, uomini e donne, e le lettere per caccia "tzaid" propongono che "alzava con forza le mani ", quindi, era un violento, "forte" in senso fisico;
  • "un uomo della steppa" "'ish sadoeh", ma anche un uomo al demonio aperto .
Giacobbe era:
  • "un uomo tranquillo", , "'ish tam", la traduzione più esatta, in effetti, sarebbe era "un uomo integro", ciò in contrapposizione al fratello;
  • "che dimorava sotto le tende", , "ioseb 'ohalim" nel senso che era un pastore e, suggerisce Bereshit Rabbà 63,10, frequentava le tende di Eber e del nonno Abramo per studiare la "Torah".
Del resto, secondo il calendario ebraico, i due Esaù e Giacobbe sarebbero nati nel 1836 dalla nascita di Adamo, mentre Abramo sarebbe morto nel 1821, e Eber nel 1817 cioè 4 anni dopo Abramo, quindi, effettivamente Giacobbe poteva ricevere da giovane insegnamenti da quei due patriarchi che prepararono i due alla "Bar Mitzvah".
Abramo morì quando i nipoti avevano 15 anni e Eber quando ne avevano 19.
Con quel dire sui due gemelli il libro del Genesi segnala una divergenza di opinioni sui figli da parte della coppia Isacco - Rebecca, divergenza che non va presa alla leggera.

Il testo, infatti, precisa: "Isacco prediligeva Esaù, perché la cacciagione era di suo gusto, mentre Rebecca prediligeva Giacobbe." (Genesi 25,28)

Il verbo per "prediligeva" usato nel testo in ebraico è , quindi, uno "amava" più l'uno che l'altro e viceversa, soltanto che la motivazione della predilezione di Isacco per Esaù è chiaramente futile, perché ne mangiava quanto cacciava, alla lettera aveva la "caccia in bocca" e i commentatori ebrei dicono, Isacco rimaneva ingannato dall'ipocrisia del primogenito; quindi, il racconto inizia ad avvertire che sotto tale aspetto Isacco dava sintomi di essere cieco.

Si avvicinava, il momento importante nella storia della salvezza che Dio stava preparando per l'umanità che aveva scelto di vivere senza Dio, momento che comportava la consegna delle promesse ricevute da Dio da parte di Abramo alla posterità.
Prima di parlare della nascita dei figli di Isacco, in effetti, dopo aver detto del matrimonio di Abramo con Ketura avvenuto prima della nascita dei nipoti da Isacco e Rebecca, il capitolo 25 del Genesi fa un salto temporale e segnala in Genesi 25,7-10 la morte a 175 anni di Abramo e la sua sepoltura a Macpela; Isacco aveva 75 anni e i gemelli ne avevano 15.

In tale occasione è detto anche che "Dopo la morte di Abramo, Dio benedisse il figlio di lui Isacco e Isacco abitò presso il pozzo di Lacai-Roì", ossia a "b'er Lachai Roì" (Genesi 25,11); da quel momento la benedizione di Dio fu su Isacco per passarla ai figli.

Quel nome "pozzo di Lacai - Roì " parla di una visione e le lettere dicono "dentro la luce ( = ) del Potente viva a vedere fu ", e ciò forse l'abbagliò.

Quel commento della predilezione di Isacco per Esaù inizia, ora, a condizionare pesantemente la questione, in quanto, il primogenito di Isacco è falso, propenso alla malvagità e alla violenza e lui, Isacco lo predilige... per la "caccia".

UNA RAGAZZATA RIVELATRICE
La primogenitura è l'insieme dei diritti spettanti al primogenito e riguarda essenzialmente i beni terreni.
Nell'ebraismo la primogenitura, detta "bekorah" , assicura una parte doppia di eredità, come prevede Deuteronomio 21,17, per cui al primogenito il padre darà una parte doppia rispetto agli altri figli "...di quello che possiede, poiché costui è la primizia del suo vigore e a lui appartiene il diritto di primogenitura."
Del resto le lettere di "bekorah" suggeriscono "della casa l'ariete esce ", in quanto, il primogenito era l'ariete "kar" della famiglia, colui che avrebbe avuto la maggiore responsabilità per la buona sorte della stessa, cui avrebbero guardato tutti quelli della casa.

Altro senso ha, invece, la "benedizione" che è un segno esplicito ed efficace di augurio profetico e di trasmissione al figlio dei poteri spirituali che Dio ha concesso al genitore con la Sua alleanza alla stregua, per capire, della consegna del mantello da parte del profeta Elia a Eliseo.
Nella Bibbia spesso sono i figli minori e non i primogeniti a essere gli "eroi" religiosi, che assumono la benedizione piena del padre e danno meriti alla casa, come ad esempio lo stesso Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Mosè e Davide. Ciò premesso, quando Esaù e Giacobbe erano ancora ragazzi, avvenne un fatto nel cui racconto non sono citati testimoni come a sottolineare che la cosa rimase tra i due; Esaù vendette a Giacobbe la propria primogenitura, il che è divenuto proverbiale "la vendette... per un piatto di lenticchie" una minestra rossastra, fatta a base di quei legumi.

Le lenticchie in ebraico si dicono "a'dashim" , termine usato solo in Genesi 25,34, in 2Samuele 17,28 e 23,11 poi in Ezechiele 4,9.

Il Talmud, in Bereshit Rabbà 63,11-12 precisa che un cibo del genere era preparato in occasione di un lutto e suggerisce che fosse morto proprio il nonno Abramo alla bella età di 175 anni quando, come ho detto, i due ragazzi avevano solo 15 anni.

In effetti, le lettere ebraiche del termine lenticchie, "a'dashim" si possono dividere in + , quindi, ne discende un augurio per il morto che "nell'Eterno (sia) riposto ( = )" o "dell'Eterno nella luce sia a vivere ", una specie del nostro augurio di "eterno riposo".

Per l'età si può pensare che fosse una di ragazzata, ma creò un solco profondo tra i due e ne manifestò i caratteri; menefreghista, superficiale e sfrontato quello di Esaù, affarista, furbo, interessato, ma lungimirante quello di Giacobbe.

Questo è il succinto racconto del fatto: "Una volta Giacobbe aveva cotto una minestra; Esaù arrivò dalla campagna ed era sfinito. Disse a Giacobbe: Lasciami mangiare un po' di questa minestra rossa, perché io sono sfinito. Per questo fu chiamato Edom. Giacobbe disse: Vendimi subito la tua primogenitura. Rispose Esaù: Ecco, sto morendo: a che mi serve allora la primogenitura? Giacobbe allora disse: Giuramelo subito. Quegli lo giurò e vendette la primogenitura a Giacobbe. Giacobbe diede a Esaù il pane e la minestra di lenticchie; questi mangiò e bevve, poi si alzò e se ne andò." (Genesi 25,29-34a)

Il racconto si conclude con questo commento: "A tal punto Esaù aveva disprezzato la primogenitura." (Genesi 25,34b)

Erano ragazzi sì, ma avevano raggiunto già l'età della maturità religiosa, quindi, erano pienamente responsabili davanti a Dio.
Esaù aveva giurato chiamando Dio a testimonio e a giudice sul fatto che avrebbe rinunciato ai diritti della primogenitura sulla loro eredità.
Era come aver pronunciato invano il nome del Signore e "...il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano". (Esodo 20,7)

Del resto si trova nei Vangeli di:
  • Matteo 5,33s - "Avete anche inteso che fu detto agli antichi: "Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti. Ma io vi dico: non giurate affatto...";
  • Luca 12,13s - quando uno disse a Gesù: "Maestro, dì a mio fratello che divida con me l'eredità. Ma egli rispose: O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi? E disse loro: Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia..."
Giacobbe però non è esente da colpe avendo indotto il fratello in tentazione. Non si sa se ciò arrivò a conoscenza dei genitori, ma non risulta che vi furono le dovute reazioni che sarebbero spettate a Isacco allora pienamente in forze, visto che mori 105 anni dopo all'età di 180 anni come si legge in Genesi 35,27-29, "Giacobbe venne da suo padre Isacco a Mamre, a Kiriat-Arbà, cioè Ebron, dove Abramo e Isacco avevano soggiornato come forestieri. Isacco raggiunse l'età di centoottant'anni. Poi Isacco spirò, morì e si riunì ai suoi antenati, vecchio e sazio di giorni. Lo seppellirono i suoi figli Esaù e Giacobbe."

Aggiunge Giacobbe in Genesi 49,31: "Là seppellirono Abramo e Sara sua moglie, là seppellirono Isacco e Rebecca sua moglie e là seppellii Lia."

LA MOGLIE PRENDE LE REDINI
Passano gli anni e il racconto si sviluppa rapido col capitolo di Genesi 26 ove sono riportati essenzialmente i seguenti fatti:
  • per una carestia Isacco, come anni prima aveva fatto Abramo (Genesi 20), si rifugia presso Abimelech, re di Gerar;
  • Genesi 26,12 - "Isacco fece una semina in quella terra e raccolse quell'anno il centuplo . Il Signore, infatti, lo aveva benedetto";
  • Genesi 26,24 - a Bersabea gli apparve il Signore che lo benedì con queste parole, "Io sono il Dio di Abramo, tuo padre; non temere, perché io sono con te: ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza a causa di Abramo, mio servo.";
  • Isacco fece alleanza con Abimelech e scavò dei pozzi;
  • Genesi 26,34 - segnala che Esaù a 40 anni prese due mogli tra gli Ittiti, Giuditta e Basmat e Bereshit Rabbà 65,1 precisa che volle fare come il padre che si era sposato a 40 anni e Rav Hirsh annota, "in una casa governata da due donne Ittite gli ideali di Abramo erano ormai sepolti", poi Esaù prese un'altra moglie Makalat (Genesi 28,9), figlia di Ismaele, ma quei nomi sono tutti pseudonimi, i veri nomi sono in Genesi 36,2-4;
  • Genesi 26,35 - commenta, "Esse furono causa d'intima amarezza per Isacco e per Rebecca"; Isacco accusa il colpo, non si attendeva un fatto del genere.
Passano altri anni, siamo al capitolo Genesi 27 che inizia con la notizia: "Isacco era vecchio e gli occhi gli si erano così indeboliti che non ci vedeva più", aveva visto il Signore al momento del suo sacrificio sul Moria, indi a Lachai Roi, poi a Bersabea, evidentemente era rimasto abbagliato dalla grande luce.
L'annotazione pone comunque in chiaro un fatto, indica ormai la cecità totale di Isacco nei riguardi del comportamento d'Esaù e del disaccordo tra i due figli.
Si avvicinava però il tempo che rendeva necessario le consegne, ma allora la eventualità e la possibilità di una vera scegliere era ancora lontana dalla mentalità di Isacco, legata alle usanze tribali dei primogeniti.
La questione però superava i meri interessi ereditari, in quanto riguardava una sfera assai diversa e sacra, una missione spirituale e Rebecca, sapeva fin da prima che nascessero chi doveva essere eletto tra i due figli per portare avanti la benedizione di Abramo, poi consegnata da Dio al marito a Isacco.
A Rebecca il Signore l'aveva detto chiaramente come risposta alla sua preghiera mentre era incinta; la benedizione non era per Esaù.
Poi da madre attenta si era resa conto che Esaù non era interessato alle cose dello spirito; il suo vero carattere era focoso e intemperante e soprattutto propenso ad assecondare l'inclinazione al male.
Dio ovviamente sapeva tutto ciò dal principio e aveva inteso servirsi di lei perché Isacco, cui umanamente spettava la scelta, la facesse in modo opportuno, avendo Dio previsto che sotto tale aspetto Isacco sarebbe stato cieco e si sarebbe fatto ingannare dal sentimento.

Proseguiamo però con ordine.

Isacco "Chiamò il figlio maggiore, Esaù, e gli disse: Figlio mio. Gli rispose: Eccomi. Riprese: Vedi, io sono vecchio e ignoro il giorno della mia morte. Ebbene, prendi le tue armi, la tua faretra e il tuo arco, va in campagna e caccia per me della selvaggina. Poi preparami un piatto di mio gusto e portamelo; io lo mangerò affinché possa benedirti prima di morire." (Genesi 27,2-4)

La richiesta è molto articolata e solleva una domanda: perché Isacco parla di morte, quando invece morirà vari decenni dopo alla bella età di180 anni?

Sforno, un rabbino italiano del XVI secolo, sostiene che una benedizione è più efficace quando è data da una persona vicina alla morte, perché la sua anima è più libera dai vincoli fisici.

In Bereshit Rabbà 65,12, a cura di Rashi (Rabbi Shlomo Yitzhaqi commentatore mediovale dell' XI secolo) si trova "...se una persona si avvicina all'età della dipartita dei suoi genitori si preoccupi cinque anni prima e cinque anni dopo. Poiché allora aveva 123 anni e sua madre era morta a 127, Isacco iniziò a considerare prossima la propria morte. Egli però non sapeva se considerare l'età della dipartita del padre o quella di Sara e perciò disse: ignoro..."

Giacobbe, come informa Genesi 47,28. visse 147 anni, era nato assieme a Esaù quando Isacco ne aveva 40, quindi, in quel momento avevano 83 anni e Isacco sarebbe vissuto altri 57 anni.
C'è un accenno più avanti su qualche problema nel sentire da parte di Isacco, forse aveva una bronchite e catarro per cui in quel momento aveva attutito il senso dell'udito.

A questo punto è spontaneo domandarsi: che necessità c'era da parte di Isacco di legare la benedizione al mangiare la carne della selvaggina che avrebbe approvvigionato il figlio Esaù?
A prima vista sembra una futilità del padre, ma è da pensare che lui era un "giusto" che si stava trovando di fronte a una grande problematica.
Il fatto della vista mancante lo faceva sentire andicappato, aveva capito che gli era sfuggita di mano la situazione e il figlio non aveva quella educazione religiosa che credeva di avergli dato, aveva fallito, peraltro, riteneva di dover dare proprio a lui, e presto, la benedizione.
Esaù però aveva sposato straniere idolatre e saranno iniziate le lamentele di Rachele e di Giacobbe e della stessa nutrice Debora.

Cercando allora possibili meriti di Esaù, pur con tutta la buona intenzione, oltre l'abilità che nella caccia invero Isacco non ne trovava ed ecco che, appunto, essendo giusto, cercò una motivazione spirituale per dare la benedizione.
Lo invitò a usare l'attitudine alla caccia per dargli il merito di aver almeno rispettato il comandamento d'aver onorato il padre.
L'intenzione era fare un grande atto di carità nei riguardi del figlio e fargli acquistare meriti davanti a Dio, ma nello stesso tempo palesa che non gli veniva in mente che potesse essere opportuno evitare di passare a Esaù il bastone della staffetta consegnato da Dio al padre Abramo.

A questo punto il testo precisa "Ora Rebecca ascoltava, mentre Isacco parlava al figlio Esaù". (Genesi 27,5a)

Ora lei non poteva attendere oltre e prese le redini in mano; lei avrebbe risolto la questione ed escogitò un piano audace, quindi, convinse Giacobbe a metterlo in atto; intanto: "Andò dunque Esaù in campagna a caccia di selvaggina da portare a casa." (Genesi 27,5b).

GIACOBBE VIENE BENEDETTO
Rebecca allora chiamò il figlio Giacobbe e gli ripete quanto ha sentito e il testo precisa: "Rebecca disse al figlio Giacobbe: Ecco, ho sentito tuo padre dire a tuo fratello Esaù: Portami della selvaggina e preparami un piatto, lo mangerò e poi ti benedirò alla presenza del Signore prima di morire" (Genesi 27,6-7).

Rebecca ripete esattamente le parole di Isacco, ma aggiunge qualcosa di fondamentale che era nell'aria che Isacco non aveva detto, ma che lei sapeva bene, quel "ti benedirò alla presenza del Signore".

Aveva capito bene: quella era una benedizione che, per l'alleanza, sarebbe stata vincolante per gli uomini e per la divinità suprema.
Sarebbe disceso su Giacobbe lo spirito profetico e la benedizione sarebbe stata irrevocabile per cui una volta benedetto Esaù, Giacobbe sarebbe stato per sempre secondo al fratello, così commenta Ramban (Moshe ben Nahman Girondi, rabbino, filosofo, medico catalano del XIII secolo).

Rebecca fu perentoria "Ora, figlio mio, dà retta a quel che ti ordino" (8), e ancora più letteralmente gli disse: è il tempo, figlio mio, che ascolti la mia voce su questo che ti ordino.

Implicitamente c'è già un inizio di discolpa nei riguardi di Giacobbe, in quanto, è chiamato a rispettare l'ordine della madre che fu, "Va subito al gregge e prendimi di là due bei capretti; io preparerò un piatto per tuo padre, secondo il suo gusto. Così tu lo porterai a tuo padre, che ne mangerà, perché ti benedica prima di morire." (9-10)

In Pirké Derabbi Eli'ezer 32, sul fatto dei due capretti Rashi, annota; "era giorno di Pesach, un capretto era destinato al sacrificio pasquale e l'altro al pasto festivo".

Del resto nel testo c'è Rebecca che chiede "due bei capretti" e bei = buoni è "tobim" con cui Rebecca pare evidenziare che la carne proveniente dalla selvaggina, in effetti, non sarebbe stata idonea allo scopo e intende dare anche una giustificazione legata ai riti pasquali in uso tra i pastori.

Anche Rebecca parla della possibilità che il padre poteva morire, il che significa che Isacco in quel tempo aveva qualche malanno che stante l'età sembrava veramente lo potesse portare alla morte, comunque era allettato, così viene rappresentato nella iconografia.

A questo punto e da aprire una parentesi.
Si sta profilando quello che molti hanno letto come un inganno verso il padre, prendendo occasione della sua cecità.
Giacobbe se così fosse avrebbe ricevuto la benedizione che sarebbe stata confermata e sigillata dal Dio della Verità grazie a un inganno, il che non è possibile, Dio non si mischia con gli ingannatori.
Non essendo ciò ammissibile c'è, quindi, qualcosa che non è stato esplicitato. Forse Isacco stava proprio male, avrà avuto un'indisposizione e tutti credevano veramente che stesse per morire, visto che comunque aveva già una bella età e forse non era neppure più tanto lucido in quel frangente; ecco che la madre supplisce alle carenze del marito.
Rachele, infatti, non lo dice, ma con quel te l'ordino a Giacobbe sottintende, io:
  • tua madre, sono stata scelta dal Signore come unica e sola moglie di tuo padre (Rachele-Isacco è il solo matrimonio monogamico tra i tre patriarchi);
  • Genesi 2,23 - sono la sua donna, "si chiamerà donna, perché dall'uomo è stata tolta";
  • Genesi 2,24 - e tuo padre siamo "un'unica carne";
  • Genesi 2,18 - sono stata posta accanto a lui come "aiuto che gli corrisponda";
  • sono i suoi occhi, sono stata messa accanto a lui, per lui, per aiutarci a vicenda per l'unica finalità, fare al meglio la volontà di Dio;
  • amo tuo padre e non farei nulla che sapessi non fosse anche per il suo bene;
  • non intendo ingannarlo, Dio stesso mi ha dato questo ruolo, il problema quindi, non è tuo, figlio mio, stai in pace, il problema caso mai è solo mio.
Giacobbe comprese quanto intendeva dire la madre e subito s'immedesimò nel proprio ruolo e "Rispose Giacobbe a Rebecca, sua madre: Sai bene che mio fratello Esaù è peloso, mentre io ho la pelle liscia. Forse mio padre mi toccherà e si accorgerà che mi prendo gioco di lui e attirerò sopra di me una maledizione invece di una benedizione." (11-12)

Giacobbe non ha paura che il padre riconosca la sua voce, il che indulge a ritenere che almeno in quei giorni a Isacco anche l'udito non era buono; teme comunque che se il padre si fosse adirato si sarebbe procurato una maledizione; al riguardo però "sua madre gli disse: Ricada pure su di me la tua maledizione, figlio mio! Tu dammi retta e va a prendermi i capretti." (13)

Rebecca non temeva, era certa che non avrebbe avuto la maledizione né il figlio, né lei, perché il Signore era stato chiaro quando le aveva profetizzato in Genesi 25,23 "il maggiore servirà il più piccolo"... lei aveva fede, stava facendo il meglio, tutto secondo la volontà dell'Eterno.

Fu cosi che "Allora egli andò a prenderli e li portò alla madre, così la madre ne fece un piatto secondo il gusto di suo padre." (14)

A questo punto preparò il figlio per la grande occasione, infatti, "Rebecca prese i vestiti più belli del figlio maggiore, Esaù, che erano in casa presso di lei, e li fece indossare al figlio minore, Giacobbe; con le pelli dei capretti rivestì le sue braccia e la parte liscia del collo." (15-16)

Questa nota sui vestiti di Esaù porta con sé le seguenti deduzioni:
  • era veramente un giorno di festa e dovevano essere usati gli abiti migliori, il che rafforza l'idea della Pasqua;
  • nonostante Esaù fosse già sposato i suoi vestiti più belli si trovavano a casa dei genitori, perché presso le mogli idolatre non c'era modo di far festa, mentre almeno in questo il maggiore era ligio, rispettava quanto poteva far piacere al padre che desiderava averlo con sé nei giorni di festa.
Rebecca, "Poi mise in mano a suo figlio Giacobbe il piatto e il pane che aveva preparato." (17) e da questo momento Rebecca sparisce dalla scena, anche se certamente rimase attenta a seguirla e riappare al versetto 42.

A questo punto in 12 versetti, tra 18 e il 29, si sviluppa la scena che presenta Giacobbe con le vesti di Esaù davanti al vecchio Isacco.
Riporto il testo tutto di seguito:

"Così egli venne dal padre e disse: Padre mio. Rispose: Eccomi; chi sei tu, figlio mio? Giacobbe rispose al padre: Io sono Esaù, il tuo primogenito. Ho fatto come tu mi hai ordinato. Alzati, dunque, siediti e mangia la mia selvaggina, perché tu mi benedica. Isacco disse al figlio: Come hai fatto presto a trovarla, figlio mio! Rispose: Il Signore tuo Dio me l'ha fatta capitare davanti. Ma Isacco gli disse: Avvicinati e lascia che ti tocchi, figlio mio, per sapere se tu sei proprio il mio figlio Esaù o no. Giacobbe si avvicinò a Isacco suo padre, il quale lo toccò e disse: La voce è la voce di Giacobbe, ma le braccia sono le braccia di Esaù. Così non lo riconobbe, perché le sue braccia erano pelose come le braccia di suo fratello Esaù, e (poi) lo benedisse. Gli disse ancora: Tu sei proprio il mio figlio Esaù? Rispose: Lo sono. Allora disse: Servimi, perché possa mangiare della selvaggina di mio figlio, e ti benedica. Gliene servì ed egli mangiò, gli portò il vino ed egli bevve. Poi suo padre Isacco gli disse: Avvicinati e baciami, figlio mio! Gli si avvicinò e lo baciò. Isacco aspirò l'odore degli abiti di lui e lo benedisse: Ecco, l'odore del mio figlio come l'odore di un campo che il Signore ha benedetto. Dio ti conceda rugiada dal cielo, terre grasse, frumento e mosto in abbondanza. Popoli ti servano e genti si prostrino davanti a te. Sii il signore dei tuoi fratelli e si prostrino davanti a te i figli di tua madre. Chi ti maledice sia maledetto e chi ti benedice sia benedetto!" (18-29)

È da notare che c'era "pane e vino" gli ingredienti che accompagnarono la benedizione di Melkisedek ad Abramo, c'era anche il capretto segno di una rito Pasquale, una alleanza alla presenza del Signore!
Giacobbe inizia con "Padre mio", ed era vero!
Il padre non riconosce di chi sia la voce e chiede "chi sei tu figlio mio?"

A questo punto è da citare un'interpretazione di Rashi intesa a evitare una bugia a Giacobbe e suggerisce che alla domanda del padre questi avrebbe dato una risposta ambigua, ma non menzognera.
Il testo ebraico, infatti, lo consente, poiché il verbo essere può restare sottinteso, la risposta sarebbe stata questa: "(Sono) io; Esaù (è) il primogenito. (Io) ho fatto (sempre) come ha comandato a me", ossia "io sono (colui che parla, sottinteso Giacobbe), Esaù è il tuo primogenito. Io sono quello che da sempre rispetta i tuoi comandi".

Il padre resta dell'idea che sia Esaù e osserva che ha fatto presto a trovare la selvaggina e Giacobbe risponde proprio come avrebbe risposto Esaù, il quale era critico nei riguardi della fede del padre: "Il Signore tuo Dio me l'ha fatta capitare davanti".

Isacco lo fa avvicinare, lo toccò e commentò, la voce mi sembrava quella di Giacobbe, ma tutto il resto, la peluria e l'odore dei vestiti gli dicevano di Esaù. Ora gli fa la domanda esplicita "Tu sei proprio il mio figlio Esaù?", ma Giacobbe ancora risponde in modo vero in assoluto, ma che risulta ambiguo, "Sono io".
Ora, tutto è compiuto, e Isacco assaggiò il piatto col il pane, di cui è detto al versetto 17, bevve il vino di cui dice al versetto 25, celebrò la Pasqua con suo figlio, poi lo baciò, segno di pace, preludio al versamento dello spirito Santo e della benedizione, quindi, come atto conclusivo lo benedisse.

Del resto la benedizione e l'elezione di Dio venne e viene riversata alla Chiesa nascente da Gesù, il Cristo, pienamente nell'Eucarestia Pasquale, fonte di tutte le benedizioni.

"Dio ti conceda...", il testo riporta "veittoen leka ha'Elohim" per cui i rabbini si sono domandati, perché inizia con quella lettera che potrebbe considerarsi un sovrappiù; la risposta la da Rashi citando il Midrash (Bershit Rabba 66,6) per cui quella "waw" "indica un'azione continua e ripetitiva; che Dio ti benedica e ti benedica ancora senza interrompersi."
La benedizione porta "rugiada dal cielo, terre grasse, frumento e mosto in abbondanza", quindi, tutti i prodotti del cielo e della terra, materiali e spirituali:
  • la rugiada "tal" allude "all'amore del Potente ", l'olio "shoemoen" "all'energia che viene dal Nome " di Dio.
    (Vedi: "La rugiada luminosa che viene dal Messia")
  • il grano e il vino oltre che essere doni terreni per sostenere la vita e darle piacere, alludono anche allo studio della Torah, pane di vita spirituale necessario per la conoscenza, ma anche vino con le interpretazioni che ne vengono che come il vino allietano cuore, spirito e mente.
È da evidenziare poi che Dio è nominato come "'Elohim", termine che ne evoca l'aspetto della giustizia; quindi, in definitiva, è una benedizione nel Suo Santo, ma Giusto, Nome.

LA BENEDIZIONE DI ESAÙ
Prima di proseguire è utile fare il punto della situazione.
Certamente trattasi di questione che vanno valutate con gli occhi della fede, in quanto questo fu il motore dei comportamenti da parte di Rebecca.
Quanto agli inizi della vicenda, ossia alla nascita dei gemelli, poteva sembrare una posizione personale di Rebecca che amava Giacobbe e di Isacco che amava Esaù, vale a dire un semplice spontaneo atteggiamento di una per il "cocco" di mamma, e dell'altra per il "cocco" di papà, in effetti, da parte di Rebecca nascondeva un discorso più profondo.
Lei era certa che il suo "cocco" era quello che sarebbe stato scelto da Dio e che il bene per l'altro figlio, cioè Esaù, era che in qualche modo riuscisse a accettare la volontà di Dio e l'agire come lei ha poi agito voleva dire amare entrambi dando a ciascuno quanto serviva.
Per Isacco, invece, Esaù era il primogenito avuto con l'unica donna che amava, come lui, Isacco, era stato il primogenito di Abramo con l'amata Sara, per cui a Esaù doveva spettare la primogenitura e benedizione in modo automatico, senza altro discernere.

Pur provando a difendere i tre uomini Isacco, Giacobbe e Esaù, gira e rigira tutti e tre paiono sempre più indifendibili.
Per Isacco il primo sintomo è quello della cecità che nasconde impotenza di uscire da certi binari chiudendo gli occhi davanti alla realtà del primo figlio.
È vero, nulla accade senza che Dio lo consenta, però è anche vero che nel mondo dell'Antico Testamento la cecità indica qualcosa che avviene a causa di qualche colpa: questo almeno era il pensiero degli antichi.
Quando si trovano davanti al cieco nato, i discepoli, infatti, domandano a Gesù "Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?"
In quel caso la risposta di Gesù fu "Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio." (Giovanni 9,2-4)

Del resto, i patriarchi scelti da Dio per farsi conoscere attraverso di loro, ossia per manifestare la propria esistenza e il proprio volere, sono comunque peccatori e questo non va dimenticato.
La richiesta di Dio vale per tutti "Siate santi, perché Io sono Santo".
L'elezione di Dio, insomma, non si ferma davanti al fatto che l'uomo comunque è un peccatore; si pensi che scelse Mosè, ed era stato un assassino!
Ciò Isacco non aveva ancora compreso o non riteneva d'essere libero d'attuare.
La cecità di Isacco, peraltro, ha consentito di passare l'elezione di Dio che procede necessariamente per linea profetica con il soffio del Suo Spirito con la benedizione e con l'imposizione delle mani da parte d'Isacco, l'uomo scelto per questo compito, sull'uomo, Giacobbe, che Dio intendeva adatto ai propri scopi santi, evitando l'automatica prassi della trasmissione al primogenito Esaù che Isacco non sarebbe mai riuscito a vincere in altro modo se non con l'inganno che pare aver subito.
Questi furono gli errori che fece e lo resero passibile di strumentalizzazione:
  • fu cieco e non capì che Esaù aveva due facce;
  • rimase fisso nella linea da seguire verso di lui anche dopo che questi aveva scelto tre mogli di cui due certamente idolatre e straniere;
  • non capì quando sarebbe stato il vero momento della propria morte.
Giacobbe poi per un verso ed Esaù per un altro con la storia della minestra di lenticchie avevano avuto comportamenti superficiali e antireligiosi.
Uno manifestò il proprio egoismo e l'altro il proprio disinteresse per le cose spirituali, entrambi con paraocchi, chi più in modo buonista e chi in modo più rude, ma entrambi non esenti da colpa, perché chiamarono in modo idolatra in gioco il Nome di Dio.

Ora però è il momento di spezzare una lancia in favore di Esaù.

In Esaù era forte l'inclinazione cattiva, lo "yetzer hara'", rispetto alla inclinazione buona, lo "yetzer tov", ossia molto forte era l'impulso di dare piacere ai sensi, al potere, al possesso e aveva un vero e proprio istinto verso l'idolatria, tutte questioni che in diverso grado ha ciascuno, ma viene anche detto che più grande è la persona, maggiore è lo "yetzer hara'".
Per Esaù era facile andare fuori dalla diritta via e ospitare dentro di sé come uno spirito straniero che prendeva possesso di lui facendogli commettere facilmente il male.

L'uomo però è chiamato a servire Dio così com'è con tutto se stesso, quindi, con le proprie inclinazioni che possono essere asservite tutte al bene e gli eccessi negativi comunque mitigati dallo scrutare le Sacre Scritture, cercando di stare aderente alla comunità dei fedeli e, almeno, non facendo agli altri ciò che non vuole per sé, per poi riuscire a fare il bene.
Questa certamente l'educazione che la famiglia dette anche a lui con il latte della mamma, le prime preghiere, gli atti di culto semplici e familiari, i racconti sulle vicende dei progenitori.
Tutto ciò sarà a lavorare in lui come un seme e come lievito che sarà in grado di fermentare la pasta.
Era comunque un ebreo, figlio di ebrei, fedeli al Signore e, indipendentemente dai lati negativi da correggere, aveva un "animus" legato alla cultura dei padri, partecipe comunque all'alleanza del Signore, ricadente su tutti i figli di Abramo e di Sara, di Isacco e di Rebecca.

È da fare un distinguo tra Esaù, soprannominato Edom, il rosso, e i suoi discendenti, odiati nei secoli a venire dai Giudei, tanto che poi con Edom furono identificati Roma e i romani e poi i cristiani.
L'odio ebbe tre motivi principali causati dai discendenti di Esaù:
  • ai tempi di Mosè impedirono a Israele il passaggio sul loro territorio;
  • ai tempi dell'esilio babilonese si rivelarono spietati e consegnavano fuggitivi ebrei ai babilonesi;
  • gli Erodi, invisi ai Giudei, perché sostenuti dai Romani, avevano origine edomita; Antipatra era un edomita.
I profeti quindi furono duri verso Edom; al riguardo cito da esempio Ezechiele: "Così dice il Signore Dio: Poiché Edom ha sfogato crudelmente la sua vendetta contro la casa di Giuda e s'è reso colpevole vendicandosi su di essa, per questo, così dice il Signore Dio: Anch'io stenderò la mano su Edom, vi sterminerò uomini e bestie, ne farò un deserto. Da Teman fino a Dedan cadranno di spada. La mia vendetta su Edom la compirò per mezzo del mio popolo, Israele, che tratterà Edom secondo la mia ira e il mio sdegno. Si conoscerà così la mia vendetta. Oracolo del Signore Dio." (Ezechiele 25,12-14)

Samuel David Luzzatto (1800 - 1865), commentando il racconto della Genesi di Genesi 27 su Edom e su Erode e spiega: "E sappi che il nome di 'Edom' menzionato nella Torah e negli altri testi sacri si riferisce alla nazione che abitava tra il Mar Rosso e il Mar Morto, e che non vi è alcun intento di riferirsi al regno di Roma o ad alcuna delle nazioni dell'Europa. All'epoca in cui sorgeva il Primo Tempio, e all'epoca del Secondo Tempio, i soli a essere chiamati 'Edom' erano gli effettivi discendenti di Esau. Tuttavia, dopo la distruzione del (Secondo) Tempio, gli Ebrei iniziarono a chiamare il regno di Roma con il nome di 'Edom'. E ciò avvenne perché, in generale, gli Edomiti afflissero Israele, e dunque il nome 'Edom' era da noi odiato e detestato, specialmente dopo il regno di Erode, che era [di stirpe] edomita e fu molto malvagio in Israele. E quando il Tempio fu distrutto per mano dei Romani, l'odio degli Ebrei passò da Edom a Roma. Per questo (e anche a causa del timore), essi soprannominarono Roma con il nome di 'Edom'".

Torniamo ora al capitolo Genesi 27 al punto dove l'avevamo lasciato.
Per 11 versetti il capitolo prosegue col racconto della benedizione che Isacco diede al figlio Esaù.
Il racconto si sviluppa nell'ambito della stessa scena di prima.
Isacco è evidentemente sdraiato sul suo giaciglio e, come se la tenda fosse un palcoscenico, esce Giacobbe dalla destra e nello stesso momento dalle quinte di sinistra entra Esaù, infatti: "Isacco aveva appena finito di benedire Giacobbe e Giacobbe si era allontanato dal padre Isacco, quando tornò dalla caccia Esaù, suo fratello. Anch'egli preparò un piatto, lo portò al padre e gli disse: Si alzi mio padre e mangi la selvaggina di suo figlio, per potermi benedire. Gli disse suo padre Isacco: Chi sei tu? Rispose: Io sono il tuo figlio primogenito, Esaù. Allora Isacco fu colto da un fortissimo tremito e disse: Chi era dunque colui che ha preso la selvaggina e me l'ha portata? Io ho mangiato tutto prima che tu giungessi, poi l'ho benedetto e benedetto resterà. Quando Esaù sentì le parole di suo padre, scoppiò in alte, amarissime grida. Disse a suo padre: Benedici anche me, padre mio! Rispose: È venuto tuo fratello con inganno e ha carpito la benedizione che spettava a te. Riprese: Forse perché si chiama Giacobbe mi ha soppiantato già due volte? Già ha carpito la mia primogenitura ed ecco ora ha carpito la mia benedizione! E soggiunse: Non hai forse in serbo qualche benedizione per me? Isacco rispose e disse a Esaù: Ecco, io l'ho costituito tuo signore e gli ho dato come servi tutti i suoi fratelli; l'ho provveduto di frumento e di mosto; ora, per te, che cosa mai potrei fare, figlio mio? Esaù disse al padre: Hai una sola benedizione, padre mio? Benedici anche me, padre mio! Esaù alzò la voce e pianse. Allora suo padre Isacco prese la parola e gli disse: Ecco, la tua abitazione sarà lontano dalle terre grasse, lontano dalla rugiada del cielo dall'alto. Vivrai della tua spada e servirai tuo fratello; ma verrà il giorno che ti riscuoterai, spezzerai il suo giogo dal tuo collo." (30-40)

Esaù usa parole di comando e un tono assai diverso di quello usato rispetto a Giacobbe, infatti, "Si alzi mio padre e mangi..." sono le sue prime parole che paiono irriguardose verso il padre, peraltro, vecchio e malato.
Isacco, invece, evidentemente ritenne fosse venuto Giacobbe con altro cibo a cercare di ottenere anche lui una benedizione e chiese "Chi sei?".
La risposta, "Io sono il tuo figlio primogenito, Esaù" per Isacco fu come una mazzata, infatti: "Isacco fu colto da un fortissimo tremito", esattamente dice l'ebraico "tremò un grandissimo tremore", come se si fossero spalancate le porte dell'inferno e comprese d'essere stato raggirato.
Esaù si rese conto della situazione, ma non c'era rimedio, la benedizione data da Isacco a Giacobbe era valida a tutti gli effetti, come riconobbe il padre con quel "benedetto resterà" e a questo punto Esaù rivela al padre il fatto della primogenitura, carpita da Giacobbe con la famosa minestra di lenticchie. Isacco si tranquillizza, comprende finalmente la fragilità di questo suo figlio, intuisce il disegno di Dio retrostante che ha permesso attraverso la sua cecità di evitare il peggio.
A questo punto Esaù pianse.
Un primo atto spontaneo da parte del duro Esaù.
Piangeva su se stesso, sugli errori che aveva fatto, sulla superficialità con cui aveva affrontato la vita, comprese di essere stato pagato con giusta misura per i propri erronei comportamenti, pianse davanti al padre cui voleva sempre approssimarsi da forte e guerresco, pianse non curante che la madre in ascolto lo potesse sentire, in definitiva pianse davanti a Dio.
Era una prima apertura in cui Dio si sarebbe incuneato.
Si apriva un nuovo tempo per Esaù, quindi, era pronto ad ascoltarlo.

Del resto, andando poi alle lettere, il pianto, in ebraico "bekah" , con l'aggiunta di una lettera, la "rosh" che ha il significato grafico di "testa, capo", ha il potere di chiamare in gioco:
  • la benedizione "berakah" ;
  • la primogenitura "bekurah" .
C'è poi una sottigliezza rabbinica, da non trascurare.
In tutto questo capitolo Genesi 27 il termine "'Elohim" o "'Elohi" che è tradotto con "Dio", è nominato 2 volte, quando:
  • Genesi 27,20 - Giacobbe rispose al padre che osservava circa la selvaggina trovata rapidamente, "Il Signore tuo Dio me l'ha fatta capitare davanti.";
  • Genesi 27,28 - Isacco benedì Giacobbe, "Dio ti conceda rugiada dal cielo..."
Alla fine del precedente paragrafo in tale occasione si è osservato appunto che quando da parte di Isacco ci fu la benedizione di Giacobbe l'iniziò sotto il nome di "'Elohim", quindi, chiamando in gioco da parte della divinità essenzialmente l'aspetto della "giustizia"; del resto Giacobbe aveva detto "il tuo Dio, "Elohim".
Per contro in Genesi 27 il Tetragramma Sacro, , tradotto con "Signore", in ebraico "Adonai", si trova 3 volte, una nello stesso versetto 20 e poi quando:
  • Genesi 27,7 - Isacco disse a Giacobbe, mentre riteneva fosse Esaù, "...ti benedirò alla presenza del Signore prima di morire", ma poi di fatto al 28 lo benedì ricordando in nome di "Dio", "Elohim";
  • Genesi 27,27 - Isacco baciò Giacobbe "Ecco, l'odore del mio figlio come l'odore di un campo che il Signore ha benedetto".
Dal versetto 7 si coglie chiaramente che l'intenzione di Isacco era di dare la benedizione a Esaù nel nome del Signore, ossia di , esaltando in tal modo l'aspetto della "misericordia", sapendo bene che Esaù di meriti ne aveva pochi, ma poi, inavvertitamente o meglio per precisa volontà divina chiamò in gioco "'Elohim", la giustizia nei riguardi di quegli che stava benedicendo, ossia Giacobbe.

Il risultato per stretta logica, deducono i rabbini, è che la benedizione di Giacobbe fu condizionata, cioè assume pieno effetto quando sussistono minimali estremi di giustizia, quindi, l'avrebbe goduta quando avesse almeno cercato di meritarla e, di fatto, così avvenne, ma quando i suoi discendenti divennero "adulteri", come segnalarono i profeti, Israele perse i vantaggi di quella benedizione e fu sottoposto all'esilio e a popoli nemici.

Il senso con cui C.E.I. 2008 traduce il versetto Genesi 27,39 "Ecco, la tua abitazione sarà lontano dalle terre grasse, lontano dalla rugiada del cielo dall'alto", è diverso da come gli ebrei traducono il testo masoretico, infatti, quel "lontano", ripetuto due volte non c'è, e in sintesi dicono "Ecco, dalle parti migliori della terra sarà la tua sede e dalla rugiada del cielo dall'alto" e Tankhumà Yashan 14, osserva "che tu lo meriti o no", quindi, per Esaù e lo dicono gli ebrei, ci fu una benedizione senza condizionamenti, e il solo vero condizionamento è al versetto 40 per cui "servirai tuo fratello".
Del resto quei "lontano" non ci sono nemmeno nel testo greco dei LXX.

Questa benedizione fatta in quel modo poi non contrasta con quella data a "Giacobbe che avrebbe realizzato la sua benedizione nella terra d'Israele, mentre Esaù in un'altra terra". (Ramban)
La storia ha dato ragione a tale interpretazione; gli edomiti, in effetti, rimasero al loro posto e furono anche a capo dei giudei tramite i discendenti di Erode.
Di fatto poi la primogenitura, come eredità passò a Esaù, in quanto, Giacobbe, come vedremo dovette fuggire.

REBECCA EVITA L'IRREPARABILE
Siamo alla fine del capitolo Genesi 27 con gli ultimi 6 versetti che aprono tutta la serie dei successivi avvenimenti.
Da questo momento l'odio di Esaù per il fratello raggiunge il massimo; infatti, "Esaù perseguitò Giacobbe per la benedizione che suo padre gli aveva dato. Pensò Esaù: Si avvicinano i giorni del lutto per mio padre; allora ucciderò mio fratello Giacobbe." (41)

Il versetto inizia con "Esaù perseguitò Giacobbe..." e il verbo usato nel testo ebraico è col significato di "serbare rancore, odiare, osteggiare, attaccare, aggredire" insomma si "accese il cuore vivacemente " e i testi ebraici nel caso specifico propongono il significato di odiare.
Pensano a un odio perenne, l'eterna rivalità tra i due, in quanto, Esaù pensò di uccidere il fratello dopo che fosse morto il padre, proposito che i discendenti avrebbero cercato di realizzare in ogni tempo.

Quel verbo con quelle lettere va chiarito.
Vi si trova il radicale che riguarda, l'allontanarsi, il deviare, il traviarsi, l'essere infedele, Esaù deviò dal fratello, si allontanò definitivamente, le loro vite furono divise, questa è la pura verità, ma da qui a dire che l'odiò fino a volerlo morto ce ne passa; è vero, Esaù a caldo lo pensò, come dice il versetto 41, ma Dio lo lavorò come capiremo più avanti.

Quelle lettere poi si trovano per il nome di una località "shittim" ultimo accampamento di Israele dopo l'esodo, prima di entrare nella terra promessa ove Israele peccò con le donne di Moab e il sito è ricordato in Numeri 25,1; 33,49, in Giosuè 2,1 e Michea 6,5, valle che sarà irrigata dalle acque che sgorgheranno dal tempio nella visione di Gioele 3,18.

Le donne straniere furono il motivo vero della divisione tra fratelli, deviarono lo spirito ebraico di Esaù e lo annacquarono nei suoi discendenti; insomma "Satan" , e le lettere hanno alla base lo stesso radicale , ci aveva messo lo zampino.

In modo o nell'altro, che il testo non spiega, "...furono riferite a Rebecca le parole di Esaù, suo figlio maggiore..." (42a) e per la sua particolare ispirazione di madre su suggerimento divino lei fu a conoscere queste intenzioni fratricide "...ed ella mandò a chiamare il figlio minore Giacobbe..." che, di certo, s'era nascosto per paura "...gli disse: Esaù, tuo fratello, vuole vendicarsi di te e ucciderti. Ebbene, figlio mio, dammi retta: su, fuggi a Carran da mio fratello Labano. Rimarrai con lui qualche tempo, finché l'ira di tuo fratello si sarà placata. Quando la collera di tuo fratello contro di te si sarà placata e si sarà dimenticato di quello che gli hai fatto, allora io manderò a prenderti di là. Perché dovrei venir privata di voi due in un solo giorno?" (42b-45)

La madre fu veramente una profetessa, quello che disse si avverò.

Giacobbe, come vedremo, partirà per Padd Aram, e rimarrà fuori per circa 20 anni per cui la madre non lo rivedrà, perché morrà prima e fu sepolta nella grotta di Macpela (Genesi 49,31).

Il Talmud Babilonese - Sotà 13°, scritto dopo la distruzione da parte dei Romani del Tempio, che come tra poco vedremo, furono ritenuti eredi di Edom, sostiene che Giacobbe e Esaù furono seppelliti nello stesso giorno nella grotta di Macpela in quanto "Chushim" (detto Usim in C.E.I. 2008 in Genesi 46,23) figlio di Dan, avrebbe tagliato la testa a Esaù quando stavano per seppellire Giacobbe, in quanto si opponeva a farlo seppellire lì e... Giacobbe, ormai li steso morto, avrebbe aperto gli occhi e sorriso, il che fa capire come agli ebrei erano ormai pervicaci nel loro odio per Edom.
Come può essere nata questa idea?

Dan ebbe due porzioni di territorio in Israele e conquistò con la spada una parte a nord verso la Fenicia, presso la testa del territorio di Edom, dice, infatti, Giosuè 19,46-48, "Ma il territorio dei figli di Dan si estese più lontano, perché i figli di Dan andarono a combattere contro Lesem; la presero e la passarono a fil di spada, ne presero possesso, vi si stabilirono e la chiamarono Dan, dal nome di Dan loro capostipite. Questa fu l'eredità della tribù dei figli di Dan, secondo i loro casati: queste città e i loro villaggi." ed ecco, il figlio di Dan "Chushim" combatté e passò a fil di spada chi abitava a nord; del resto le lettere di quel nome dicono che nella "tomba pose ".
(Vedi: "La tribù perduta di Dan")

Torniamo alla storia dei due fratelli, la stessa madre, quindi, seppe come parlare al marito per convincerlo sull'opportunità che Giacobbe partisse e "Rebecca disse a Isacco: Ho disgusto della mia vita a causa delle donne ittite: se Giacobbe prende moglie tra le Ittite come queste, tra le ragazze della regione, a che mi giova la vita?" (46)

Rebecca è la progenitrice del popolo ebraico attraverso il figlio Giacobbe, da Dio stesso, poi, chiamato Israele.

Il Talmud, attraverso Esaù, la propone anche progenitrice del popolo romano; i due figli che si urtano e combattono nel suo grembo, prefigurano la futura inimicizia che dividerà i due popoli Israele e Edom e poi, appunto, con i romani.

Com'è nata questa idea nel Talmud?
Ricordiamo che il Talmud fu scritto per evitare la perdita di tradizioni dopo la diaspora del popolo ebraico a seguito delle guerre giudaiche in cui Roma distrusse Gerusalemme e il Tempio.

Tutto nascerebbe dalla profezia in Genesi 27,39 per cui Esaù avrebbe avuto secondo il testo masoretico "...parti migliori della terra sarà la tua sede e dalla rugiada del cielo dall'alto".

Esaù, Edom il "Rosso", ha come discendenti gli Idumei che la tradizione ebraica identifica come un popolo che si stanziò anche nella Sicilia della Magna Grecia.
Il Rashi, riprendendo tale antica tradizione, propone che con quella benedizione a Esaù s'aprirono, appunto, le porte di tale isola, detta anticamente "'i-taliah". All'interno del suo nome, infatti, c'è il biletterale "tal" di rugiada, la "'i-taliah shel Iawan", vale a dire "'i" Isola , della rugiada "tal" di IH un'isola di rugiada divina, ossia 'I - TAL - IAH, perciò ITALIA.

Ora ai tempi di Gesù di Nazaret, di Ponzio Pilato e di Erode, in Palestina operava per conservare la "Pax Romana" la gloriosa per Roma X legione, detta "Fretense", celebre dai tempi di Giulio Cesare, formata da siciliani della zona dello stretto o "fretum" di Messina che agitavano i labari rossi di Roma.



Unire il rosso Edom con nemici giurati da parte dei Giudei il passo fu breve.
Nemico giurato divenne, quindi, l'impero Romano, che sventolava sotto il naso dei giudei quei labari rossi e i facinorosi, zeloti e sicari, diventavano come tori nella corrida; del pari la cristianità che prese forza con l'imperatore Costantino fu ritenuta la logica continuazione di quell'impero.
Faccio notare che sul vessillo della "Legio Fretensis" è disegnato un cinghiale.
Per il mito greco gli dei dell'Olimpo nello scontro con Titani fuggirono e si trasformarono in animali; in particolare Ares, il dio della guerra, ebbe a trasformarsi in un cinghiale.

Al riguardo, è da ricordare l'episodio nei Vangeli (Matteo 8,28-34; Marco 5,1-20, Luca 8,26-39) dei maiali in cui si erano rifugiati i demoni che si precipitano e affogano nel lago e si dichiararono "Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti". (Marco 5,9)

TUTTO FINISCE BENE
La vita prosegue, ma tra i due fratelli ora s'è prodotta una profonda divisione che provoca paura in Giacobbe e un'accesa ira in Esaù.
Il sapiente operato della madre salva dal fratricidio i due figli che avrebbero potuto essere dei nuovi Caino e Abele; del resto erano due gemelli come Giacobbe e Esaù, che erano in opposizione combattendosi tra di loro la preferenza divina, ma che la madre Eva non fu capace di proteggere.
Rebecca salvò i propri figli con i suoi illuminati interventi e consigli, dando tempo prezioso, senza deviare dal disegno divino, fiduciosa che Dio, padrone della storia, avrebbe saputo lavorare il cuore duro del figlio maggiore.
Riuscì anche a rimanere saldamente unita al proprio sposo che comprese l'opera provvidenziale compiuta dalla moglie per grazia e volontà di Dio.
Isacco constatò che quanto aveva pensato Rachele era giusto.
Andasse pure Giacobbe a prendere moglie dove l'aveva presa lui, in Armenia presso la famiglia di Rebecca.
Questa volta, ecco, che Isacco spontaneamente, di cuore, benedice Giacobbe, con il che conferma con i fatti che inganno non ci fu, o meglio fu solo apparente, ma necessario per superare la cocciutaggine.

Così dicono i primi versetti di Genesi 28: "Allora Isacco chiamò Giacobbe, lo benedisse e gli diede questo comando: Tu non devi prender moglie tra le figlie di Canaan. Su, va in Paddan-Aram, nella casa di Betuel, padre di tua madre, e prenditi là una moglie tra le figlie di Labano, fratello di tua madre. Ti benedica Dio l'Onnipotente, ti renda fecondo e ti moltiplichi, sì che tu divenga un insieme di popoli. Conceda la benedizione di Abramo a te e alla tua discendenza con te, perché tu possieda la terra che Dio ha dato ad Abramo, dove tu sei stato forestiero. Così Isacco fece partire Giacobbe, che andò in Paddan-Aram presso Labano, figlio di Betuel, l'Arameo, fratello di Rebecca, madre di Giacobbe e di Esaù." (Genesi 28,1-5)

La benedizione con cui questa volta Isacco investe Giacobbe è in nome di "Dio onnipotente" - "'El Shaddai" - come lo chiamava Abramo, e conferma che Giacobbe e la sua discendenza possederanno l'eredità di quanto fisicamente e spiritualmente Dio intendeva dare ad Abramo stesso; ossia in lui prosegue la promessa, quindi, l'alleanza si renderà concreta.
Andando al sodo di quanto veramente interessa, da lui, ossia da Giacobbe nascerà il Messia, il salvatore dell'umanità, capace di riportarla a Dio.
Mentre Giacobbe era in viaggio, nel sogno di una scala che arriva al cielo da cui scendevano e salivano angeli, sentì il Signore che gli confermava la benedizione in favore di "tutte le famiglie della terra". (Genesi 28,14)

Giacobbe arriva dallo zio Labano, fratello della mamma, s'innamora di Rachele la seconda figlia dello zio, ma dopo 7 anni di lavoro per procurarsi la dote, ossia il prezzo del riscatto il "moher", si trova sposato con inganno con la prima figlia di lui, Lia, ma insiste e vuole proprio la seconda che sposa, resta là altri 7 anni e per la dote di lei, poi quasi altri 7 per arricchirsi.

Dopo circa 20 anni (Genesi 31,38), ricco (Genesi 30,43), torna verso il paese da cui era partito con 2 mogli e 2 concubine, serve delle mogli, con 11 figli e una grande carovana di servi e animali carichi di tutti i suoi averi; il tutto è narrato nei capitoli 29, 30 e 31.

Nel frattempo Esaù viveva grazie alla spada, era un potente che scorrazzava nei territori, ma viveva preferibilmente in Seir ove la terra rossa ricorda il termine di Edom e che i discendenti di Esaù poi riuscirono a possedere vincendo gli Urriti come si legge in Deuteronomio 2,12.

Tra l'altro nello stesso capitolo in Deuteronomio 2,4-9 si legge quando gli Israeliti ebbero il permesso di entrare nella terra promessa: "Voi state per passare i confini dei figli di Esaù, vostri fratelli, che dimorano in Seir; essi avranno paura di voi, ma state molto attenti: non muovete loro guerra, perché della loro terra io non vi darò neppure quanto ne può calcare la pianta di un piede; infatti ho dato la montagna di Seir in proprietà a Esaù. Comprerete da loro con denaro le vettovaglie che mangerete e comprerete da loro con denaro anche l'acqua che berrete, perché il Signore, tuo Dio, ti ha benedetto in ogni lavoro delle tue mani, ti ha seguito nel tuo viaggio attraverso questo grande deserto. Il Signore, tuo Dio, è stato con te in questi quarant'anni e non ti è mancato nulla. Allora passammo oltre i nostri fratelli, i figli di Esaù, che abitano in Seir, lungo la via dell'Araba, per Elat ed Esion-Ghèber. Poi piegammo e avanzammo in direzione del deserto di Moab. Il Signore mi disse: Non attaccare Moab e non gli muovere guerra, perché io non ti darò nulla da possedere nella sua terra; infatti ho dato Ar ai figli di Lot, come loro proprietà".

Edom poi si estenderà dalla frontiera con Moab a Nord, formata dalla valle del torrente di Zered, verso Sud fino a Elat sul golfo di 'Aqaba, a Sud fino all'inizio ciglio del Deserto Arabico e a Ovest arriverà al deserto di Zin, comprese le alture del Negheb dall’estremità Sud Ovest del Mar Salato fino a Qadesh-Barnea confinando a Sud Est poi col territorio di Giuda.

Con umiltà e timore, Giacobbe avvisò il fratello del suo arrivo, infatti: "Giacobbe mandò avanti a sé alcuni messaggeri al fratello Esaù, nella regione di Seir, la campagna di Edom. Diede loro questo comando: Direte al mio signore Esaù: Dice il tuo servo Giacobbe: Sono restato come forestiero presso Labano e vi sono rimasto fino a ora. Sono venuto in possesso di buoi, asini e greggi, di schiavi e schiave. Ho mandato a informarne il mio signore, per trovare grazia ai suoi occhi." (Genesi 32,4-6)

Gli riferirono che a seguito di ciò Esaù gli stava andando incontro con 400 uomini, per cui la paura in Giacobbe crebbe.
Divise, allora, la propria carovana in due gruppi, perché, nella peggiore delle ipotesi, forse la metà si sarebbe potuta salvare, e mandò in avanti divisi in vari gruppi servi con diversi animali in dono al fratello.
Il giorno dopo ci sarebbe stato l'incontro.

Durante la notte fece passare il guado del torrente "Iabbok" , alle mogli ai figli e ai suoi averi, quindi, rimase solo e in Genesi 32,23-32 avvenne l'episodio della misteriosa "lotta con l'angelo di Dio" apparso in figura d'uomo che gli mutò il nome da Giacobbe in Israele "Ishera'el" "...perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto", come dice al versetto 29 l'angelo, ossia sei "retto, diritto" per Dio e non più "storto, tortuoso, subdolo, falso" come insito nelle lettere del nome Giacobbe .

Interessante, Giacobbe al torrente "Yabboq" vide Dio; le stesse lettere di Giacobbe evocano la storia; altra interpretazione sul nome Israele è che sarebbe una contrazione del dire "l'uomo che vide Dio ".
(Vedi: "La risurrezione dei primogeniti" decriptazione di Genesi 32,23-32 nel paragrafo "Giacobbe allo Yabbok")

Giacobbe pregò il Signore che lo salvasse dall'ira del fratello, del resto non gli aveva sottratto nulla, infatti, iniziò la sua preghiera dicendo: "Con il mio solo bastone avevo passato questo Giordano e ora sono arrivato al punto di formare due accampamenti. Salvami dalla mano di mio fratello, dalla mano di Esaù, perché io ho paura di lui: che egli non arrivi e colpisca me e, senza riguardi, madri e bambini!" (Genesi 32,11s), il che conferma, di fatto, che non aveva usato del diritto di primogenitura o di quanto altro.

In Genesi 33 c'è il racconto dell'incontro dei due fratelli e si legge al versetto 4: "Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero."

Dio aveva lavorato in entrambi, figli fortunati di una di due sposi santi.
Rachele era stata profetessa e madre accorta.
Dio ha eletto Giacobbe, l'ha reso giusto per un servizio sacerdotale e profetico davanti agli uomini per annunciare che Dio c'è e che s'è fatto vedere perché vuole che sia l'uomo sia libero per regnare sulla terra felice e non per essere schiavo dei propri vizi.
Rebecca ha compreso, ha favorito quel disegno, ma non ha perduto nessuno di quelli che le erano stati affidati.
Anche Esaù perde la spigolosità di malvagio, di cui l'ha rivestito di nuovo poi l'immaginario giudaico alla luce dei fatti accaduti con i suoi discendenti.
Esaù viene pure lui a godere dei meriti di quella famiglia di giusti, in quanto in definitiva operarono secondo la linea retta guidati da Dio, compreso Esaù che riuscì a non vendicarsi e a perdonare accogliendo il fratello, anche se umanamente questi non s'era comportato nel migliore dei modi.

La conclusione di tutto si trova nel Salmo 1 che introduce il libro Salterio: "Beato l'uomo che non... resta nella via dei peccatori... tutto quello che fa, riesce bene... il Signore veglia sul cammino dei giusti."

Per la Chiesa Cattolica Rebecca, antenata di Cristo, è Santa, ricordata il 23 settembre ed è citata da Dante Alighieri nel XXXII canto, nel Paradiso delle Divina Commedia 32,5-11:

La piaga che Maria richiuse e unse, quella ch'è tanto bella da' suoi piedi è colei che l'aperse e che la punse. (la piaga è Eva che Maria guarì)
Ne l'ordine che fanno i terzi sedi, siede Rachel di sotto da costei con Beatrice, sì come tu vedi. (nel terzo ordine di seggi)
Sarra e Rebecca, Iudìt e colei che fu bisava al cantor che per doglia del fallo disse "Miserere mei". ((Sara, Rebecca e Giuditta. Il cantor è Davide. Il fallo è il peccato originale)

Qui di seguito ecco tutto il testo secondo C.E.I. 2008 di Genesi 33 sull'incontro tra i due fratelli.

Genesi 33,1 - Giacobbe alzò gli occhi e vide arrivare Esaù, che aveva con sé quattrocento uomini. Allora distribuì i bambini tra Lia, Rachele e le due schiave;

Genesi 33,2 - alla testa mise le schiave con i loro bambini, più indietro Lia con i suoi bambini e più indietro Rachele e Giuseppe.

Genesi 33,3 - Egli passò davanti a loro e si prostrò sette volte fino a terra, mentre andava avvicinandosi al fratello.

Genesi 33,4 - Ma Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero.

Genesi 33,5 - Alzati gli occhi, vide le donne e i bambini e domandò: Chi sono questi con te? Giacobbe rispose: Sono i bambini che Dio si è compiaciuto di dare al tuo servo.

Genesi 33,6 - Allora si fecero avanti le schiave con i loro bambini e si prostrarono.

Genesi 33,7 - Si fecero avanti anche Lia e i suoi bambini e si prostrarono e infine si fecero avanti Giuseppe e Rachele e si prostrarono.

Genesi 33,8 - Domandò ancora: Che cosa vuoi fare di tutta questa carovana che ho incontrato? Rispose: È per trovar grazia agli occhi del mio signore.

Genesi 33,9 - Esaù disse: Ho beni in abbondanza, fratello mio, resti per te quello che è tuo!

Genesi 33,10 - Ma Giacobbe disse: No, ti prego, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, accetta dalla mia mano il mio dono, perché io sto alla tua presenza, come davanti a Dio, e tu mi hai gradito.

Genesi 33,11 - Accetta il dono augurale che ti è stato presentato, perché Dio mi ha favorito e sono provvisto di tutto! Così egli insistette e quegli accettò.

Genesi 33,12 - Esaù disse: Partiamo e mettiamoci in viaggio: io camminerò davanti a te.

Genesi 33,13 - Gli rispose: Il mio signore sa che i bambini sono delicati e che devo aver cura delle greggi e degli armenti che allattano: se si affaticassero anche un giorno solo, tutte le bestie morirebbero.

Genesi 33,14 - Il mio signore passi prima del suo servo, mentre io mi sposterò con mio agio, tenendo il passo di questo bestiame che mi precede e dei bambini, finché arriverò presso il mio signore in Seir.

Genesi 33,15 - Disse allora Esaù: Almeno possa lasciare con te una parte della gente che ho con me! Rispose: Ma perché? Basta solo che io trovi grazia agli occhi del mio signore!

Genesi 33,16 - Così quel giorno stesso Esaù ritornò per conto proprio in Seir.

Genesi 33,17 - Giacobbe invece partì per Succot, dove costruì una casa per sé e fece capanne per il gregge. Per questo chiamò quel luogo Succot.

Genesi 33,18 - Giacobbe arrivò sano e salvo alla città di Sichem, che è nella terra di Canaan, al ritorno da Paddan-Aram e si accampò di fronte alla città.

Genesi 33,19 - Acquistò dai figli di Camor, padre di Sichem, per cento pezzi d'argento, quella porzione di campagna dove aveva piantato la tenda.

Genesi 33,20 - Qui eresse un altare e lo chiamò El, Dio d'Israele."

Proseguendo la lettura del Genesi, non si trova poi traccia di un eventuale incontro dei Giacobbe con i genitori in vita.

Sappiamo che tutto quanto si trova nelle Sacre Scritture dell'Antico Testamento è una profezia totale della venuta del Messia e del suo operare, certificata poi avvenuta da parte dei Vangeli e dagli altri scritti del Nuovo Testamento.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda che:

59 - Per riunire tutta l'umanità dispersa, Dio sceglie Abram chiamandolo: "Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre" (Genesi 12,1), per fare di lui Abramo, vale a dire "il padre di una moltitudine di popoli" (Genesi 17,5), "In te saranno benedette tutte le famiglie della terra". (Genesi 12,3)

60 - Il popolo discendente da Abramo sarà il depositario della Promessa fatta ai patriarchi, il popolo dell'elezione, chiamato a preparare la ricomposizione, un giorno, nell'unità della Chiesa, di tutti i figli di Dio; questo popolo sarà la radice su cui verranno innestati i pagani diventati credenti.

61 - I patriarchi e i profeti e altre figure dell'Antico Testamento sono stati e saranno sempre venerati come santi in tutte le tradizioni liturgiche della Chiesa.

L'elezione di Dio è imperscrutabile e avviene per grazia e non per le opere, come scrive San Paolo in Romani 11,5 ove riferendosi agli ebrei prosegue in 11,28s: "...ma quanto all'elezione, sono amati, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!"

Il catechismo della Chiesa Cattolica circa il Sacramento del Battesimo recita:

1268 - I battezzati sono divenuti "pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo" (1Pietro 2,5). Per mezzo del Battesimo sono partecipi del sacerdozio di Cristo, della sua missione profetica e regale, sono "la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che li ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce" (1Pietro 2,9). Il Battesimo rende partecipi del sacerdozio comune dei fedeli.

È quindi da ritenere che il battesimo nel nome di Gesù Cristo è segno certo di elezione ed è proposta dalla Madre Chiesa e dato ai catecumeni adulti in tre tempi sempre preceduti da riti:
  • del catecumenato, esorcismi minori, benedizioni, unzione;
  • dell'elezione o iscrizione del nome, della purificazione e dell'illuminazione, seguiti da scrutini, consegna del "Credo" e del "Padre Nostro", restituzione pubblica del "Credo";
  • del battesimo e introduzione all'Eucaristia.
Chi è battezzato alla nascita, poi, dai genitori, dai padrini e dalla madre Chiesa sarà seguito perché possano compiersi in lui in modo cosciente tutti i suddetti passi dei voti battesimali al fine di ricevere la piena grazia della confermazione dello Spirito Santo e camminare nel mondo come un uomo nuovo in Cristo.

San Pietro, nella sua seconda lettera in 1,10s, infatti, scrive: "Quindi, fratelli, cercate di render sempre più sicura la vostra vocazione e la vostra elezione. Se farete questo non inciamperete mai. Così infatti vi sarà ampiamente aperto l'ingresso nel regno eterno del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo."

Esaù è figlio di Isacco, benedetto da lui in nome di Dio misericordioso, un virgulto dallo stesso ceppo, nipote di Abramo, quindi, nel filone dell'alleanza col Dio di Abramo e con il Dio di Isacco, lo stesso Dio di Giacobbe, eppure per i fratelli Ebrei discendenti di Giacobbe la sua discendenza si è dimostrata formata per il popolo ebraico un popolo ostile, di nemici, in cui furono annoverati poi gli stessi Romani e gli abitanti della Magna Grecia.

La Torah però precisa "i figli di Esaù, vostri fratelli" in Deuteronomio 2,4 e 8. In Deuteronomio 23,8s viene detto in modo esplicito "Non avrai in abominio l'Edomita, perché è tuo fratello...", ma non fu così storicamente.

San Paolo nella lettera agli Efesini 2,11-16 ricorda qualcosa del genere quando parla di fare dei due un popolo solo, infatti, proclama: "Perciò ricordatevi che un tempo voi, pagani per nascita, chiamati incirconcisi da quelli che si dicono circoncisi perché tali sono nella carne per mano di uomo, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo. Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l'inimicizia."

Si può dire che l'elezione avviene per imperscrutabile volontà divina, passò all'eletto Israele tramite l'operato della madre Rachele da cui nacque la Madre del Messia che è stata da Dio tanto amata da divenirne Figlio che l'ha consegnata ai suoi fratelli e discepoli ed Ella è capace di trasmettere il vero amore di Dio agli uomini.

Certo che il racconto dei due fratelli annuncia Gesù Cristo ho provveduto alla decriptazione con il mio metodo di "Parlano le lettere" dei capitoli Genesi 27 e 33 che riporto in "Appendice" che effettivamente presentano l'opera del Messia.

APPENDICE - DECRIPTAZIONI GENESI 27 E GENESI 33
Riporto tutta di seguito la decriptazione col mio metodo di "Parlano le lettere" dei capitoli di Genesi 27 e 33 rispettivamente dei versetti 46 e 20.
Prima di riportare di fare ciò, a titolo d'esempio, riporto il testo ebraico del versetto Genesi 27,1 mostrando il procedimento che seguo per arrivare al risultato.

Genesi 27,1 - "Isacco era vecchio e gli occhi gli si erano così indeboliti che non ci vedeva più. Chiamò il figlio maggiore, Esaù, e gli disse: Figlio mio. Gli rispose: Eccomi. "




Genesi 27,1 Per riportare la forza nel mondo a stare della rettitudine fu nei ceppi dall'angelo (ribelle). Fu giù nella prigione a versarsi e nell'oppressione a entrare . Fu d'energia una fonte a essere portata ai viventi . Con il corpo venne () a recarla ; sarà a versarla alla vista l'Unigenito . Dalla croce lo videro risorto riportarsi a casa gli apostoli ; ed entrò glorioso e fu a dire che a Dio era a riportarsi . Il Figlio era ! E fu a dire che della divinità era a recare al mondo l'energia che negli apostoli fu .

Decriptazione Genesi 27
Genesi 27,1 - Per riportare la forza nel mondo a stare della rettitudine fu nei ceppi. Dall'angelo (ribelle) fu giù nella prigione a versarsi e nell'oppressione a entrare. Fu d'energia una fonte a essere portata ai viventi. Con il corpo venne a recarla; sarà a versarla alla vista l'Unigenito. Dalla croce lo videro risorto riportarsi a casa gli apostoli; ed entrò glorioso e fu a dire che a Dio era a riportarsi. Il Figlio era! E fu a dire che della divinità era a recare al mondo l'energia che negli apostoli fu.

Genesi 27,2 - A riportarsi sarà l'Unigenito tra i viventi con il corpo nel mondo. Con gli angeli uscirà inviato dall'Unico per colpire versando l'energia che a finire sarà il serpente. (Questi) da calamità nel tempo fu, (in quanto) fu a recare ai viventi la morte nell'esistenza.

Genesi 27,3 - Ma dal tempo uscirà bruciato per l'Unigenito. L'angelo (ribelle) mangiato sarà dalla rettitudine del Crocifisso. Al serpente sarà la rettitudine recata; si verserà da fuoco per ardere le sozzure. Del demonio nel mondo si porterà a caccia. Dal mondo il serpente sarà a scendere gettato fuori.

Genesi 27,4 - E per l'agire della risurrezione uscirà il serpente che è a vivere nei cuori; agendo, per i viventi è una piaga. L'Unigenito, per liberarli per amore, crocifisso fu, ma rientrò a casa; fu dall'Unico a rientrargli la potenza. Sarà a portarsi a mangiarlo entrando dentro in azione nella prigione per finirlo dentro i corpi con la rettitudine; così l'angelo superbo, (di cui) è dentro i cuori il verme dall'origine, morirà.

Genesi 27,5 - E dalle moltitudini lo verserà fuori bruciandolo in seno a tutti. Solo da dentro il corpo sarà a scendere. Fuori vomiterà il serpente l'azione di fuoco che porterà il Figlio; e a bastonare sarà il serpente con la rettitudine che, agendo, a bruciare lo porterà. Uscirà il demonio entrando del Potente il precetto, e per l'aiuto giù sarà liberata la casa ove sta dall'origine.

Genesi 27,6 - E dai corpi, ove abita, verserà fuori l'Unigenito l'essere ribelle. Dio spazzerà il maledetto angelo, che uscì con rifiuto essendo ribelle tra gli angeli. Uscirà la risurrezione dal seno del Crocifisso (da cui) sarà a venire dal Padre la forza della rettitudine. Nei viventi s'insinuerà nei corpi la divinità che, agendo, simili fratelli saranno per rettitudine al potente Unigenito, che visse con il corpo.

Genesi 27,7 - Entrando dentro, risaranno splendenti, essendo a scendere la forza dell'impuro che agiva; bruciato uscirà il serpente che è a vivere nei cuori per agire in vita. Sarà nei viventi portata a mangiare la perversità dalla forza della rettitudine che spengerà il serpente con il soffio che inviato sarà dal Signore. Uscirà il serpente dalle persone con la forza della morte che c'è.

Genesi 27,8 - E si vedrà dal Crocifisso uscire da dentro l'energia. Sarà bruciarlo in seno. Da dentro, arrostito il serpente dall'Unigenito con la risurrezione, si vedrà l'angelo (ribelle), che è nei viventi, scendere, portato fuori dalla venuta rettitudine.

Genesi 27,9 - Con la potenza della rettitudine inviata dall'Unigenito del maledetto uscirà la sozzura che l'angelo (ribelle) portò versando la malattia nei viventi. La risurrezione li salverà dall'angelo che li affligge sbarrando l'esistenza, spazzando questi che sta a vivere nei cuori. Dentro sarà nei viventi a recare l'Unigenito in azione la risurrezione per cui uscirà l'originaria integrità ai viventi. Nei cuori agirà la vita che c'era in pienezza. Dentro saranno retti, così la beatitudine delle origini rientrerà dentro.

Genesi 27,10 - E rientrerà dentro dell'Unico in tutti la potenza che all'origine dentro era ad ardere. Dell'origine, la rettitudine nei cuori agirà, ricreata dalla risurrezione. I corpi (infatti) sono dentro fiacchi tutti per il soffio dell'angelo (ribelle) che fu la morte a recare.

Genesi 27,11 - A portarsi fu all'origine il ribelle in azione. Si versò dentro il maledetto nei corpi per abitarvi versandosi fuori dall'Unico. Nei viventi portò a entrare l'angelo in azione la distruzione quand'era il sesto (giorno). Per agire si sazia d'energia dell'Unico che per la rettitudine era nell'uomo, (ma) l'ammalare gli versa.

Genesi 27,12 - Il pazzo fu a vivere negli anni (quando) fu dall'Unico da casa a essere portato nel mondo, (ove) è a stare. Completa fu dentro la rovina che l'angelo fu a recare. La rettitudine nei viventi finì nel tempo per il peccare. Dentro venne a stare dell'Altissimo la maledizione nel mondo, e per il rifiuto la benedizione uscì.

Genesi 27,13 - Portò a finire l'originaria vita nei corpi il serpente, portandosi dall'Unico nei viventi, ma l'Altissimo la maledizione completa così dentro ad inviargli fu con l'Unigenito. Con la rettitudine accesa in seno a casa arrostito lo porterà. E del serpente con la rettitudine rovescerà la malattia.

Genesi 27,14 - E fu nel cammino a portarsi per obbedienza. Annunciato fu che dentro di Dio l'Unigenito tra i viventi si portava. E da segno si vide una luce che l'Unigenito la Madre portava in vita dall'utero; alla vista dei viventi fu. Un vivente retto da una donna si vide nel mondo abitare; da primogenito dentro fu portato.

Genesi 27,15 - E al termine lo versò in una grotta; dentro lo versò nel mondo. Vennero alla casa passanti - camminanti che dalla porta furono a vederlo. Una luce li portò alla casa con gli angeli che uscirono in campo aperto gloriosi. Gli usciti per piacevole segno la donna videro per il segno uscito sulla casa che da Tempio si portò. La scelta dal Potente nella casa (ove) la luce venne fu alla vista con grembo il Figlio. Uscì nel mondo versato un bellissimo angelo!

Genesi 27,16 - Portò l'Unico il segno alla vista che nel corpo finalmente, in cammino per aiutare nell'esistenza, era entrata la forza che sarà a recidere in casa col fuoco, che uscire si vedrà, il serpente. La forza 'il basta' recò che con azione potente il nascosto - chiuso serpente rovescerà. Alla fine giù lo porterà l'Unigenito dai corpi ove s'è portato.

Genesi 27,17 - E per finire il drago venne tra i viventi per amore. Tra i popoli fu a vivere, per portare per l'Unico la fine nel mondo della guerra, che all'origine accese il cattivo. Per la risurrezione alla fine aa uscire di casa sarà; da 'basta' agirà. Lo rovescerà dalla casa in cui abita; l'angelo (ribelle) uscirà.

Genesi 27,18 - E fu dentro l'Unigenito dal maledetto dal Padre a stare. E di portarsi fu a dirlo il Padre. Fu a portarsi da primogenito a vivere nel corpo. Nel mondo da inviato dall'angelo nei giorni venne dentro per i lamenti.

Genesi 27,19 - A portarsi fu l'Unigenito dal ribelle in azione versandosi in casa del maledetto. Dal Padre fu a portarsi per incontrarlo. Con la rettitudine lo spazzerà. Tornando la rettitudine nei fiacchi a risorgere sarà tutti, che risaranno retti. L'Unigenito libererà con l'aiuto dentro i corpi tutti dal maledetto che sarà rovesciato riportando i viventi belli per la risurrezione. Da dentro, Lui, da tutti i viventi a cacciarlo sarà. Dentro si vedrà in una fossa finire mangiato dalla rettitudine tra i lamenti dall'energico soffio ardente della rettitudine.

Genesi 27,20 - E fu l'Unigenito dal ribelle a scendere. Si versò di nascosto di Dio il Figlio. Per recarsi a vivere nel mondo questi entrò nella Madre che lo partorì al termine, perché giù l'Unigenito nel figlio fu a portarsi a stare. L'Unigenito nella madre nel corpo, che retta era, entrò. Si versò nel corpo l'Essere. Per portarsi nel mondo Dio entrò a stare dalla sposa, alla quale a parlarle un angelo fu.

Genesi 27,21 - E fu a dirle che era stato su fissato da Dio. Fu a sentire che nel grembo l'energia ad accenderla entrerà; l'energia l'Unigenito Le porterà. E da primogenito della Madre in una capanna il figlio fu a uscire. Dall'Unico un segno al mondo che questi usciva sulla casa con gli angeli ci fu alla vista. Una luce si portò. Dell'Unico in un vivente, il potente Unigenito.

Genesi 27,22 - A portarsi fu nel cammino alla luce. Fu alla vista dal grembo Dio a stare giù. (Come) fissato dal Padre fu a portarsi; a portarsi fu per salvare il mondo. E si portò a stare l'Unigenito a vivere nel corpo nel mondo per rovesciare il serpente. Speravano che il Potente fosse in azione a versarsi da casa per portarsi nel mondo (onde) fosse d'aiuto. Nei giorni d'aiuto sarà con l'azione della risurrezione che ha portato.

Genesi 27,23 - E dal serpente, con l'Unigenito, entrò una fornace che portò la rettitudine a stare nel mondo. Fu a portare la forza per aiutare. Fu portato così ad esistere il 'basta' per re-agire alla distruzione della vita portata dal cattivo che la fine recò nell'esistenza della benedizione con la perversità.

Genesi 27,24 - E fu l'Unigenito dei viventi alla vista. Finalmente uscì questi nel mondo. Dentro da inviato fu ad agire tra i simili e fu a dire che dall'Unico inviato era.

Genesi 27,25 - A portare fu l'Unigenito tra i viventi un corpo a uscire nel cammino di illuminati che nel mondo del Potente erano a portare dell'Unico la rettitudine. Del serpente nel mondo tra i viventi a caccia dentro dell'angelo fu, perché l'azione dell'angelo (ribelle) finisse. Dentro la fiacchezza con la rettitudine all'angelo superbo fu a recare; ad affliggerlo per i delitti si portò portando la forza che all'origine il Potente fu a recare. In casa al maledetto recò un forza che l'opprimeva. A portare fu (così) per illuminare segni.

Genesi 27,26 - Ed era a dire che da Dio s'era portato; era stato su fissato dal Padre che fosse a portarsi. Apostoli illuminati uscirono per i pascoli (in quanto) per gli apostoli desiderava che d'illuminati una Chiesa ci fosse. A casa con gli apostoli stava.

Genesi 27,27 - E furono nel cammino simili ad essere illuminati. Per rovesciarlo un serpente si portò e fu nel corpo (degli apostoli) a nascondersi. L'Unigenito, per crocifiggerne il corpo, fu imprigionato per un tradimento che portò e fu dentro fiaccato per le perversità portategli. Furono per l'Unigenito erbe amare a iniziare sul monte. Fu nelle strette dentro per l'angelo a stare per la rettitudine. Il corpo fu dalla tomba risorto per l'aiuto che uscì dall'Unico. La risurrezione nel corpo abitava (in quanto) nel corpo la rettitudine recava; fu (perciò) a riuscire per riportarsi nel mondo.

Genesi 27,28 - A portare fu ai confini gli apostoli in cammino; l'entrata divinità ad uscire è dalla Madre nei viventi nei cuori. Dal Potente rientrò nei cieli per portarvi i viventi nell'ottavo (giorno) che saranno a uscire dalla terra. Porterà le moltitudini aiutandole nel giardino, recando a tutti la forza della risurrezione dei corpi.

Genesi 27,29 - Sarà il Servo a riportare così i popoli a riessere in vita recando la forza della risurrezione che tutti dalle tombe riporterà. Del serpente dalla prigione i viventi saranno vivi ad uscire e dal mondo in alto li lancerà. Il serpente, dall'Unigenito chiuso, sarà ad ardere per la forza della risurrezione che in prigione gli avrà recato. E per la potenza della rettitudine figli saranno dell'Unico. Nella piaga dell'Unigenito nel corpo con i corpi saranno per la rettitudine delle origini che nei corpi si riporterà. Nei viventi la benedizione ci risarà in abbondanza per la riportata rettitudine.

Genesi 27,30 - Ed essendo a rientrare nell'esistenza la rettitudine, la beatitudine in tutti rientrerà. Sarà giù in prigione rovesciato il serpente; da dentro i corpi dalla rettitudine verrà spazzato. Rovesciato da dentro, portato sarà ad uscire per la forza dell'Unigenito. Bruciature (gli) scenderanno da guaio. Con la sozzura lo spazzerà. Nel ventre dei viventi venne. Nelle persone fu. Fu giù a chiudersi, si riversò all'origine dentro, (ma) sarà a riportarsi bastonato alla vista per la distruzione della vita che portò dentro con la forza che c'è dell'essere impuro.

Genesi 27,31 - Porterà a spazzare anche la perversità che dall'origine vive nei cuori dei viventi che fu nei viventi a recarsi a stare dentro il maledetto che all'origine dentro fu a recarla. E sarà l'originaria vita nei corpi potente, che all'origine dentro era, a riportarsi. Per ubbidienza, tra i viventi dal Padre fu a portarsi a stare l'Unigenito con la rettitudine, perché a caccia a casa dell'angelo si portasse. Dentro tra gli Ebrei scelse di abitare. In un corpo così inviata fu un'anima retta.

Genesi 27,32 - E sarà l'Unigenito vivo con il corpo in potenza a riportarsi essendo su fissato dal Padre; un giorno sarà a rivenire. Sarà l'Unigenito dei viventi alla vista. L'angelo (ribelle) sarà in casa ucciso dal primogenito della rettitudine che in azione la risurrezione recherà.

Genesi 27,33 - Chi portò nell'esistenza il terrore a stare giù in prigione, rovesciato terrorizzato uscirà. La gloria rientrerà per sempre. La forza si riporterà. Sarà l'originaria vita nei corpi dei viventi a ristare. L'originario soffio riporterà l'Unigenito. La perversità dall'Unigenito uscirà cacciata. A scendere sarà l'essere impuro che fu a casa maledetto. Sarà a recare l'Unigenito a tutti i viventi la rettitudine dal cuore nel cuore. Il verme finirà che dentro si portò all'origine. La benedizione si riporterà a scorrere dentro i corpi per la riportata rettitudine che risarà nell'esistenza.

Genesi 27,34 - La rettitudine, riaccesa in seno, in azione la risurrezione recherà venendo a insinuarsi nei corpi l'essenza che dal Padre fu a recare. Saranno giù, agendo, alla fine dall'oppressione a scappare (correre) liberi. E all'essere ribelle, portatosi nel sangue all'origine, con l'essere impuro che è origine d'amarezza, il rifiuto dentro sarà portato. Dentro i corpi, per la rettitudine che inviata sarà, anche a incontrare saranno il Padre nell'esistenza.

Genesi 27,35 - E saranno all'Unico dei viventi le moltitudini con l'Unigenito da fratelli a stare per la rettitudine che dentro i viventi nei corpi rivivrà. Dal mondo li porterà gli saranno rovesciati in grembo con i corpi così tutti retti.

Genesi 27,36 - Portati saranno all'Unico vivi. Dal corpo usciranno retti dal diletto Unigenito che il colpevole avrà portato a spazzare. A rovesciare a casa avrà portato a essere l'ingannatore. L'angelo era questi di cui entrò il soffio ad agire nei viventi. Sarà nei viventi a rivenire la benedizione che finita era. Dal Potente li verserà nell'assemblea. Li porterà a entrare con gli angeli, usciti dal tempo del mondo. Nel Potente li verserà in grembo. Nel corpo così del Crocifisso saranno portati a stare dall'Unico. L'essere ribelle, uscito il rifiuto, avrà arrostito completamente. Il serpente sarà mangiato così nel mondo.

Genesi 27,37 - Portati saranno a vedere gli angeli. Saranno a salire all'assemblea sperata; saranno con l'Unigenito a vivere con i corpi potenti alla vista simili. Tra gli angeli in alto li lancerà. Per la risurrezione dai morti saranno portati tra i potenti. La rettitudine riporterà l'originaria perfezione che dell'Unico la vita porterà in dono. Saranno accompagnati al Potente dal Servo da cui saranno i viventi portati per mano. Nel giardino li porterà tutti a stare. Nel corpo del Risorto, dal foro della piaga, tutti saranno a portarsi. E a serpente spento dall'ira portata dall'Unigenito, i viventi entreranno dall'Unico alla vista; con il Risorto entreranno da figli a starvi.

Genesi 27,38 - A recare sarà l'Unigenito nei viventi al cattivo la distruzione. La potenza del Padre sarà a portare dentro i corpi che lo spengerà. L'origine uscirà da tutti della perversità. Il maledetto afflitto dentro sarà. Lo mangerà la rettitudine. Tra i lamenti scapperà dai viventi. A scontrarsi sarà con l'Unigenito; dentro sarà a portargli la forza per la distruzione. Si vedrà la risurrezione recata rovesciare il serpente che bastonato sarà nel pianto.

Genesi 27,39 - E sarà visto l'angelo stare giù in prigione. Vomitato dentro sarà portato. E sarà dall'Unigenito, dei viventi alla vista, il serpente sarà portato. Uscirà gemente per il fuoco dalla vita, tra i lamenti. Entreranno nell'Unigenito nel corpo; a salire saranno. Dal mondo sarà fuori a strapparli. Dentro così porterà i viventi nel cuore del Potente. Entreranno nei cieli. I viventi innalzerà.

Genesi 27,40 - Ed innalzate le moltitudini rette, tutte vivranno con Lui. Del Crocifisso fratelli saranno per la rettitudine tutti, (in quanto) il Servo avrà recato nell'esistenza la rettitudine. Felici, finita dai corpi l'esistenza impura, spezzata in tutti l'azione del serpente che portava il male operare, su li porterà all'Unico a dimorare.

Genesi 27,41 - E saranno i risorti dal cuore nel seno del Risorto portati all'Unico, tutti per stare alla vista. Dal ventre in alto usciranno; per la benedizione rientreranno nella beatitudine. L'Agnello, con la rettitudine portata, al Padre sarà a condurli e saranno con l'Unigenito a vivere da compagni. I ritornati, nel cuore li porterà il diletto a casa. E dai giorni al Padre potente l'Unigenito dentro sarà a portarli. Dall'Unigenito rigenerati, guariti riverranno; saranno per vederlo versati a casa. Nell'Unico chiusi staranno.

Genesi 27,42 - E saranno nella gloria le moltitudine versate. Dal mondo verranno per l'aiuto che dentro i corpi ci sarà stato per l'azione della risurrezione recata dentro (per cui) l'angelo uscirà. Usciti gloriosi si porteranno nel Crocifisso risorto che potente annunciò si sarebbe riversato nel corpo. Dio fu per agire a versare dentro il Figlio nel mondo che entrò a versare in un utero l'energia. Scelse l'Unigenito la Madre che nel corpo la divinità sarebbe stato a portare ad entrare. Un angelo Le uscì alla vista, l'illuminazione Le recò: l'Unigenito a chiudersi sarà per la rettitudine agli uomini inviare per compassione. Nella sposa che lo partorirà scorse la rettitudine.

Genesi 27,43 - E al tempo uscì un figlio che fu alla luce dal seno; in una casa lo versò. Il Potente fu a portare la speranza dei viventi. Dentro un corpo chiuse il Potente la rettitudine. La divinità nel cuore inviò nel primogenito a vivere. Nel corpo un angelo uscì.

Genesi 27,44 - E fu una luce sulla casa da segno alla vista che in un vivente s'era portato nei giorni a vivere l'Unigenito che rinchiusosi per aiutare era i viventi. L'Eterno Unico con il Principe indicava il ritorno dalla prigione. In un uomo ricominciava a vivere la rettitudine.

Genesi 27,45 - L'eternità in un simile riabita. Dell'Unico il Verbo in un fratello sta con la rettitudine a vivere. Un vivente retto porta alla luce il vigore che venne nella donna dal cattivo bruciato. Fu scelto dal Potente per portarsi e lo mandò. Al segno fu a portarsi per riprenderli finalmente. Sarà con la rettitudine a salvarli, perché da una Donna tutto anche il rinnovamento ci fosse con un retto vivente che fosse a riportare la vita. L'Unigenito vi si chiuse per aiutare.

Genesi 27,46 - E finiranno con l'Unigenito le erbe amare dentro. Riverserà nel mondo la divinità. Sarà giù, ha fissato, alla fine dei segni (tempi) di stare dentro in un vivente. Sarà in un vivente in persona a stare il Figlio e disotto farà venir meno rovesciando in prigione colui che è l'ingannatore. Da una Donna uscì tra i viventi il Figlio, portando sotto la rettitudine con la divinità, che figli porterà tutti a uscire in terra, perché con il Potente saranno a vivere l'esistenza i viventi.

Decrptazione Genesi 33
Genesi 33,1 - Portò forte illuminazione l'Unico nell'esistenza, (quando) videro versare dentro una fonte con la forza del bastone che (Mosè) portò. Furono le menti - teste a desiderare che uscisse l'angelo (ribelle) dal mondo, in azione per il ritorno l'Unico si portasse alla vista dei viventi e l'insidia che agisce nel vivere dall'origine portasse a finire, in un uomo si portasse a stare a chiudersi, giù venendo nell'esistenza, a nascere per stare tra i viventi, dall'alto il rifiuto nel mondo portasse in azione al serpente, nei corpi l'ammalare, recato in azione dal serpente, a bruciare completamente fosse, entrasse della risurrezione il soffio che delle tombe portasse la fine.

Genesi 33,2 - E ci furono illuminati viventi a venire nel mondo da servi portando segni che si porterà l'Unico, indicando che sarebbe nato per stare nel mondo dall'angelo il principe dell'Unico. Da inviato nel mondo si porterà per venire il rifiuto alla perversità a recare. Sarà per il serpente il "basta" ad uscire. Di un fratello nel corpo l'energia sarà della vita a recare. Verrà in un corpo nascosta la potenza e verrà la forza a recare per far perire nei fratelli, nei corpi, l'angelo (ribelle) che sta a vivervi.

Genesi 33,3 - Si porterà Lui tra gli Ebrei dal serpente in persona. Sarà al mondo in un vivente a portarsi. E sarà risorti tutti dalla tomba a riportare. Dalla terra usciranno il settimo (giorno) con il Verbo i popoli per stare a vivere nell'eternità. Cammineranno risorti tutti e dall'Eterno i fratelli sarà a recare.

Genesi 33,4 - E sarà nei corpi a scendere in azione la risurrezione che porterà il serpente a rovesciare dai corpi. L'Unigenito a finire lo porterà e sarà dai ventri rovesciata la perversità che portò a stare con il soffio il serpente. Dall'alto il precetto dell'Unico con il corpo gli porterà. E sarà a bruciarlo, rovesciandolo per la perversità e sarà nel pianto a portarlo.

Genesi 33,5 - Portata sarà la distruzione. A venirgli portata sarà dal corpo dell'Unigenito; ne verrà l'energia che a bruciarlo sarà nei viventi. Portatala, riverranno fanciulli nell'esistenza a rivivere, ma sarà, per la prima ribellione onde fu maledetto, il serpente arso. Fu a dire (Dio) che nel mondo fanciulli sarebbero stati i viventi felici per la grazia che invierà, la divinità a entrare sarà nei viventi, verrà da un Servo retto.

Genesi 33,6 - E l'indicazione in cammino del rinnovamento servi porteranno, che finita nel mondo dell'angelo (ribelle) la perversità saranno a rinascere. Lo saranno per l'entrata energia che porterà a tutti la risurrezione; alla fine (quei servi) annunciano che saranno angeli.

Genesi 33,7 - E tutti, lo scorrere della risurrezione, beneficherà. L'Unigenito a entrare porterà la forza per rinascere. Sarà nel mondo a portarne l'essenza. Completamente l'annunciato si porterà. Porterà in un fratello nel corpo l'energia a scorrere della risurrezione che sarà a riportare la pienezza. La sorte a chi ammala porterà. Sarà il fuoco completo annunciato a portargli.

Genesi 33,8 - Riportatisi che furono i primogeniti agli Amari, vivi essendo, in cammino tutti uscirono dall'accampamento in campo aperto. Questi fuori felici incontrarono. Tutti che s'erano riportati furono a dire: per aver trovato grazia agli occhi del Signore, ci siamo.
(Vedi: "La risurrezione dei primogeniti")

Genesi 33,9 - E furono i primogeniti agli Amari a vedere i simili; era stata tranquilla la moltitudine. I primogeniti che vivi erano, usciti erano dagli Egiziani (dai serpenti dal Faraone) che li affliggevano; liberi camminavano.

Genesi 33,10 - Ma erano stati i primogeniti agli Amari a essere in azione versati dalle case per Dio, inviati per primi per fede nell'Unico alla prova vennero. Fu la grazia, per le preghiere che inviate erano state con rettitudine, a riportare. Accettò il dono completamente. Nei giorni ad aiutarli sarà. Così sarà dall'alto la rettitudine a inviare in un corpo; l'Unigenito sarà finalmente a stare in persona. Fu così l'Agnello a venire. In persona fu Dio nel mondo a stare in un vivente. E fu in un corpo giù un angelo a stare.

Genesi 33,11 - Per versare la grazia dell'Unico venne dentro un corpo la rettitudine completa a stare in una Donna. Nel corpo Le entrò dentro. Venne dal Potente la rettitudine così a esserle con la grazia inviata. Fu la divinità a entrare a stare nella Madre. E la rettitudine che è l'essenza del Potente fu nella sposa a portarsi. Fu il Verbo giù nel corpo dentro a recarsi. E per obbedienza si chiuse.

Genesi 33,12 - A recare fu l'Unico a vivere in un corpo l'energia in pienezza per agire (onde) la perversità finire. La rettitudine di Lui il serpente spengerà, lo splendore lo fiaccherà.

Genesi 33,13 - E fu l'Unigenito tra i viventi alla vista del serpente a portarsi, che dall'Unico giudicato è stato. Fu per aiutare in azione la rettitudine nell'esistenza ad entrare. Da fanciullo fu nella Madre nel corpo così a stare, onde da vivente portarsi nel mondo. Fu da primogenito ad abitare in una casa per rovesciare il cattivo serpente, ma in croce l'innalzerà. Sarà a portare per aiutare il Verbo il risorgere. Un giorno dall'Uno porterà gli uomini e tutti entreranno su a incontrarlo.

Genesi 33,14 - Fu tra gli Ebrei inviato dall'Unico. Del Signore fu la potenza in una persona a stare. A servire si portò e l'Unigenito dagli angeli fu a venire per guidare il mondo all'Unico. La potenza dell'amore che c'è nel Potente con il corpo fu a rivelare. Un angelo uscì da una donna col corpo. Il Potente in persona fu a recare la potenza nel corpo. La rivelò in un fanciullo ove entrò a stare a vivere l'Eterno. Da una donna il corpo, dal Padre Unico la divinità. Il Signore di Gesù fu nel corpo a entrare.

Genesi 33,15 - A portare fu all'origine ai viventi con il male la distruzione. Giù li afflisse nel mondo l'angelo (ribelle) che iniziò ad agire da piaga per i viventi. Lamenti dai popoli iniziarono: che a liberarli venisse nell'esistenza a portarsi colui che fu ad originarli! (Onde) l'amarezza dai viventi uscisse da Questi uscì la forza delle origini con la grazia dentro in azione. Dagli oppressi fu il Signore a stare!

Genesi 33,16 - Portò l'essenza in una casa - famiglia; dentro fu portato dalla Madre nel mondo. Per Lui si vide una luce portarsi alla nascita. Nel corpo la rettitudine in Gesù si lanci.

Genesi 33,17 - E fu visto riversarsi sulla casa di angeli un cerchio che la visione della capanna indicavano a chi da fuori si portava. Erano dal Figlio ad accompagnarli. Onde l'abitazione fossero a indicare li portò il Potente. Con il bestiame si portavano a vedere la luce uscita sulla capanna indicata. Vedevano coloro che camminavano il puro corpo da una donna Madre uscito in vita, sperato dai viventi, nella capanna su cui si portava il segno.

Genesi 33,18 - E fu della famiglia - casa il primogenito stare alla vista, versato dentro sano. Vedevano che era povero come la Madre. Dell'Unico il principe dentro la terra di Canaan abitò. Dentro l'Unigenito si portò a vivere per riscattare dall'aborrito verme. E fu di nascosto dell'angelo (ribelle) a venire in una persona che stava fuori d'una città.
Genesi 33,19 - E fu sugli steli (di grano, quindi sulla paglia) a venire di nascosto dal serpente. Rovescerà alla fine del mondo il demonio che entrò d'una donna nel corpo l'energia (onde) dai cuori usci il Nome. L'Unico al mondo l'energia ha recato in un vivente. La forza insinuata, per l'angelo (ribelle) sarà da veleno portato in un corpo dal Padre. Sarà a bruciarlo la rettitudine che in un vivente abita. Dai viventi per l'Unigenito uscirà; rovescerà bruciato chi è nei cuori entrato.

Genesi 33,20 - E fu giù ad abitare il Nome tra i viventi. In sacrificio si portò. Il diletto Unigenito al serpente recò la maledizione. Dio al mondo fu in Israele.

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