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SULLA RIVA DEL MARE
Quell'"innachoem" tradotto con "si pentì" e quel "sono pentito nichemetti" o si rammaricò, appartengono al radicale del verbo .

Per quel verbo potrebbero però pensarsi altre accezioni, ad esempio quella tradotta in 5,29, quindi, un "provò compassione" e un "consolarsi", significati possibili insiti in quel radicale.

In una tale eventualità il Signore avrebbe provato compassione per l'umanità e avrebbe pensato di consolare se stesso e l'uomo che aveva creato con amore particolare, proponendo la figura di un uomo, modello di progenitore e patriarca Noè dell'umanità desiderata.

Ossia, il Signore, avrebbe guardato nel progetto che aveva predisposto per la creazione, la "Torah" o "insegnamento", termine che viene da "insegnare, istruire", quindi, nel libretto d'istruzione, e vi trovò l'intenzione che l'uomo doveva essere a Sua immagine e Sua somiglianza, ma in quel momento non lo era ancora essendo stato gravemente inquinato.

Serviva un lavacro di un'acqua particolare, doveva essere riconiato, rimodellato, ri-impastato; occorreva insomma riplasmare il vaso, frantumarlo, triturarlo, riprendere la sua povere - "polvere tu sei e in polvere ritornerai" (Genesi 3,19b) - e con acqua per la conversione e fuoco dello Spirito Santo, formare un "uomo nuovo".

Subito dopo nel testo, infatti, si trova: "Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore. Questa è la discendenza di Noè. Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio." (Genesi 6,8-9)

Il nome Noè in ebraico è formato dalle prime due lettere del verbo , e si può considerare il participio del verbo che ha il significato di "guidare, condurre"; quindi, Noè è figura di "chi conduce".

Tornando a quei due "pentirsi" del Signore, questi allora assumono un aspetto criptico e arcano e sottendono le intensioni del Signore:

  • "innachoem" la necessità che "siano guidati () i viventi ";
  • "nichemetti" e qui c'è la decisione, "a guidare () gli uomini (i morituri) sarò ", sottinteso "Io stesso" IHWH, quindi, è avviso d'incarnazione.
L'umanità, di fatto, in quel momento si trovava sulla terra non più libera, ma schiava di un nemico che l'opprimeva, quindi, era come deportata.
Tale situazione, "mutatis mutandis", come aveva fatto l'uomo accettando la catechesi del serpente, ha una chiara analogia con quella per cui a causa dei propri peccati di adulterio nei confronti di IHWH il popolo d'Israele fu deportato prima a Ninive dagli Assiri quelli del regno del Nord, poi da parte dei Babilonesi a Babilonia, quelli del regno del Sud.

Dal radicale di quel verbo derivano nomi di personaggi importanti quali:
  • Naum, il profeta, in effetti, "Nachum" "che consola", il "consolato";
  • Neemia, "Nechemiah" "consolazione di IaH", nominato governatore di Giudea al momento del ritorno ai tempi di Ciro.
Ora, il libro del profeta Naum inizia in questo modo: "Oracolo su Ninive. Libro della visione di Naum da Elkos".

Questa "Elkos" o "Elcos", in ebraico "'Oelqoshi" è un sito non nominato in altre parti della Bibbia che alcuni identificano con un luogo non lontano dalla antica Ninive, "Elqush" nei pressi di "Mossùl", dove una tradizione giudaica del 16° secolo sostiene esservi la tomba del profeta Naum.

Girolamo e Eusebio, invece, ritengono che l'"Elkos" di Naum sia in Galilea e alcuni studiosi l'identificano in Cafarnao, ossia "Kefar Nachum" , cioè il "villaggio di Nahum", ma si può leggere dove "Noè si portò nelle acque ", il che accende l'immaginazione e crea un pathos particolare per quel posto che in qualche modo viene a ricordare le vicende di Noè e della salvezza.

Il profeta Nahum, che in base agli elementi noti dal suo libro visse ai tempi di Giosia re di Giuda, testimonia l'assedio, la caduta e la distruzione nel 612 a.C. di Ninive capitale assira sul Tigri, per mano dei caldei nel 14º anno del regno di Nabopolassar, re di Babilonia, e di Ciassare il Medo.

A Ninive e in Assiria nel 722-1 a.C. erano stati deportate 9 delle 12 tribù ebree, le popolazioni del regno detto del Nord, "le 9 tribù perdute - o meglio disperse - della Casa di Israele" - Ruben, Dan, Neftali, Gad, Aser, Issachar, Zabulon, Efraim e Manasse, escluse quelle di Giuda, Beniamino e Simeone del regno del Sud e quella di Levi che era diffusa in entrambi i regni.

Gerusalemme nel testo di Naum non è ricordata, mentre Ninive, oltre che nel primo versetto è menzionata in 2.9 e in 3,7 ove è detto: "Ninive è distrutta! Chi la compiangerà? Dove cercherò chi la consoli ("nachamim")?", in cui appare quel verbo consolare .

Erano quelli tempi difficili per il regno del Sud, perché gli Assiri minacciavano anche Gerusalemme e Naum gioisce per la caduta del loro impero e annuncia "Ecco sui monti i passi d'un messaggero che annuncia la pace! Celebra le tue feste, Giuda, sciogli i tuoi voti, poiché il malvagio ("Belia'l") non passerà più su di te: egli è del tutto annientato." (Naum 2,1)

Accadde però che i Babilonesi, come avevano fatto prima gli Assiri, volsero anche loro le mire sul regno di Giuda e Nabucodonosor, il rampollo emergente della dinastia babilonese, nel 598-597 a.C. fece assediare Gerusalemme.
Sottomesso il re Ioiachin di Giuda, fu deportato a Babilonia, quindi, sul trono del regno del Sud i babilonesi posero Sedecia (597-586 a.C.) che inizialmente rispettò l'alleanza con Babilonia, ma nel 590 a.C. aderì a una lega filoegiziana per cui nel 587 Gerusalemme nuovamente fu assediata, cadde e venne saccheggiata, il tempio fu distrutto e gli abitanti furono deportati in Mesopotamia.

Ora, i capitoli del libro detto del profeta Isaia, è diviso in tre parti:
  • Isaia 1-39 - Isaia profeta, detti degli anni di ministero, 740-700 a.C.;
  • Isaia 40-55 - il Deutero-Isaia, detto "libro della Consolazione d'Israele", relativo agli anni 550 - 539 a.C., durante l'Esilio a Babilonia, con la presentazione della figura del "Servo di IHWH";
  • Isaia 56-66 - il Trito-Isaia fino al 520 a.C. dopo il ritorno dall'esilio.
La situazione del tempo del "libro della Consolazione d'Israele" è quella dei giudei che si trovano in esilio a Babilonia mentre il regno babilonese cade in mano ai persiani guidati da Ciro 538 a.C., quindi, in una contingenza simile a quella del libro di Naum in cui gli Assiri cadevano per mano dei Babilonesi.

Il testo del Deutero - Isaia che presenta vari oracoli, sulla fine dell'esilio e il ritorno a Gerusalemme degli esuli, inizia in questo modo: "Consolate, consolate il mio popolo - dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati. Una voce grida: Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato." (Isaia 40,1-5)

Proprio per tale inizio "Consolate, consolate" "nachamu nachamu" il libro è detto "della Consolazione" e ricorda gli scritti di Naum il "consolato" di un secolo precedente in cui al 2,1, abbiamo visto, parla in questi termini: "Ecco sui monti i passi d'un messaggero..." e nel Deutero - Isaia più avanti al 52,7 si trova qualcosa di analogo, infatti vi si dice: "Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: Regna il tuo Dio."

Quel due volte "consolate" ricorda quelle altre due volte in cui si trova lo stesso verbo agli inizi del racconto del "diluvio" in Genesi 6,5-8 di cui ho detto all'inizio di questo paragrafo.

Il fatto che quel "midrash" profezia del diluvio preveda che un uomo con la sua famiglia riesca a sopravvivere salvando anche tutto il regno animale esistente eccetto i pesci, grazie a un natante di legno quando tutto attorno la terra sparisce e resta solo acqua, quindi, quando c'è una totale instabilità, è un evento che va meditato nel suo significato.

La situazione è che tutto intorno è diventato un elemento in cui l'uomo non trova sostegno e rappresenta per allegoria la condizione estrema, quando viene a mancare il sostegno fisico alla vita, ossia quando si presenta la problematica della morte.
Grazie al diluvio di grazia inviato dal Signore, facendo la Sua volontà, costruendo l'arca da Lui suggerita, l'uomo può vincere la morte; insomma ha ove aggrapparsi.

Abbiamo visto che quel "midrash" preannuncia un uomo nuovo che guiderà l'uomo alla salvezza e grazie a lui tutte le creature.

Scrive, infatti, San Paolo in Romani 8,19-21: "La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità - non per suo volere, ma per volere di colui che l'ha sottomessa - e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio."

Quel racconto, allusivo di qualcosa di non terreno, dovendo utilizzare elementi comprensibili associa la morte all'acqua e non salva i pesci che stanno dentro al mare che sono pure creature da salvare, perché immaginate schiave dei mostri marini e prefigurano gli impediti a camminare, quindi, in una salvezza finale totale anche quegli uomini che non poterono salire sull'arca, perché schiavi del demonio vanno salvati e portati nell'Arca del Salvatore.

Noè avrà costruito l'arca vicino al mare o a un lago, oppure a un grande fiume, e secondo il comando del Signore avrà usato la pece di bitume per calafatare il tavolato; infatti, si trova: "Fatti un'arca di legno di cipresso; dividerai l'arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori." (Genesi 6,14)
Per cui viene da pensare che nel luogo ove la costruì era usuale calafatare imbarcazioni, quindi vicino a un porto o a un villaggio di pescatori.

La parola "arca" è usata due volte, "tebat" e "tebah" e le lettere alla luce dei Vangeli suggeriscono "nella Croce abitare col Crocifisso " e "nella Croce dentro entrare " e ricorda il cestello in cui fu messo Mosè quando fu poi salvato dalle acque del Nilo; infatti, la madre, "...non potendo tenerlo nascosto più oltre, prese per lui un cestello - 'tebat' - di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi adagiò il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo."

Il legno comandato è di cipresso, in ebraico "gofoer" ossia dovrai "camminare del Verbo nel corpo ", quindi, è da formare tutt'uno col Verbo.

Se si accoglie quel racconto del diluvio nel senso che propongono i Vangeli e i Padri della Chiesa, il tutto risulta allusivo dei tempi della venuta del Cristo.

Per due volte in quel versetto sono pure usate le lettere per dire "spalmare", ma lo stesso radicale si usa per "risarcire, indennizzare, espiare, perdonare", atti tutti compiuti dall'Unigenito di Dio venuto nella carne.

Poi le stesse lettere servono per dire "bitume o pece", in ebraico "kofoer", ma anche con diversa vocalizzazione stanno per "villaggio" "kafar", come abbiamo visto si trovano in Cafarnao e, infine, in "kaporoet" il nome della lastra d'oro che copre l'Arca dell'Alleanza su cui sono i cherubini come in Esodo 25,17.22, quindi allusivo del "villaggio del Crocefisso ".

Tutte queste sono tracce che portano il cristiano a guardare verso Cafarnao, città in riva al mare di Galilea; ma su ciò poi tornerò.
Prima di proseguire mi soffermo su un altro importante elemento, su quel "messaggero" che annuncia la pace in Naum 2,1 e che in Isaia 52,7 annuncia anche la buona notizia della salvezza.

Il "messaggero" è "chi annuncia", in ebraico in questo caso usa "mebasser" dal radicale di "annunciare, riferire buone notizie, proclamare", ma le stesse lettere, vocalizzate in "basar", servono a definire la "carne e - o corpo" di un uomo.

Ora, nel versetto Isaia 52,7 la salvezza, "iesshua'" , che annuncia quel messaggero equivale con le lettere al nome = di Gesù, quindi, i ricercatori cristiani della parola dei primi tempi che scrutavano l'Antico Testamento per trovare le profezie sul Messia l'hanno letto con gioia e quell'annunciatore fu per loro profezia di Giovanni il Battista, che poi confermò Gesù stesso.

I piedi del messaggero, che sui monti Isaia definisce belli "n'a" , i "regli mebasser" con le lettere si prestano a una lettura che dice "inviato - angelo dell'Unico " e poi "alla testa - mente a rivelare () è che vive nella carne ... e chi vive nella carne?

La salvezza, vale a dire Gesù; questa è la vera buona notizia: Dio si è fatto carne in Gesù di Nazaret!

Ed ecco che Gesù stesso paragonò Giovanni Battista a un suo messaggero, quando in Matteo 11,7-14 ebbe a parlare di Giovanni alle folle: "Che cosa siete andati a vedere nel deserto? ...Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via. (Esodo 23,20) In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui... è lui quell'Elia che deve venire."

Nel Vangelo di Matteo dopo che ebbe ricevuto da Giovanni il battesimo al Giordano, Gesù, uscito vincitore dalle tentazioni nel deserto, inizia il suo ministero.

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