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LA GRANDE PESCA PER IL REGNO DEI CIELI
di Alessandro Conti Puorger

QUESITI
Gli anni della vita, tanti o pochi, sono pur sempre nulla rispetto all'eternità, certo pochi rispetto al desiderio di prolungare il permanere sulla terra per allontanare lo spettro della morte e hanno breve durata nei confronti del trascorso dall'apparire indicato dalla scienza per gli antenati dell'uomo sul pianeta Terra.
Si trovano, infatti, le seguenti valutazioni:
  • 13 milioni di anni dal big bang, momento origine, tutto da esplorare;
  • 4 miliardi e 550 milioni di anni fa, formazione del sistema solare e dei pianeti;
  • 500 milioni di anni fa, comparsa delle prime forme di vita nei nostri mari;
  • 65 milioni di anni fa, comparsa dei primati sulla terra;
  • 4 milioni di anni fa i primi ominidi;
  • 2,2 milioni di anni fa l'"Homo Abilis";
  • 1,5 milioni di anni fa l'"Homo erectus";
  • 200 000-150 000 anni fa l'"Homo neanderthalensis" e l'"Homo sapiens".
La memoria storica dell'umanità però riesce a estendere lo sguardo solo per tempi che non superano i 10.000 anni, e non è dato conoscere se e quante generazioni umane, forse anche più evolute della nostra, ci siano state; comunque il numero di individui che hanno vissuto dall'"Homo Abilis" in poi, pur se tra grandi incertezze, sono valutati in 60-100 miliardi.

Quante tensioni e sforzi e quante domande si saranno posti, eppure tutto è ormai nel silenzio, come se fosse stato inutile.

Nella Bibbia, Antico Testamento, il libro del Qoèlet 1,1-4 o Ecclesiaste del III-IV secolo a.C. propone: "Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme. Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità. Quale utilità ricava l'uomo da tutto l'affanno per cui fatica sotto il sole? Una generazione va, una generazione viene ma la terra resta sempre la stessa."

L'uomo sulla terra è simile a una pulce, svanisce come ogni vissuto, eppure, per l'individuo la vita e ciò che in essa fa è tutto e solo ciò che conosce e può conoscere dell'esistenza e della verità di quanto esiste.

Com'è avvenuto che un "io" ha realizzato d'esistere in un corpo nella persona che è cresciuta ed è diventata l'uomo che è? È un mistero, ma è certo che, pur senza essere stati interpellati, per decisione non propria, si vive questa vita, ma non si sa quando dovrà finire, salvo che l'individuo non decida di togliersela.
Il fatto che il tasso dei suicidi sia relativamente basso - media mondiale 11,4 suicidi all'anno ogni 100 mila abitanti - se ce ne fosse bisogno, dimostra che è alto l'attaccamento alla vita, perché, ritenuta brutta o bella, lunga o corta, è tutto e solo il bene che ciascuno ha, e questo in fondo anche da parte dei pessimisti è un grazie esistenziale a ciò che li ha portati alla vita.

Eppure che senso ha la vita? Perché si vive? Nati da una donna, siamo stati a lei legati da un cordone ombelicale, ma dove è radicato il nostro vero ombelico? Ognuno, nel tempo di vita incerto che ha a propria disposizione, ha degli ambiti ove muoversi con alcuni margini di libertà, in cui fa scelte le più disparate che indirizzano il proprio procedere, tutte ovviamente secondo il ritenuto personale interesse che gli è dato d'intendere, tese al soddisfacimento in primo luogo dei bisogni primari - mangiare, bere, ripararsi, riposarsi - poi volte a desideri egoistici e a privilegi, comandare, affermarsi e per esigenze più nobili - familiari, sociali etiche, religiose o spirituali.

Ecco che i percorsi di vita si presentano assi vari con grandi filoni similari, il vivere da single, il farsi una famiglia, il dedicarsi a un percorso di elevazione, facendosi monaco o frate, studiare, avere un lavoro manuale o intellettuale, nel terziario, in agricoltura, nell'industria, fare il maestro o il professore, il sacerdote, avere un mestiere o una professione, dedicarsi all'arte e così via.

La domanda che certamente ciascuno nella vita s'è posta, è: perché sono qui?
Rispondere a tale domanda è fondamentale per indirizzare la traiettoria del propria percorso, ma se viene data non è la stessa per tutti e, sovente, resta senza una risposta esplicitata per cui in pratica la vita poi è guidata solo da condizioni esterne, ma non da una strategia che la diriga.

Per l'uomo che si ritiene un essere razionale, il vivere alla "giornata" senza un indirizzo per molti è inconcepibile e il procedere in tal modo col tempo reca sofferenza esistenziale, abulia, assuefazione e induce a vivere la vita come un "dejà vu", con noia e pessimismo crescente man mano che passano gli anni. L'uomo ha necessità di socializzare e di vivere con simili che condividono le stesse scelte ed ecco che nella storia umana hanno avuto buon gioco filosofie di vita, ideologie e religioni, quindi, associazioni, club, nazioni, partiti, ecc..
Pur se la storia ha tratto bilanci sugli aspetti favorevoli e negativi di certe scelte, oggi, per chi s'affaccia al vivere, restano molti degli stessi problemi degli antichi, con un cresciuto senso d'impotenza, in quanto, le scelte note fatte da molti che sono vissuti prima non hanno portato l'effetto che si sperava dalla storia che Cicerone definì "magistra vitae" e come tale fu riconosciuta per molti secoli.

Dalla storia, invece, pare che l'umanità abbia imparato ben poco.
Guerre, dittature, tirannie, genocidi, sopraffazioni, odi, deboli e minoranze schiavizzate, demagogie deleterie sono all'ordine del giorno in tutte le parti del globo e l'umanità intera è piagata da problemi gravi d'inquinamento che tendono all'autodistruzione e minano la sopravvivenza e la conservazione della vita sulla terra, per cui accade che la convivenza e la fiducia reciproca tra gli uomini ha subito gravi colpi.

Un'altra domanda che si pone e si è posta l'uomo è: c'è una causa prima intelligente in Cielo che s'interessa della storia e di ogni uomo o il tutto è il risultato di qualcosa di simile al fato degli antichi, in definitiva, al puro "caso"?

A questa domanda seguono una serie di altri quesiti:
  • è indifferente o meno che nella vita ci si comporti in un modo o in un altro?
  • la vita, che finisce con la morte, è tutto ciò che è riservato all'uomo, o c'è altro oltre la morte che colpisce tutti indistintamente?
Mentre si fanno queste domande, ecco che davanti c'è una situazione di generalizzata scontentezza delle masse con un incremento generalizzato di povertà, con alcune punte di ricchezza spropositate che fanno fremere per il livello d'ingiustizia sociale che si profila, il tutto unito a una perdita di valori e alla diffusa spinta verso un immorale gestione da una parte sempre più consistente di chi è delegato alla cosa pubblica, il che provoca sfiducia e allontanamento d'interesse dalla politica e minore partecipazione alla vita della "democrazia".

Per il futuro, con oltre 7,6 miliardi di popolazione mondiale alla fine del 2017, si profila un vicino "tutto esaurito" - 10 miliardi di persone nel 2100 - per cui si sente il bisbiglio di limitazioni della proprietà privata, di orientamenti a limitazioni delle nascite, di scelte mirate delle stesse con interventi sui DNA e su fine vita facilitati, insomma a cambiamenti radicali della vita rispetto a quella che conosciamo come finora vissuta.

Nello stesso tempo, da parte di varie nazioni c'è in atto la spinta al possesso di armi di distruzioni di massa e crescono timori terrificanti sul loro impiego.

Si diffonde poi un generalizzato scontento dei giovani per carenza di prospettive di lavoro stante l'incremento della tecnologia e l'impiego di memorie artificiali e robot, e il pessimismo crescente provoca svolte pestifere e criminali che come cellule tumorali si diffondono nel tessuto dell'umanità senza che si vedano soluzioni capaci di evitarle.

Eppure a quelle domande che sono di tutti gli uomini nati in questo mondo, tante sono state le risposte nei secoli passati e vari sono i cammini che sono stati proposti e intrapresi da varie frange di umanità.

Uno importante, è il cammino dei figli di Abramo - che da circa 60 secoli ha inciso in modo crescente e decisivo sulla storia dei popoli del bacino del Mediterraneo prima, poi dei vari continenti, pur se in misura diversa con le "religioni" abramitiche - l'ebraismo, poi il cristianesimo e, infine, l'islam.
Mentre sono tante le masse che hanno seguito quel cammino per cui quelle religioni sono cresciute fino a coprire nominalmente 1/3 della popolazione mondiale attuale, se si va a stringere pare ci sia ovunque un momento di stasi che non profila un buon futuro perché pare esista un generale sfaldamento e i praticanti sono in numero sempre più contenuto rispetto a quei valori massivi e le percentuali tendono a non superare le due cifre.

Molte, a parole, sono le buone intenzioni, ma pochi sembrano i risultati, visto il panorama di cui si è detto.

Con l'idea mondiale della globalizzazione che si va affermando emerge il profilo di una persona tipo che si crede libera da condizionamenti, ma invero è assai condizionata, perché in definitiva sta vincendo l'ideale di un vivere borghese con un senso piatto di vita in cui il "Cielo" è chiuso.

Ora, quelle "religioni" delle famiglie abramitiche si basano su "rivelazioni" divine, cioè affermano che sono nate per diretta manifestazione dello stesso Creatore che in qualche modo, come si può leggere nelle Sacre Scritture indotte per Sua ispirazione, si è rivelato all'uomo e l'ha messo in "cammino" verso di Lui.

Stringendo il campo, quelle rivelazioni che sono riportate nei Vangeli e negli scritti detti del Nuovo Testamento che caratterizzano il "cristianesimo" annunciano che Dio stesso è nato da una donna che ha prescelto, in una famiglia che ha reso Santa, e si è incarnato in un vero uomo, Gesù di Nazaret, lasciatosi crocifiggere e uccidere per passar all'umanità tutta intera, se la volesse, la propria divinità, attestandola con un fatto, avvenuto e testimoniato, la risurrezione dai morti.

Dopo circa 2000 anni da quegli eventi, se la finalità di tutto questo fosse stato l'intento di migliorare le sorti della storia del mondo per recare tutti al bene e alla pace, appare ormai chiaro che è stato un fallimento, vista l'oggettiva situazione dell'umanità; quell'annuncio è come se le masse l'avessero accantonato.
L'annuncio però fu chiaro, il mondo finirà e Lui, il Risorto, il Figlio dell'uomo tornerà a terminare la storia di questo mondo nel "giorno del Signore".

Tante sono le Scritture che confermano ciò, come tra l'altro dicono:
  • Matteo 24,37-41 - "Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell'uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l'altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una sarà presa e l'altra lasciata."
  • 2Pietro 3,10-13 - "Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli spariranno in un grande boato, gli elementi, consumati dal calore, si dissolveranno e la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta. Dato che tutte queste cose dovranno finire in questo modo, quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere, mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno! Noi, infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia."
I Vangeli parlano a ognuno personalmente, lo enuclea dall'anonimato, lo chiama per nome col Battesimo, gli chiede di dare una risposta personale e non di nascondersi nelle masse ritenendosi giustificato se il proprio comportamento in fondo è come quello di tanti, in definitiva, per chi riceve in qualche modo l'annuncio dei Vangeli quanto è da fare, non è un problema di quello che fanno le masse che saranno giudicate da Dio, ma come lui stesso risponde nella vita alla chiamata del Suo Creatore che certamente in qualche modo c'è stata, infatti, "uno sarà preso e l'altro lasciato" (Matteo 24,40).

La chiamata comporta una risposta con la propria vita!
Ecco allora che col tempo che passa, con le vite di tanti santi testimoni, martiri e confessori di quella fede, diviene sempre più inescusabile il non cogliere quella luce, perché quell'annuncio splende nel mondo come "Lumen Gentium", "Luce per i popoli".

La Chiesa di Cristo è, infatti, sacramento di salvezza che rivela il disegno salvifico universale del Padre, il regno di Dio, ma solo alcuni si avvicinano per restarne illuminati e riscaldati da quel calore.
Non è un problema delle masse, ma individuale e serio; ognuno è chiamato a capire cosa vuol dire amare veramente se stesso, quindi, amarsi facendo quel che serve prima a sé, poi forse riuscirà ad amare Dio e il prossimo!

È però da riconoscere un fatto: l'uomo ha trovato e trova grande intralcio a porsi in relazione con Dio e a camminare con Lui, pur se ciascuno a Lui certamente pensa, anche solo per negarlo, o l'ha anelato.

Avverto che come m'è usuale nel prosieguo uso la proprietà insita nelle 22 lettere dell'alfabeto ebraico che sono anche icone con un loro messaggio grafico.
Al riguardo, si vedano le relative schede con i significati che si ottengono cliccando sui loro simboli a destra delle pagine di questo mio Sito.
Nei miei personali commenti, studi e meditazioni sulle Sacre Scritture, uso poi anche un personale strumento per me di grande aiuto, un mio metodo di regole di decriptazione per ottenere pagine di 2° livello sull'epopea del Messia di cui è detto in "Parlano le lettere" e in "Le 22 sacre lettere, appunti di un qabalista cristiano" e ciò in base ai su menzionati significati grafici delle lettere ebraiche.

Al riguardo, perché utili sull'argomento, segnalo anche:
IMPEDITI A CAMMINARE
Al verbo "camminare" la Bibbia annette una grande importanza ed è definito dal radicale , ove la = e si usa a fine delle parole che in ebraico si leggono da destra a sinistra .

Ora, quelle lettere sono anche delle icone che rappresentano:
  • la "he" , 5a lettera dell'alfabeto ebraico, pari al numero 5, è un recinto aperto e suggerisce l'entrare, l'uscire, uno spazio, un campo aperto, il mondo;
  • la "lamed" , 12a lettera, pari al numero 30, è il solo segno dell'alfabeto ebraico che si alza sugli altri 22 e rappresenta un potente, il Potente, e nell'accezione negativa chi vuol così essere o apparire, quindi, un serpente che alza la testa e che guizza;
  • la "kaf" = , 11a lettera, pari al numero 20, raffigura il palmo di una mano, liscia, scabra, senza peli, che tende al concavo, una coppa, un vaso che riceve, per traslato un retto e la rettitudine, quindi, un andare liscio, in piano.
Quei segni nella grande allegoria che presenta la Bibbia che intende indirizzare l'uomo alla "giusta" vita, suggeriscono che un corretto modo di procedere, ossia di camminare per il sentiero della propria esistenza, certamente è far entrare Dio, il Potente per antonomasia, nella propria vita, quindi, presentarsi a Lui come un vaso, una coppa pronta a riceverlo per cui, "entri il Potente nel nostro vaso " e si ognuno "apra al Potente le mani a coppa ".

In definitiva, un giusto procedere è vigilare e pregare, che Dio si riveli e dia un senso a ciò che altrimenti non trova senso.

La PRIMA VOLTA che si trova nella Bibbia quel verbo "camminare" è nel racconto del "peccato originale" in Genesi 3,14 quando Dio al serpente che è riuscito con le sue menzogne a ingannare e a far peccare l'uomo, dice: "Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita."

Questo dire rivela un retro pensiero da tenere presente: il non camminare, lo strisciare, l'essere impediti a stare eretti e a muoversi con libertà suggerisce la maledizione e l'inganno del serpente e una schiavitù, in definitiva, propone una limitazione della vita che non riesce a dispiegarsi a pieno.

La SECONDA VOLTA che si trova il verbo "camminare" è in Genesi 5,21-24 nel racconto dei patriarchi prima del diluvio ove si trova: "Enoc aveva sessantacinque anni quando generò Matusalemme. Enoc camminò con Dio; dopo aver generato Matusalemme, visse ancora per trecento anni e generò figli e figlie. L'intera vita di Enoc fu di trecentosessantacinque anni. Enoc camminò con Dio, poi scomparve perché Dio l'aveva preso."

Mentre per tutti gli altri patriarchi è detto "poi morì" questa è l'unica volta che tale dire non è usato, ma il testo riporta "camminò con Dio" e lo sottolinea, ripetendolo due volte, come a segnalare c'è camminare e camminare e se lo si fa in un certo modo la morte non ha effetto, ma è solo una scomparsa dalla terra... e si può ricomparire in Cielo, "perché Dio l'aveva preso".

La TERZA VOLTA che si trova il verbo "camminare" è quando Noè che "camminava con Dio" fu l'unico salvato dal diluvio con la sua famiglia, com'è raccontato in Genesi 6,9-12 ove dice: "Questa è la discendenza di Noè. Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio. Noè generò tre figli: Sem, Cam e Iafet. Ma la terra era corrotta davanti a Dio e piena di violenza. Dio guardò la terra ed ecco, essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra."
Noè era giusto e "integro", in ebraico "tamim"; ricordiamoci questo termine, condizione di vita che poi Dio chiederà ad Abramo.
Morale del discorso del camminare sino a questo momento: l'unico modo proficuo di camminare è camminare con Dio, altrimenti si muore!

La QUARTA VOLTA ci parla di un "camminare indietro" dalla tenda che fanno in Genesi 9,23 i figli di Noè, Sem e Iafet, che fuggono dal tentatore che suscitando l'ebrezza, aveva provocato un fatto causa di maledizione: Cam aveva visto la nudità del padre e quando la Bibbia parla di "scoprire la nudità" o "vedere la nudità" di qualcuno si tratta quasi sempre di incesto o di altri peccati sessuali.
(Vedi: "Vino nella Bibbia: causa d'incesti e segno del Messia")

Appena l'uomo si ferma dal suo "camminare", quindi, dal suo "progredire" nella conoscenza di Dio, insegna la Bibbia, l'uomo certamente sbaglia.
Lo indica chiaramente ancora lo stesso libro del Genesi con il racconto al capitolo 11,1-9 detto de "La torre di Babele", quando "Emigrando dall'oriente, gli uomini capitarono in una pianura nella regione di Sinar e vi si stabilirono".

Accadde che, camminando a ritroso, gli uomini s'allontanarono dall'oriente, dove sorge la luce e si fermarono, come denuncia quel "si stabilirono", ed ecco ci fu Babele "confusione" che Dio provò a frenare per dare del tempo per riflettere disperdendo l'umanità su tutta la terra, finché non avverrà una nuova globalizzazione allorché ci sarà "di nuovo un'unica lingua e uniche parole" come inizia quel racconto profetico.
Il verbo "camminare" si ritrova poi con la chiamata di Abramo in Genesi 12,1-5 e questi camminerà verso dove Dio gli indicherà.

Nel mondo ci sono quelli che sono impediti, che non riescono a camminare con le proprie gambe, gli zoppi, i paralitici o paraplegici e attorno ad essi c'è, soprattutto nei Vangeli una tensione per la loro guarigione.

"Ti sono rimessi i peccati" e "Alzati e cammina", dice Gesù in Matteo 9,5-6 a un paralitico e "...perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati: alzati, disse allora il paralitico, prendi il tuo letto e va a casa tua" e collega strettamente il non camminare con il peccato, non per dire che chi non cammina ha peccato, ma per far intendere che il non camminare davanti a Dio è assai peggio che essere paralitici, equivale a essere morti.

A chi è paragonabile chi non cammina?
Esseri che non camminano sono i serpenti e i vermi che strisciano sulla terra, mentre anche gli uccelli che volano hanno le gambe e piedi per camminare sulla terra, per cui coloro che sono veramente impediti sono i pesci che, in genere, hanno pinne remiganti, caudali e dorsali per muoversi e dirigersi nell'acqua, ma sono impediti a camminare sulla terra.

Del resto, in ebraico il "pesce" è detto "dag" e si scrive , plurale "degi" o "degim" , da cui "dagah" per "pescagione, pescato o pesce" e quelle lettere "dag" con il loro simbolismo grafico suggeriscono:
  • la "dalet" , 4a lettera dell'alfabeto, pari al numero 4, come dice anche il nome è una "porta" o meglio un battente, una mano aperta che si presenta come un "alt", che impedisce, che batte, sbatte, o anche come una mano che aiuta;
  • la "ghimel" , 3a lettera, pari al numero 3, pare proprio qualcuno che cammina, quindi, un camminare, uno scorrere, un fuggire, uno sfuggire, un accorrere.
Ecco, che si spiega quel bi-letterale "dag" per "pesce", in quanto, allude a chi è "impedito a camminare ", "si dibatte per camminare ", e allegoricamente è un uomo che deve essere "aiutato a camminare ".

"Dagon" , peraltro, era un dio dei filistei come uomo-pesce e tramite i fenici passò ai greci che lo chiamarono Tritone; questi è citato in Giudici 16,23; 1Samuele 5 (9 volte); 1Cronache 10,10 e nel deuteronomico 1Maccabei in 10,83-84 e 11,4, infine, in Giosuè 15,41 e 19,27 nominando la città "Bet Dagon".


Dagon - Il dio dei Filistei

Il pesce "dag" nel pensiero ebraico può ben essere paragonato a chi è trattenuto da lacci e laccioli di questo mondo che gli impediscono di camminare con Dio, o perché serve un idolo ed è impacciato e prigioniero dei grandi mostri marini presentatisi che nel 5° giorno della creazione sulla terra, cui appartiene a capo di tutti il Leviatano, che rappresenta il mostro del male, il drago per antonomasia.
(Vedi: "Il midrash della pesca gloriosa")

Se s'invertono le lettere ebraiche di "pesce" "dag" si ottiene "gad" che è il nome di una tribù d'Israele e vuol dire "fortuna" come si evince da Genesi 30,11 quando Zilpa, la schiava di Lia, partorì a Giacobbe un figlio. "Lia disse: Per fortuna! e lo chiamò Gad", si trova anche in Isaia 66,11 e si può intendere che "accorre in aiuto ".

"Gad" è anche il "coriandolo", "Coriandrum sativum", un'erba delle ombrellifere con foglie simili al prezzemolo e ciuffetti di piccoli fiori bianchi o rosa con semi sferoidali bianco grigiastri del diametro di 1-3 mm contenenti un olio aromatico dal sapore gradevole usati come spezia e come rimedio per disturbi di stomaco.
La Torah lo cita due volte con riferimento alla manna, dono di Dio dal cielo:
  • Numeri 11,7 - "Ora la manna era simile al seme del coriandolo e aveva l'aspetto della resina odorosa."
  • Esodo 16,31 - "La casa d'Israele la chiamò manna. Era simile al seme del coriandolo e bianca; aveva il sapore di una focaccia con miele."
Il pane che fornisce Dio è una fortuna "gad" che a "camminare aiuta ".
Questo pensiero fa venire alla mente il profeta Elia quando, perseguitato da chi voleva la sua morte, si ritira nel deserto e desidera morire, ma Dio non si dimentica è con lui in quella solitudine e in modo miracoloso gli fa avere il nutrimento necessario che gli permetterà di giungere alla montagna di Dio, l'Oreb, ove trova nuova forza e vigore per compiere la missione che il Signore gli ha affidato; si trova, infatti, in 1Re 19,4-8: "In quei giorni, Elia s'inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri. Si coricò e si addormentò sotto la ginestra. Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: Alzati, mangia! Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d'acqua. Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò. Tornò per la seconda volta l'angelo del Signore, lo toccò e gli disse: Alzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino. Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb."

È poi da tenere presente che queste lettere di "fortuna" si trovano nel nome "Engaddi" vale a dire "A'in gadi" "fonte della fortuna", oasi sulla sponda occidentale del Mar Morto tra Qumran e Masada, citata in Giosuè 15,61, in Ezechiele 47,10 e 1Samuele 24,1-3 o Rocca dei Caprioli ove abitò Davide fuggito da Saul, in 2Cronache 20,2 e in Cantico dei Cantici 1,14 "Il mio diletto è per me un grappolo di cipro nelle vigne di Engaddi" e in Siracide 20,14.

Convertire il "pesce", in termini di lettere, quindi, passare da "dag" a "gad" è fortuna, un dono celeste, un lavoro doveroso per portare idolatri al vero Dio.

Tutto ciò era nell'immaginario sul pesce per l'ebreo.

I Vangeli, come vedremo, raccoglieranno queste tensioni e si proporranno di mettere in cammino chi è impedito o impossibilitato, per cui Gesù il grande taumaturgo e salvatore si fa aiutare da "pescatori" e a San Pietro da "una mano per camminare sul mare ".

CAMMINARE CON DIO
Prendendo spunto dai dati forniti dalla Tenak o Bibbia ebraica, per il calendario ebraico l'anno 2018 corrisponde all'anno 5779 dalla nascita di Adamo, evento che nel testo del Genesi, secondo i calcoli rabbinici, sarebbe indicato come avvenuto nel 3761 prima dell'inizio dell'evo moderno.
Per contro la Torah o Pentateuco per la tradizione fu scritta da Mosè nel XIII-XII secolo a.C. e ebbe forma definitiva nel VI secolo a.C. ai tempi di Esdra e Neemia quando in contemporanea nel mondo greco si ha Talete fondatore della scuola Ionica e Pitagora e poi Empedocle, il che fa capire che non si era in tempi bui.
Che a quei tempi si ritenesse che la nascita dell'uomo sulla terra risalisse solo a 3000 anni prima, quando racconti e miti suggerivano di andare molto più indietro nei tempi, è poco credibile.
Del resto le osservazioni celesti di astronomi e astrologi erano raffinate, la prima dinastia faraonica, quella dei Tiniti, era noto che risaliva attorno al 3000 a.C., e quelle cinesi al V millennio a.C. e si trovavano dipinti e graffiti nelle grotte, antichi reperti e scheletri di animali preistorici giganteschi.

Sorge allora spontaneo domandarsi: le date della Bibbia sono da ritenere riferite alla creazione dell'umanità o piuttosto intendono indicare l'evento di Dio che si presenta come certamente esistente e registrano la prima rivelazione per cui l'uomo è creato, come nuovo, dalla polvere della terra intesa come fauna preesistente?

Del resto la Genesi è scritta per chi già credeva che Dio aveva creato tutto ciò che esiste e la finalità era soprattutto d'informare sui passi intrapresi da Dio per farsi conoscere con una rivelazione piuttosto che con l'immaginazione, ossia da quando Dio ha parlato, faccia a faccia, con qualcuno che l'ha visto e così l'ha creato per essere sulla terra a Sua immagine e somiglianza.
Adamo d'altronde è proprio questo: il primo uomo che parlò con Dio come un uomo parla con un altro uomo.

Con tali succinti e pratici termini propongo una lettura di sintesi dei primi 11 capitoli del Genesi, fino alla chiamata di quello che è definito il "padre della fede", il patriarca Abramo, cui si rifanno le religioni "abramitiche".

Ora, la prima delle 5 parti del Pentateuco o Torah con cui inizia la Bibbia, il libro del Genesi, col narrare la storia dei patriarchi prima della nascita del popolo d'Israele, di fatto, propone l'accendersi della fede monoteistica con rivelazione del Dio Unico a una prima coppia umana, che Lui formò ad hoc, in una data considerata l'inizio dei tempi di quella storia di salvezza, quando cioè il Creatore aprì i Cieli e si mise a parlare per un rapporto concreto con l'umanità, data che, dalle informazioni fornite nel testo, i rabbini deducono essere il 3761 a.C..
La "parola" diviene, infatti, il "modus" della "creazione", perché Dio che parlando crea l'uomo nuovo dal vecchio primate incredulo.
Pur avendolo visto, avendolo considerato il loro vero e unico Padre e Madre, quei progenitori, che chiamiamo Adamo ed Eva, eletti per essere i capostipiti di una generazioni di uomini che lo rivelassero al mondo, di fatto, rifiutarono e preferirono le tenebre alla luce.

Dio, allora, nel rispetto della loro libertà si ritirò e, nell'anno assoluto 1656 dalla rivelazione ad Adamo decise di iniziare con l'umanità una nuova storia per cui scelse la famiglia di Noè, quale progenitrice degli uomini nuovi, i salvati, che l'avrebbero riconosciuto e accolto come Dio e fece piovere un diluvio di grazia sul mondo come promessa di alleanza eterna e iniziò la storia della salvezza.
Dopo circa dopo 367 anni, ossia dopo un anno di anni, nell'anno assoluto 2023, nel 1738 a.C. Dio si rivolse ad Abramo che allora si chiamava Abram e lo chiamò: "Il Signore disse ad Abram: Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò." (Genesi 12,1)

In ebraico le prime parole furono "loek leka" che è tradotto con "Vattene", ove il primo "loek" è l'imperativo del verbo che ha per radicale e riguarda, "l'andare", "il camminare", quindi, intima un "cammina", "va", mentre il secondo è "lekà" che dall'ebraismo è un "per te ", quindi, in conclusione si può ritenere che Dio abbia detto ad Abram "va per te", "cammina per te", qualcosa come: fai finalmente i veri affari tuoi.

In sintesi, gli disse fai qualcosa di veramente importante per te, qualcosa di necessario, di utile, ossia vattene per il tuo bene, per la tua vera felicità, mettiti in cammino per dove ti dirò io, quindi, cammina con me, vieni con me! In definitiva, vieni e potrai capire quale è il vero bene per te.

Poi prosegui il Signore, "Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra." (Genesi 12,2-3)

Ti benedirò e diventerai un veicolo di benedizione, un ponte per gli altri da me verso di loro e da loro verso me; a quel tempo Abram aveva 75 anni, come precisa Genesi 12,4 dopo la chiamata da parte di Dio.

Abramo così diventa un ponte, su cui passa la benedizione di Dio per l'uomo e ha una funzione sacerdotale per il mondo.

In quel dire "Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò" si trova la radice di quanto poi dirà Gesù a Pietro "A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli." (Matteo 16,19)

Le lettere della parola ebraica di "sacerdote" "kohen" , considerate secondo il loro valore numerale come somma danno proprio luogo al numero 75, pari all'età indicata per Abramo in quel momento come segnala Genesi 12,4.

= ( = 50) + ( = 5) + ( = 20) = 75

Dopo 24 anni il Signore cambiò il nome a Abram e lo chiamò Abramo, e fu il primo uomo a cui Dio diede il nome; si trova, infatti, in Genesi 17,1: "Quando Abram ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse : Io sono Dio l'Onnipotente: cammina davanti a me e sii integro."

Quindi, il Signore, che si è definito "'El Shaddai" e traducono "Dio l'Onnipotente", prosegue dicendogli: "Porrò la mia alleanza tra me e te e ti renderò molto, molto numeroso. Subito Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui: Quanto a me, ecco, la mia alleanza è con te: diventerai padre di una moltitudine di nazioni. Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abramo, perché padre di una moltitudine di nazioni ti renderò." (Genesi 172-5)

Si dice che "'El Shaddai" sia "Dio della steppa "sedah" ", ma "shed" è anche il maligno e il selvatico per cui la steppa, in effetti, è un luogo ostile, luogo del demonio, così pensavano gli antichi, la frontiera del combattimento spirituale, il luogo delle tentazioni, infatti, quando si trova "selvatico" di solito appare l'azione del maligno.

Il raddoppiamento vocale della d = in "Shaddai" suggerisce di provare a scrivere , da cui ne deriva:
  • "Dio nella steppa () aiuta l'esistenza "; questo interessava i nomadi e ad Abramo;
  • "Dio al demonio sbarra l'esistenza ".
Abramo perciò è chiamato a camminare davanti a Lui per cui sarà il suo ambasciatore, il Suo annunciatore, quindi, vuol dire che Lui il Signore lo seguirà, perciò chi segue il cammino di Abramo, anche se cammina in luoghi ostili, prima o poi, incontrerà Dio!

Abramo è chiamato a camminare davanti a Lui e a essere "integro", in ebraico "tamim" e tali lettere dicono con la tua vita: "indica ai viventi che sono vivo ", i viventi ti seguiranno e avrai un gran numero di figli nella fede.

Ho fatto notare in altro paragrafo che Noè era giusto e "integro", in ebraico appunto "tamim" e in quel termine si trovano anche le lettere di "maim" che in ebraico vogliono dire "acqua".

Abramo fu il primo apostolo di Dio, il primo inviato, nel mondo a Suo nome.
Le lettere di "tamim", ci parlano di Abramo che in modo allegorico diviene uno che deve "scegliere nelle acque ", vale è chiamato a "scegliere i viventi nel mare " della vita.

Abramo, quindi, è come una rete che Dio getta nel mondo per pescare i viventi. La rete diviene il regno di Dio in terra per portarli nel regno celeste che Dio prepara per loro e il cammino di Abramo è lo stesso percorso che deve seguire chi voglia trovare Dio ed essere trovato da Lui.

Abramo ha ascoltato quanto Dio gli diceva e la parola, "deber" , che pronuncia il Signore Dio per Abramo diviene benedizione, in ebraico , "berakah"; infatti, come abbiamo visto, dopo le chiamate, sia in Genesi 12, sia in Genesi 15, subito dopo appare il concetto di benedizione.
Le stesse lettere ebraiche, peraltro, aiutano a indurre tale pensiero.

È spontaneo collegare la "Tua parola", in ebraico "debaroek" (ove = a fine parola) con "un aiuto - una mano da parte del Benedetto, "Baruk" " come è chiamato Dio, quindi, "deber" è un Suo "aiuto per chi abita nel corpo ", ossia per "l'anima"; ne consegue il senso della benedizione "berakah" che dà Lui, infatti, "per chi abita nel corpo la rettitudine entra " e questa apre alla santità e l'ingresso nel Regno dei Cieli.

Nel Salmo 119,89 si trova: "Per sempre Signore la tua parola è stabile nei cieli" ove "è stabile" è "nitssab" le cui lettere sono il radicale di "essere stabile" e di "collocare", per cui chi ascolta la Tua Parola Signore lo collochi dentro i Cieli, ed è promessa d'eternità, infatti, il versetto inizia con "Per sempre"!

Si è avverato per Abramo quanto dice lo stesso Salmo 119 al versetto 105:

"Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino".

"Lampada" "ner"
"per i miei passi" "lerageli"
"è la tua parola" "debaroek"
"luce" "ve'or"
"sul mio cammino" "linetibaiti"

Tale luce "'or " è proprio quella che iniziò la creazione nel 1° giorno che su Abramo e i suoi figli da luogo a una nuova creazione; infatti, hanno per lampada "ner" che fa luce "'or" la "Tua parola" , quella con cui creò. Questa luce serve per i miei passi "lerageli" , ossia con questa "il Potente nella mente - testa rivela () d'esistere " ed ecco che illumina nel cammino "netib" , in quanto, "invia l'indicazione per ristare a casa ", sottinteso con Lui nei Cieli.

E la parola di Dio rende Santi, cioè regala la Sua natura e nel cuore dei figli di Abramo si consolida la certezza, la fede, che "...non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione." (Salmo 16,10)

Ecco che la vita assume un senso pieno, perché il Signore li guida "Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra." (Salmo 16,11)

Analoghi pensieri si trovano nel Salmo 56, "In Dio, di cui lodo la parola, nel Signore, di cui lodo la parola, in Dio confido, non avrò timore: che cosa potrà farmi un uomo? Manterrò, o Dio, i voti che ti ho fatto: ti renderò azioni di grazie, perché hai liberato la mia vita dalla morte, i miei piedi dalla caduta, per camminare davanti a Dio nella luce dei viventi." (Salmo 56,11-14)

Molti ebrei al tempo di Gesù si dicevano figli di Abramo, però non credevano alla risurrezione dai morti e alla vita eterna, eppure, come abbiamo visto, anche i Salmi che recitavano ne parlano, come pure annunciano la venuta del Messia.
Il seguente brano del Vangelo di Giovanni 8 fa capire come Gesù entrasse nel vivo delle discussioni per richiamare i contemporanei alla vera fede che era per molti era solo di facciata, anche se affermavano: "Il padre nostro è Abramo!" Diceva loro: "In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno." (8,51)

Non credevano alla risurrezione, infatti, gli dissero: "Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?" (8,52-54)

Gesù col dire: "Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia" asserì che Abramo attendeva il giorno del Messia e soggiunse "In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono." (8,56-58)

PESCA, PESCATORI NELL'ANTICO TESTAMENTO
In ebraico i radicali e si usano per i verbi che riguardano "tendere insidie, spiare, cacciare o anche sedurre, avvincere" e dal punto di vista grafico la lettera "tsade" = , la 18a dell'alfabeto, pari al numero 90, pare proprio una freccia, una fiocina, un amo, che scende sulla preda.

La lettera pare anche una valle, quindi, salire e scendere, su, giù, alzare e abbassare, sollevare e calare, sembrano insiti nella sua grafica.
Ecco che se si leggono come un rebus le lettere si vede un uomo che "alza - solleva un'asta - un bastone - una lancia - una fiocina con la mano ".
Il pescare rientra in tale ambito, in quanto, è comunque un cacciare i pesci.

Un modo per dire rete, laccio, trappola è "matsod" o "matsodah" - "metsudah" , usato in Giobbe 19,6; Qoelet 7,36 e 9,12; Salmo 66,11 e 116,5; Ezechiele 12,13; 13,21; 17,20 e 19,9; Siracide 9,3.
(Altro significato di "metsudah" è "fortezza"; così si chiama, infatti, la famosa roccaforte di Masada situata su una rocca naturale a 400 metri di altitudine rispetto al Mar Morto, nella Giudea sudorientale, in territorio israeliano a circa 100 km a sud-est di Gerusalemme, fatta fortificare nel 37-31 a.C. da Erode il Grande, ove si rifugiarono i ribelli dopo la prima guerra giudaica e fu presa dai romani nel 73 d.C..
Le lettere di Masada, "metsudah" , in tal caso si leggono "per i viventi alzata reca impedimento a entrare ".)

In Geremia 16,16 cacciatori e pescatori sono ricordati assieme per la loro eguale funzione; del resto il villaggio di Betsaida, ricordato nei Vangeli, era così chiamato perché era dimora - casa dei pescatori, ossia "bet-tsaid" .

La Torah in Esodo 21,13-14 pronuncia la condanna per chi insidia e arreca la morte al prossimo "Colui che colpisce un uomo causandone la morte, sarà messo a morte. Però per colui che non ha teso insidia , ma che Dio gli ha fatto incontrare, io ti fisserò un luogo dove potrà rifugiarsi. Ma, quando un uomo attenta al suo prossimo per ucciderlo con inganno, allora lo strapperai anche dal mio altare, perché sia messo a morte" e Saul insidiava la vita di Davide come dice 1Samuele 24,12.

La tentazione, la seduzione, è un'insidia, una trappola per l'uomo, una rete che viene posta per farlo cadere; così accadde per Adamo secondo il racconto di Genesi 3 a seguito dell'intervento del serpente che incarnava satana, l'accusatore, il demonio, il diavolo, colui che porta la divisione.

Si trova in 1Pietro 5,8 "Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare", quindi, è un cacciatore, è un pescatore e imprigiona uomini e... pesci.

San Paolo nella lettera agli Efesini 6,12 ricorda ai cristiani che "La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti", per cui la lotta del cristiano è proprio contro colui che insidia.

Ecco che per "occhio per occhio, dente per dente", la norma di riparazione dei danni della Torah ricordata in Esodo 21,4; Levitico 24,19 e Deuteronomio 19,21 certamente trova almeno il suo campo di applicazione nei riguardi del tentatore, il demonio, quindi il Leviatano.

La caccia e la pesca nel mondo contro di lui, sottraendo persone a lui soggette per metterle in cammino, è la vera "guerra santa", la risposta adatta per rintuzzare il suo operato, andando a sottrargli le prede fino addirittura alla fine dei tempi in cui il Messia fiocinerà il capo dei demoni.

Ora, nell'Antico Testamento della Bibbia, per la connessione dell'insidiare proprio del demonio - "shed" - che i nomadi ritenevano vivesse nelle steppe e nei luoghi deserti "sadoeh" - (Gesù infatti fu tentato nel deserto) c'è una tensione di avversione per la caccia in quanto evoca la qualità da demonio usata con gli uomini. Ecco che appena c'è l'occasione Dio preferisce, ossia elegge, chi non ha le attitudini del demonio, ossia di cacciare, insidiare.

Mi riferisco ai due gemelli Esaù e Giacobbe, figli di Isacco e di Rebecca di cui è detto: "I fanciulli crebbero ed Esaù divenne abile nella caccia, un uomo della steppa - 'sadoeh' - mentre Giacobbe era un uomo tranquillo, che dimorava sotto le tende." (Genesi 25,27)

Esaù, pur primogenito, vendette la progenitura per il famoso piatto di lenticchie e poi, aiutato dalla madre con il consenso divino perse anche la benedizione di elezione davanti a Dio, che il padre ingannato e cieco sulla caccia, passò invece a Giacobbe il secondo dei gemelli da cui discenderà il Messia.
(Vedi: "L'elezione di Dio passa per la Madre")

Secondo l'ebraismo, quando verrà, il Messia ripagherà l'angelo ribelle con eguale moneta e, come abbiamo visto nel Talmud, fiocinerà il Levitano e alla fine dei tempi ci sarà il banchetto messianico con le sue carni.
Ecco allora che il Messia, di cui i Vangeli ne annunciano la venuta, apre il suo ministero in terra, mandando in giro i suoi pescatori.

Ciò premesso, ho provato a verificare quante volte nella edizione C.E.I. 1975 dell'Antico Testamento della Bibbia, quindi in Italiano, si trovano le lettere "pesc" che danno luogo a pesce - pesci, pesca, pescare, pescheranno, pescatori.
Si ottiene il risultato di 54 ritrovamenti così suddivisi: pesce 20, pesci 27, pescare e pescheranno 2, pesca 2 e pescatori 3 volte.

Nei libri dell'Antico Testamento scritti in ebraico della Bibbia ebraica per pesci si trova:
  • "dag" in Genesi 9,2; Numeri 11,22; 1Re 4,33 e 5,13; 2Cronache 33,14; Neemia 3,3; 12,39 e 13,16; Giobbe 12,8; 40,31 e 41,7; Salmo 8,8-9; Qoelet 9,12; Ezechiele 38,20; Osea 4,3; Giona 1,17; 2,1 e 2,10-11; Abakuk 1,14 e Sofonia 1,3.10.
  • "dagah" in Genesi 1,26.28; Esodo 7,18.21; Numeri 11,5; Deuteronomio 4,18; Salmo 105,29; Isaia 50,2; Ezechiele 29,4-5 e 47,9-10, Giona 2,1-2.
Le due volte di "pesca" sono in:
  • Amos 4,2 "duvugah" .
  • Giobbe 40,30; sempre attorno al Leviatano nel brano va da Giobbe 40,25 già citato in altro paragrafo a 40,32 parla di società di pesca quando dice al versetto 30 "Faranno affari con lui gli addetti alla pesca", invero "i soci fiocinatori" da "chets" "freccia, dardo, dardo, giavellotto e fiocina".
Le tre volte del termine "pescatori", si trovano in:
  • Isaia 19,8 - "I pescatori si lamenteranno, gemeranno quanti gettano l'amo nel Nilo, quanti stendono le reti sull'acqua saranno desolati."
    Pescatori "daiagim" Amo "chakkah" Reti "mikemoroet" .
  • Geremia 16,16 - "Ecco, io invierò numerosi pescatori a pescarli - oracolo del Signore - quindi invierò numerosi cacciatori a catturarli, su ogni monte, su ogni colle e nelle fessure delle rocce..."
    Pescatori "daiagim" Per pescarli "digum" .
  • Ezechiele 47,10 - "Sulle sue rive vi saranno pescatori: da Engaddi a EnEglaim vi sarà una distesa di reti. I pesci, secondo le loro specie, saranno abbondanti come i pesci del Mare Grande."
    Pescatori "davvagim" Reti "charamim" Pesce "degat" . Engaddi "a'in gadi" oasi a ovest del Mar Morto.
Per quanto riguarda invece il verbo "pescare", oltre a quel "pescheranno" nel citato Geremia 16,16, strettamente legato alle lettere di pesce, si trova solo in Giobbe 40,25 "Puoi tu pescare il Leviathan con l'amo e tenere ferma la sua lingua con una corda..." ove però in ebraico è usato il verbo che ha per radicale usato per "tirare, trascinare" quindi simile al radicale "di tirare fuori, salvare" direi "tirar fuori () con un recipiente - vaso - coppa " "dall'acqua alla luce con una coppa ", tanto più che "moeshoek" vuol dire sacca, bisaccia come in Salmo 126,6 per sacca dei semi del seminatore, mentre in Giobbe 28,18 è tradotto con "acquisto".

Ecco che seguendo l'idea di pescare si trova subito sia il grande pesce - causa della prigionia di tutti i pesci, che di fatto sono suoi schiavi, quello che è il Leviathan , perché "il serpente a portarsi fu in un drago " - sia il pensiero di salvare.

In Batra Bata 75a si trova "Nel mondo futuro, il Santo, Benedetto Egli sia, farà un banchetto per i giusti con la carne del Leviathan".

Anche il Targum Pseudo-Jonatan a Genesi 1,21 dice "Dio creò i grandi mostri marini, il Leviatan e la sua compagna sono destinati al giorno della consolazione" per il banchetto messianico".

Del resto il grande pesce che inghiotti e risputò Giona altri non era che un mostro marino che provoca la morte da cui Giona annuncia la risurrezione, il "segno di Giona".

Circa gli attrezzi della pesca si ha:
  • l'amo "chakkah" ove è il palato e ricordando che = le lettere dicono sta nella bocca "nascosto a coppa " per cui l'amo è quello che "nel palato entra ";
  • la fiocina "chets" è quello che nel "chiuso scende ", ossia riesce a penetrare.
LA RETE NELL'ANTICO TESTAMENTO
È ora il momento di interessarsi della "rete" che in ebraico è definita in vari sono i modi e spesso uno stesso termine viene tradotto con significati diversi.

"Pach " per trappola, laccio, trabocchetto, ceppo, quindi, anche rete, e le lettere suggeriscono che è "una bocca che si chiude - si stringe ".

Si trova in Giosuè 23,13 questo monito agli Israeliti di non mischiarsi con gli stranieri "...allora sappiate che il Signore vostro Dio non scaccerà più queste genti dinanzi a voi, ma esse diventeranno per voi una rete , una trappola, un flagello ai vostri fianchi; diventeranno spine nei vostri occhi, finché non siate periti e scomparsi da questo buon paese che il Signore vostro Dio vi ha dato."

Il più delle volte C.E.I. 2008 traduce come "laccio", come in Giobbe 18,9 ove il "pach" : "Un laccio ("pach" ) l'afferrerà per il calcagno, un nodo scorsoio lo stringerà" ove a mio avviso quel nodo scorsoio è gratuito; il testo riporta per "stringerà" un "tsammim" che pare qualcosa che "scende nelle acque ", quindi, lo stringerà una specie di rete, la rete di cui parla nel versetto precedente.

Nei testi ebraici dei libri dell'Antico Testamento "pach" si trova anche in Giobbe 22,10; Salmi 69,22-23; 91,3; 119,110; 124,7; 140,5-6; 141,9 e 142,3-4; Proverbi 7,23 e 22,5; Qoelet 9,12; Isaia 8,14 e 24,17-18; Geremia 18,22 e 48,43.44; Osea 5,1 e 9,8; Amos 3,5.

Termine "moqesh" alcune volte usato per "rete", in quanto, "nell'acqua portata rovescia - versa alla luce ", ossia è capace di portare fuori quanto si trova nell'acqua.

In Giobbe 40,24 quando Il Signore parla del famoso "Behamot" che secondo quel testo "...è la prima delle opere di Dio; solo il suo creatore può minacciarlo con la spada" (Giobbe 40,19) dice a Giobbe "Chi mai può afferrarlo per gli occhi, o forargli le narici con un uncino?" e per "uncino" è tradotto quanto scritto in ebraico come "moqeshim" , come fosse una fiocina a tre punte, un tridente, in quanto è al plurale in che suggerisce una lettura fantastica "nell'acqua un'asta si rovescia come fuoco a tre punte nel mare ".

Secondo l'immaginario ebraico che s'appoggia ai testi biblici, il Behamot, animale terracqueo, il Leviatano, animale marino e lo Ziz animale dell'aria che compare nel Talmud babilonese - trattato Bava Batra, sono tre incarnazioni del maligno e le loro carni saranno arrostite nel banchetto messianico.


Miniatura del 1238 (Ulma)
I tre animali mitologici

Il Salmo che canta Davide in 2Samuele 22,6 (Salmo 18,6) è tradotto da C.E.I. 2008 con agguati: "già mi avvolgevano i lacci degli inferi, già mi stringevano agguati mortali."

Nel versetto di Giosuè 23,13 richiamato al punto precedente quando si parla di "pach" si trova anche "moqesh" ed è tradotto come "trappola", in quanto "ai viventi reca afflizione - durezza - dolori ()".

Nella Torah appare 4 volte sempre tradotto come "trappola":
  • Esodo 10,7 - "i ministri del faraone gli dissero: Fino a quando costui (Mosè) resterà tra noi come una trappola? Lascia partire questa gente, perché serva il Signore, suo Dio! Non ti accorgi ancora che l'Egitto va in rovina?"
  • Esodo 23,33 - "essi (i Filistei) non abiteranno più nella tua terra, altrimenti ti farebbero peccare contro di me, perché tu serviresti i loro dei e ciò diventerebbe una trappola per te."
  • Esodo 34,12 - "Guardati bene dal far alleanza con gli abitanti della terra nella quale stai per entrare, perché ciò non diventi una trappola in mezzo a te."
  • Deuteronomio 7,16 - "Sterminerai dunque tutti i popoli che il Signore, tuo Dio, sta per consegnarti. Il tuo occhio non ne abbia compassione e non servire i loro dei, perché ciò è una trappola per te."
Pure come "trappola" il termine è tradotto da C.E.I. in Giudici 2,3, mentre in 8,27 traduce come "rovina": "Gedeone ne fece un efod che pose a Ofra, sua città; tutto Israele vi si prostituì, e ciò divenne una causa di rovina per Gedeone e per la sua casa."

Nel Salmo 64,6 la stessa C.E.I. traduce "moqeshim" come "tranelli", "Si ostinano a fare il male, progettano di nascondere tranelli; dicono: Chi potrà vederli?" mentre nel Salmo 69,23 appare sia "pach" come "trappola", sia "moqesh" tradotto per "insidia", "La loro tavola sia per loro una trappola, un'insidia i loro banchetti."

In Isaia 8,14 è tradotto "laccio e trabocchetto" rispettivamente quanto è "pach" e "moqesh", mentre quest'ultimo in Amos 3,5 viene detto "esca".

Il termine "moqesh" in argomento, quindi, ha ampi significati, ma è comunque un tentativo di offesa alla vita come suggerisce il radicale usato nel Salmo 73,8 per il verbo "schernire, offendere", ed ecco che se "un vivente si porta a rovesciare alla luce del sole - "shoemoesh" -" vuol dire che si è usato un tranello, un laccio, una rete, si è fatto un agguato.

"Cheroem" in ebraico definisce certi tipi di rete come le sciabiche e i giacchi e l'ho già segnalato quando citai all'inizio di questo paragrafo Ezechiele 47,10 e usa questo termine altre tre volte:
  • Ezechiele 26,5; Ezechiele 26,14 - quando parla di Tiro, "Essa diverrà, in mezzo al mare, un luogo dove stendere le reti" , poiché io ho parlato. Oracolo del Signore. Essa sarà data in preda alle nazioni Ezechiele."
  • Ezechiele 32,3 - per il faraone re d'Egitto, "Così dice il Signore Dio: Tenderò contro di te la mia rete con una grande assemblea di popoli e ti tireranno su con la mia rete ", mentre la prima rete ivi citata è, come poi vedremo, "roeshoet" .
Le "sciabiche", sono reti per la pesca sotto costa con fondali bassi, fissate con un capo a terra e portata in mare da una barca, pure detta sciabica e, dopo una curva, l'altro capo è riportato a terra, quindi, poi tirate da squadre di pescatori per prendere il pesce che vi fosse restato imprigionato.

I "giacchi" sono reti circolari a sacco che gettate nell'acqua formano un cerchio che si posa sul fondale grazie al peso di piombi sulla circonferenza poi, tirate su con una corda che stringe l'imboccatura, nel tronco di cono che si solleva restano imprigionati i pesci che si trovano nella proiezione di quel cerchio.

Quelle tre lettere riguardano il "dedicare allo sterminio", o meglio, il "consacrare per lo sterminio", quindi, un riservare a Dio, una parte separata che riguarda solo Lui che diviene sacra e tabù, ossia intoccabile per altri; si veda in particolare al riguardo Deuteronomio 20,10-20.

Le lettere , peraltro, danno il senso di rete: "Racchiudono i corpi nelle acque " o "Si stringono alzandosi ( = )", mentre come riservato o tabù si può leggere "chiudere - costringere un corpo per la vita " o "racchiudere per l'alto ( = )", ossia per uno scopo superiore.

Nel libro del profeta Abacuc c'è il brano 1,14-17 che riguarda in modo specifico tali tipi di reti e si riferisce a Dio che pare trattare gli uomini proprio come un pescatore: "Tu tratti gli uomini come pesci del mare, come un verme che non ha padrone. Egli li prende tutti all'amo, li pesca a strascico , li raccoglie nella rete, e contento ne gode. Perciò offre sacrifici alle sue sciabiche e brucia incenso alle sue reti, perché, grazie a loro, la sua parte è abbondante e il suo cibo succulento. Continuerà dunque a vuotare il giacchio e a massacrare le genti senza pietà?"


Il giacchio

"Mikmar", "mikmor", "mikmoeroet" e in ebraico.

Tali termini si trovano complessivamente 5 volte di cui due nei versetti su riportati di Abacuk 1,15-16 per rete - reti che ho lì sottolineato.
Quei termini ebraici contengono le lettere del radicale usato per "commuovere, eccitarsi" e anche il radicale di "anelare, agognare, desiderare, venir meno".
Il termine "komoer" è usato sempre al plurale come "sacerdote" per indicare quelli idolatri che offrivano incenso sulle alture in 2Re 23,5 o per i sacerdoti di Samaria in Osea 10,5 e, infine, per i falsi sacerdoti di Baal in Sofonia 1,4.

In base ai significati grafici delle lettere si può dire:
  • "delle acque desidera - anela () i corpi ";
  • , "nelle acque in una coppa vivi i corpi finiscono ".
Oltre le due volte in Abacuc le altre tre volte si trovano in:
  • Salmo 141,10 - "I malvagi cadano insieme nelle loro reti, mentre io, incolume, passerò oltre."
  • Isaia 19,8 - "I pescatori si lamenteranno, gemeranno quanti gettano l'amo nel Nilo, quanti stendono le reti sull'acqua saranno desolati."
  • Isaia 51,20 - "I tuoi figli giacciono privi di forze agli angoli di tutte le strade, come antilope in una rete, pieni dell'ira del Signore, della minaccia del tuo Dio."
Se si ragiona in termini di "midrash" che pensano il mare come luogo di rifugio del mitologico Leviatano e dei mostri marini "tannin" di Genesi 1,21 da cui il termine drago "tan" in cui si sarebbe rifugiato l'essere ribelle fuggito da Dio, signori e tiranni di tutti i pesci, ecco che la rete "mikmar" diviene "una piaga - sconfitta () per l'essere ribelle () "che vive nel mare, quindi, è un'arma da guerra contro di lui."

"Roeshoet" usato per rete.

Nei libri dell'Antico Testamento in ebraico si trova 21 volte.
Le prime tre volte è nel libro dell'Esodo in 27,4-5 e in 38,4 per descrivere la graticola a rete dell'altare degli olocausti; quindi quanto resta in quella rete sono le ceneri di quanto è servito da olocausto per il Signore.

Le lettere paiono rispondere a tale esigenza in quanto là su quella graticola a rete "roeshoet" accade che "i corpi al fuoco finiscono ". Poi, il testo più antico che lo riporta è in Giobbe 18,8, ove parla del malvagio "...perché con i suoi piedi incapperà in una rete e tra le maglie camminerà."

Si trova, quindi, per 8 volte nei Salmi 9,16; 10,9; 26,15; 31,5 (laccio); 35,7-8; 57,7; 140,6, poi una volta in Lamentazioni 1,13 e 2 volte nel libro dei Proverbi 1,17 (rete per uccelli) e 29,5 e in questo dice "L'uomo che adula il suo prossimo gli tende una rete davanti ai piedi."

Il libro del profeta Ezechiele cita 4 volte questo termine in 12,13; 17,20; 19,8 (laccio) e 32,3 ove c'è anche l'altro termine per rete, , come ho precedentemente segnalato.

Nel libro del profeta Osea, infine, si trova 2 volte:
  • Osea 5,1 - "Ascoltate questo, o sacerdoti, state attenti, casa d'Israele, o casa del re, porgete l'orecchio, perché a voi toccava esercitare la giustizia; voi foste infatti un laccio (pach) a Mispa, una (roeshoet) tesa sul Tabor."
  • Osea 7,12 - "Dovunque si rivolgeranno stenderò la mia rete contro di loro e li abbatterò come gli uccelli dell'aria, li punirò non appena li udrò riunirsi."
I radicali = riguardano l'impoverire e l'essere povero, il rovinarsi e danno luogo a parole come "rish", "resh" per indigenza, povertà, miseria o anche rovina; analogo è che si usa anche per radere al suolo e devastare.

Ne consegue che la rete rende povero e devasta il mare, ossia il regno del maligno ove s'è rifugiato privandolo della sua fonte di vita; del resto questo essere demonico allontanatosi da Dio, non ha più vita propria, ma l'attinge dagli esseri viventi che schiavizza, quindi, allegoricamente i pesci del mare e in tal modo l'impoverisce e lo devasta.

Le lettere di questa rete per i cristiani sono, quindi, allusive degli eventi finali della vita terrena di Gesù di Nazaret in quanto parlano di:
  • un "povero crocifisso ";
  • un "corpo risorto dalla croce ".
Il radicale , poi, è relativo al "bere" e allo "irrigare", atti tutti che il Cristo compì in croce, come ricorda il Vangelo di Giovanni:
  • Giovanni 9,28-30 - "Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: Ho sete. Vi era lì un vaso pieno d'aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: Tutto è compiuto! E, chinato il capo, spirò."
  • Giovanni 19,34 - "...ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua."
Il corpo di Cristo Risorto, ossia la Chiesa da Lui lasciata in terra, diviene quindi, una grande macchina di guerra, una grande rete atta a strappare i prigionieri al tiranno che eccitando i loro istinti li schiavizza e, come la maga Circe che trasformava gli uomini in porci, impedisce loro di camminare speditamente per i sentieri che Dio ha preparato per loro.
Del resto, l'annuncio dell'avvenuta prima risurrezione, è proprio un'arma micidiale, una fiocina, una rete che, annunciando la vittoria sulla morte, apre l'evangelizzazione provocando pesche miracolose con danni nel territorio del nemico dell'uomo e di Dio.

L'ALLEGORIA DEL MARE
Per proseguire prendo spunto da questi miei due articoli:
Richiamo le letture del nome di Dio "'Elohim" e quanto ivi è detto circa la ribellione demoniaca e la conseguente invasione della terra che trapela da quelle considerazioni, quindi, la decisione di Dio di ripulire la sede dell'essere ribelle in cui s'era rifugiato agendo direttamente.

Già nel nome che il libro del Genesi propone per il "Creatore", , "'Elohim", si trovano le lettere di "mare", "iam", o di grandi distese d'acqua. Nell'Antico Testamento c'è poi una grande tensione verso le acque: le acque del Paradiso, del diluvio, quindi, del mare o di grandi laghi come il Mar Morto con Sodoma e Gomorra, Mar Rosso o Mare di canne che si apre, e poi il Mare di Galilea.

Inizia subito con quelle che bagnavano il Gan Eden o Paradiso Terrestre, che vengono da Lui, infatti, nel nome "'Elohim" grazie ai significati grafici delle lettere ebraiche da luogo a tante possibili letture tra cui c'è anche "da Dio a uscire sono le acque ".

Queste acque sono quelle della Sua misericordia "roechoem" , del Suo amore, proprio quelle che escono dalle sue viscere, dal suo utero, che in ebraico è pure , "un corpo che racchiude le acque ".

In principio Dio le acque di vita le inviò a irrigare il Paradiso per far crescere tutto il necessario per l'uomo, che mise in un ambito protetto circondato dalla secca steppa "sadoeh" , sede demoniaca dello "shed" .

Adamo, però, appena fu davanti a un bivio serio, a una tentazione di autonomia, con atto volontario, grazie alla libertà di cui godeva, mosso da orgoglio, aveva rifiutato di obbedire a Dio; insomma nella lotta dell'esistenza contro il nulla, era caduto vittima della non esistenza e, ingannato, aveva scelto di non esistere.

Era l'inizio di una guerra in cui l'uomo, tentato dall'istino animale, presentato come un serpente, che incarnava il nemico del progetto divino, lasciato esistere da Dio come un contrario a Se stesso per consentire una scelta libera all'uomo, restò soccombente, ma l'alleanza che Dio aveva fatto con lui, creandolo in modo speciale rispetto alle altre creature e parlando con lui, era eterna.

Ecco che avviene il primo fratricidio Caino uccide Abele, e si accavallano gli episodi degli errori umani, ma acque di misericordia sono inviate dal Signore come diluvio, un'irrigazione di grazia per rinnovare l'umanità.

Si trova in Genesi 6,5-8, "Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre. E il Signore si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. Il Signore disse: Cancellerò dalla faccia della terra l'uomo che ho creato e, con l'uomo, anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti. Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore."

Per due volte è usato il verbo che viene dal radicale con quel "il Signore si pentì", in ebraico "innachoem IHWH" del 6,6 e "sono pentito" "nichemetti" del 6,7 ( = ).

I commentatori propongono che tal modo esprime in termini umani un sentimento divino, ma essendo Dio onnisciente era nella rosa delle possibilità che ci potesse il rifiuto della creatura che voleva creare libera.

In effetti, il libro del Genesi ha già usato tale verbo al termine del capitolo precedente, al versetto 5,39, ma lo si traduce in modo diverso, infatti, parlando dei patriarchi del diluvio il testo dice "Lamec aveva cento-ottantadue anni quando generò un figlio e lo chiamò Noè, dicendo: Costui ci consolerà del nostro lavoro e della fatica delle nostre mani, a causa del suolo che il Signore ha maledetto", il che rende evidente il desiderio del Signore messo in bocca al padre nella carne di quello che sarà poi il modello di un "precursore", profezia del Salvatore.

Quel radicale significa anche "commuoversi", allora, pensando alla Sua misericordia, il Signore non si pentì, ma sentì forte compassione e quel dire sancisce il momento in cui decise di aiutare!

Del resto in Genesi 6,6 e 7 il soggetto che prova quel sentimento "di pentimento" è Dio, chiamato tre volte in quei tre versetti come IHWH , col Tetragramma Sacro, quindi, "il Signore" - mentre subito dopo al versetto 6,13 il testo usa nuovamente il nome "'Elohim" - e sappiamo che quel Tetragramma esprime il volto della misericordia di Dio, mentre "'Elohim" è il nome che per l'ebraismo sottende principalmente la sfera della "giustizia", infatti, IHWH, la prima cosa che palesò appena si presentò a Mosè nell'episodio del "roveto ardente" in Esodo 3,7 fu: "Il Signore disse: Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze" e manifestò di avere misericordia.

Ora, tutta la Sacra Scrittura rivela l'intenzione e l'impegno del Signore di salvare l'uomo peccatore, mentre se si desse retta all'interpretazione corrente Dio, irato dal comportamento dell'uomo, con il diluvio ne avrebbe provocato la fine, salvando solo la famiglia di Noè... e avrebbe buttato via tutta l'altra umanità, insomma gettando via il bambino con l'acqua sporca, sancendo in tal modo quasi un proprio errore nel crearlo.

Questo racconto, che alle spalle ha certamente eventi catastrofici fermi nella memoria dell'umanità, in effetti, è un "midrash", vale a dire una storia a fine di ricerca e di proiezione profetica, come ho proposto con "Cosa nasconde il racconto di Noè e del Diluvio?".

In tale inquadramento pare invece sia da ritenere che il succo di quanto vi è espresso è l'intenzione di Dio di porre in atto un intervento risolutore, una pioggia di grazia non per distruggere quanto ha creato, ma per annullare nell'uomo ciò che l'ha portato a essere oggetto di affronto da parte della malattia e di diventare "vecchio", quindi, destinato alla morte, cioè neutralizzare l'apporto del maligno per cui l'uomo, di fatto, era un posseduto dall'istinto del male, e per far ciò Dio stesso provocherà una morte speciale per grazia in un battesimo di amore totale che distrugga l'apporto del male che ha invaso l'uomo, mentre Lui in modo diretto provvederà ad annullare il spirito del male in un combattimento finale.

Questa pioggia del diluvio è speciale, viene dal cielo "shemaim" che si apre in acqua "maim" e fuoco "'esh" di Lui , battesimo di acqua e di Spirito Santo che arreca un'illuminazione con la funzione di prima risurrezione che fa attendere nella gioia, pur nella croce di ogni giorno, la risurrezione promessa e sperata.

Del resto, circa il potere dell'amore, dice il Cantico dei Cantici 8,6: "Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l'amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina!"

SULLA RIVA DEL MARE
Quell'"innachoem" tradotto con "si pentì" e quel "sono pentito nichemetti" o si rammaricò, appartengono al radicale del verbo .

Per quel verbo potrebbero però pensarsi altre accezioni, ad esempio quella tradotta in 5,29, quindi, un "provò compassione" e un "consolarsi", significati possibili insiti in quel radicale.

In una tale eventualità il Signore avrebbe provato compassione per l'umanità e avrebbe pensato di consolare se stesso e l'uomo che aveva creato con amore particolare, proponendo la figura di un uomo, modello di progenitore e patriarca Noè dell'umanità desiderata.

Ossia, il Signore, avrebbe guardato nel progetto che aveva predisposto per la creazione, la "Torah" o "insegnamento", termine che viene da "insegnare, istruire", quindi, nel libretto d'istruzione, e vi trovò l'intenzione che l'uomo doveva essere a Sua immagine e Sua somiglianza, ma in quel momento non lo era ancora essendo stato gravemente inquinato.

Serviva un lavacro di un'acqua particolare, doveva essere riconiato, rimodellato, ri-impastato; occorreva insomma riplasmare il vaso, frantumarlo, triturarlo, riprendere la sua povere - "polvere tu sei e in polvere ritornerai" (Genesi 3,19b) - e con acqua per la conversione e fuoco dello Spirito Santo, formare un "uomo nuovo".

Subito dopo nel testo, infatti, si trova: "Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore. Questa è la discendenza di Noè. Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio." (Genesi 6,8-9)

Il nome Noè in ebraico è formato dalle prime due lettere del verbo , e si può considerare il participio del verbo che ha il significato di "guidare, condurre"; quindi, Noè è figura di "chi conduce".

Tornando a quei due "pentirsi" del Signore, questi allora assumono un aspetto criptico e arcano e sottendono le intensioni del Signore:
  • "innachoem" la necessità che "siano guidati () i viventi ";
  • "nichemetti" e qui c'è la decisione, "a guidare () gli uomini (i morituri) sarò ", sottinteso "Io stesso" IHWH, quindi, è avviso d'incarnazione.
L'umanità, di fatto, in quel momento si trovava sulla terra non più libera, ma schiava di un nemico che l'opprimeva, quindi, era come deportata.
Tale situazione, "mutatis mutandis", come aveva fatto l'uomo accettando la catechesi del serpente, ha una chiara analogia con quella per cui a causa dei propri peccati di adulterio nei confronti di IHWH il popolo d'Israele fu deportato prima a Ninive dagli Assiri quelli del regno del Nord, poi da parte dei Babilonesi a Babilonia, quelli del regno del Sud.

Dal radicale di quel verbo derivano nomi di personaggi importanti quali:
  • Naum, il profeta, in effetti, "Nachum" "che consola", il "consolato";
  • Neemia, "Nechemiah" "consolazione di IaH", nominato governatore di Giudea al momento del ritorno ai tempi di Ciro.
Ora, il libro del profeta Naum inizia in questo modo: "Oracolo su Ninive. Libro della visione di Naum da Elkos".

Questa "Elkos" o "Elcos", in ebraico "'Oelqoshi" è un sito non nominato in altre parti della Bibbia che alcuni identificano con un luogo non lontano dalla antica Ninive, "Elqush" nei pressi di "Mossùl", dove una tradizione giudaica del 16° secolo sostiene esservi la tomba del profeta Naum.

Girolamo e Eusebio, invece, ritengono che l'"Elkos" di Naum sia in Galilea e alcuni studiosi l'identificano in Cafarnao, ossia "Kefar Nachum" , cioè il "villaggio di Nahum", ma si può leggere dove "Noè si portò nelle acque ", il che accende l'immaginazione e crea un pathos particolare per quel posto che in qualche modo viene a ricordare le vicende di Noè e della salvezza.

Il profeta Nahum, che in base agli elementi noti dal suo libro visse ai tempi di Giosia re di Giuda, testimonia l'assedio, la caduta e la distruzione nel 612 a.C. di Ninive capitale assira sul Tigri, per mano dei caldei nel 14º anno del regno di Nabopolassar, re di Babilonia, e di Ciassare il Medo.

A Ninive e in Assiria nel 722-1 a.C. erano stati deportate 9 delle 12 tribù ebree, le popolazioni del regno detto del Nord, "le 9 tribù perdute - o meglio disperse - della Casa di Israele" - Ruben, Dan, Neftali, Gad, Aser, Issachar, Zabulon, Efraim e Manasse, escluse quelle di Giuda, Beniamino e Simeone del regno del Sud e quella di Levi che era diffusa in entrambi i regni.

Gerusalemme nel testo di Naum non è ricordata, mentre Ninive, oltre che nel primo versetto è menzionata in 2.9 e in 3,7 ove è detto: "Ninive è distrutta! Chi la compiangerà? Dove cercherò chi la consoli ("nachamim")?", in cui appare quel verbo consolare .

Erano quelli tempi difficili per il regno del Sud, perché gli Assiri minacciavano anche Gerusalemme e Naum gioisce per la caduta del loro impero e annuncia "Ecco sui monti i passi d'un messaggero che annuncia la pace! Celebra le tue feste, Giuda, sciogli i tuoi voti, poiché il malvagio ("Belia'l") non passerà più su di te: egli è del tutto annientato." (Naum 2,1)

Accadde però che i Babilonesi, come avevano fatto prima gli Assiri, volsero anche loro le mire sul regno di Giuda e Nabucodonosor, il rampollo emergente della dinastia babilonese, nel 598-597 a.C. fece assediare Gerusalemme.
Sottomesso il re Ioiachin di Giuda, fu deportato a Babilonia, quindi, sul trono del regno del Sud i babilonesi posero Sedecia (597-586 a.C.) che inizialmente rispettò l'alleanza con Babilonia, ma nel 590 a.C. aderì a una lega filoegiziana per cui nel 587 Gerusalemme nuovamente fu assediata, cadde e venne saccheggiata, il tempio fu distrutto e gli abitanti furono deportati in Mesopotamia.

Ora, i capitoli del libro detto del profeta Isaia, è diviso in tre parti:
  • Isaia 1-39 - Isaia profeta, detti degli anni di ministero, 740-700 a.C.;
  • Isaia 40-55 - il Deutero-Isaia, detto "libro della Consolazione d'Israele", relativo agli anni 550 - 539 a.C., durante l'Esilio a Babilonia, con la presentazione della figura del "Servo di IHWH";
  • Isaia 56-66 - il Trito-Isaia fino al 520 a.C. dopo il ritorno dall'esilio.
La situazione del tempo del "libro della Consolazione d'Israele" è quella dei giudei che si trovano in esilio a Babilonia mentre il regno babilonese cade in mano ai persiani guidati da Ciro 538 a.C., quindi, in una contingenza simile a quella del libro di Naum in cui gli Assiri cadevano per mano dei Babilonesi.

Il testo del Deutero - Isaia che presenta vari oracoli, sulla fine dell'esilio e il ritorno a Gerusalemme degli esuli, inizia in questo modo: "Consolate, consolate il mio popolo - dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati. Una voce grida: Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato." (Isaia 40,1-5)

Proprio per tale inizio "Consolate, consolate" "nachamu nachamu" il libro è detto "della Consolazione" e ricorda gli scritti di Naum il "consolato" di un secolo precedente in cui al 2,1, abbiamo visto, parla in questi termini: "Ecco sui monti i passi d'un messaggero..." e nel Deutero - Isaia più avanti al 52,7 si trova qualcosa di analogo, infatti vi si dice: "Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: Regna il tuo Dio."

Quel due volte "consolate" ricorda quelle altre due volte in cui si trova lo stesso verbo agli inizi del racconto del "diluvio" in Genesi 6,5-8 di cui ho detto all'inizio di questo paragrafo.

Il fatto che quel "midrash" profezia del diluvio preveda che un uomo con la sua famiglia riesca a sopravvivere salvando anche tutto il regno animale esistente eccetto i pesci, grazie a un natante di legno quando tutto attorno la terra sparisce e resta solo acqua, quindi, quando c'è una totale instabilità, è un evento che va meditato nel suo significato.

La situazione è che tutto intorno è diventato un elemento in cui l'uomo non trova sostegno e rappresenta per allegoria la condizione estrema, quando viene a mancare il sostegno fisico alla vita, ossia quando si presenta la problematica della morte.
Grazie al diluvio di grazia inviato dal Signore, facendo la Sua volontà, costruendo l'arca da Lui suggerita, l'uomo può vincere la morte; insomma ha ove aggrapparsi.

Abbiamo visto che quel "midrash" preannuncia un uomo nuovo che guiderà l'uomo alla salvezza e grazie a lui tutte le creature.

Scrive, infatti, San Paolo in Romani 8,19-21: "La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità - non per suo volere, ma per volere di colui che l'ha sottomessa - e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio."

Quel racconto, allusivo di qualcosa di non terreno, dovendo utilizzare elementi comprensibili associa la morte all'acqua e non salva i pesci che stanno dentro al mare che sono pure creature da salvare, perché immaginate schiave dei mostri marini e prefigurano gli impediti a camminare, quindi, in una salvezza finale totale anche quegli uomini che non poterono salire sull'arca, perché schiavi del demonio vanno salvati e portati nell'Arca del Salvatore.

Noè avrà costruito l'arca vicino al mare o a un lago, oppure a un grande fiume, e secondo il comando del Signore avrà usato la pece di bitume per calafatare il tavolato; infatti, si trova: "Fatti un'arca di legno di cipresso; dividerai l'arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori." (Genesi 6,14)
Per cui viene da pensare che nel luogo ove la costruì era usuale calafatare imbarcazioni, quindi vicino a un porto o a un villaggio di pescatori.

La parola "arca" è usata due volte, "tebat" e "tebah" e le lettere alla luce dei Vangeli suggeriscono "nella Croce abitare col Crocifisso " e "nella Croce dentro entrare " e ricorda il cestello in cui fu messo Mosè quando fu poi salvato dalle acque del Nilo; infatti, la madre, "...non potendo tenerlo nascosto più oltre, prese per lui un cestello - 'tebat' - di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi adagiò il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo."

Il legno comandato è di cipresso, in ebraico "gofoer" ossia dovrai "camminare del Verbo nel corpo ", quindi, è da formare tutt'uno col Verbo.

Se si accoglie quel racconto del diluvio nel senso che propongono i Vangeli e i Padri della Chiesa, il tutto risulta allusivo dei tempi della venuta del Cristo.

Per due volte in quel versetto sono pure usate le lettere per dire "spalmare", ma lo stesso radicale si usa per "risarcire, indennizzare, espiare, perdonare", atti tutti compiuti dall'Unigenito di Dio venuto nella carne.

Poi le stesse lettere servono per dire "bitume o pece", in ebraico "kofoer", ma anche con diversa vocalizzazione stanno per "villaggio" "kafar", come abbiamo visto si trovano in Cafarnao e, infine, in "kaporoet" il nome della lastra d'oro che copre l'Arca dell'Alleanza su cui sono i cherubini come in Esodo 25,17.22, quindi allusivo del "villaggio del Crocefisso ".

Tutte queste sono tracce che portano il cristiano a guardare verso Cafarnao, città in riva al mare di Galilea; ma su ciò poi tornerò.
Prima di proseguire mi soffermo su un altro importante elemento, su quel "messaggero" che annuncia la pace in Naum 2,1 e che in Isaia 52,7 annuncia anche la buona notizia della salvezza.

Il "messaggero" è "chi annuncia", in ebraico in questo caso usa "mebasser" dal radicale di "annunciare, riferire buone notizie, proclamare", ma le stesse lettere, vocalizzate in "basar", servono a definire la "carne e - o corpo" di un uomo.

Ora, nel versetto Isaia 52,7 la salvezza, "iesshua'" , che annuncia quel messaggero equivale con le lettere al nome = di Gesù, quindi, i ricercatori cristiani della parola dei primi tempi che scrutavano l'Antico Testamento per trovare le profezie sul Messia l'hanno letto con gioia e quell'annunciatore fu per loro profezia di Giovanni il Battista, che poi confermò Gesù stesso.

I piedi del messaggero, che sui monti Isaia definisce belli "n'a" , i "regli mebasser" con le lettere si prestano a una lettura che dice "inviato - angelo dell'Unico " e poi "alla testa - mente a rivelare () è che vive nella carne ... e chi vive nella carne?

La salvezza, vale a dire Gesù; questa è la vera buona notizia: Dio si è fatto carne in Gesù di Nazaret!

Ed ecco che Gesù stesso paragonò Giovanni Battista a un suo messaggero, quando in Matteo 11,7-14 ebbe a parlare di Giovanni alle folle: "Che cosa siete andati a vedere nel deserto? ...Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via. (Esodo 23,20) In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui... è lui quell'Elia che deve venire."

Nel Vangelo di Matteo dopo che ebbe ricevuto da Giovanni il battesimo al Giordano, Gesù, uscito vincitore dalle tentazioni nel deserto, inizia il suo ministero.

CAFARNAO, LA CITTÀ DI GESÙ
Dopo quegli eventi, ecco che nel Vangelo di Matteo appare subito il nome di Cafarnao, ricordata come la città di Gesù, da dove iniziò la Sua predicazione, infatti, in 4,12-17 è data la notizia: "Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nazaret e andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zabulon e di Neftali... Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino."

Qui, a Cafarnao, città di mare, di barche, pescatori e reti, c'era la casa di Pietro e il porticciolo ove attraccava la sua barca per le traversate e dove tornava poi con la pesca ed è qui che il Signore chiama i suoi primi apostoli, dei pescatori, in questo modo: "Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini. Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono." (Matteo 4,18-22)

Poi vi chiama Matteo il pubblicano della città.
Qui, secondo i sinottici, hanno inizio i suoi miracoli.

La riva del mare dalla quale Gesù s'imbarca e s'inoltra con la barca di Pietro per andare al largo di quel mare e lo calpesterà camminandoci sopra, diviene la frontiera del campo nemico, il luogo da cui pescare, quindi, da dove sottrarre alla sfera del maligno gli uomini e il pescare diviene segno della salvezza che viene con Lui.

La città di Cafarnao nei Vangeli è nominata 16 volte, precisamente:
  • 4 volte in Matteo, 4,13; 8,5; 11,23 e 17,24;
  • 3 volte in Marco,1,21; 2,1 e 9,33;
  • 4 volte in Luca 4,23.31; 7,1 e 10,15;
  • 5 volte in Giovanni 2,12; 4,46; 6,17.24.59.
Eventi avvenuti a Cafarnao:
  • Gesù insegnò nella sinagoga e vi guarì un uomo posseduto da uno spirito impuro (Luca 4,31-36 e Marco 1,21-28);
  • guarì la suocera di Pietro e molti malati e indemoniati (Luca 4,38-41);
  • fu a Cafarnao che un centurione romano chiese a Gesù di guarire il suo servo;
  • ci fu la famosa guarigione del paralitico per cui fu scoperchiato il tetto e fatto calare con funi per raggiungere Gesù;
  • mandò Pietro a pescare un pesce in cui trovò una moneta d'argento come tassa per il Tempio;
  • in casa, ai discepoli che cercavano di primeggiare uno sull'altro, Gesù li invitò a superarsi, sì, ma nel servizio.
A questo punto si apre un mondo di parole e di eventi che si agita nei Vangeli attorno alla barca ai pescatori al pesce alla riva e al mare.

La barca, in ebraico "'aniah" , con le lettere è allusiva a un posto ove "si incontra () Iah ", ossia IHWH, e dove Lui, cioè "Io sono , esce ".

Un modo in ebraico per dire barca, ma che non si trova nell'Antico Testamento è , "sirah", mentre nel testo biblico dell'Antico Testamento si trova 27 volte "sir" per "marmitta, pentolone" ed essendo il radicale di istruire vi deriva "Torah" ossia istruzione e allora "sirah" , la barca, allude a "intorno istruire ".

La barca per Gesù diviene perciò una cattedra per istruire, vi fa miracoli e addirittura vi riposa; in essa si siede sulla sponda del mare e parla alle folle sulla spiaggia.
C'è, poi, una forte tensione da parte dei Vangeli sul tema della pesca, essenziale per comprendere la predicazione di Gesù.
Là, a Cafarnao, la casa di quei primi apostoli fu la prima "Domus Ecclesia" cristiana; essi avevano formato una società di parenti pescatori che vivevano assieme in un'area prossima alla spiaggia, una zona recintata con vari fabbricati bassi attigui con magazzini per derrate e un forno.
Là avvennero episodi importanti iniziati con la prima pesca miracolosa.

Riassumo con un prospetto quanto nei Vangeli sono frequenti e pesano questi pensieri: pescatore - pescatori, pesce - pesci, pesca, pescare, riva, mare, rete - reti, barca - barche.


A circa 6 km a sud di Cafarnao, c'è Tabga, la località della pesca miracolosa avvenuta secondo il Vangelo di Giovanni (21) in occasione del terzo incontro di Gesù con i suoi discepoli dopo la Sua Resurrezione, ove ora c'è la Chiesa del primato di Pietro sul luogo in cui Gesù lo riconfermò capo della Chiesa.
Poco sopra sul territorio in salita dalla sponda del lago c'è il campo della moltiplicazione dei pani, ricordato a Tabga dalla Chiesa della Moltiplicazione.
Tabga e Cafarnao sono così alla base di un triangolo che si diparte dal luogo, a monte, ove Gesù si ritirava a pregare, ove passava ore notturne a colloquio col Padre, ancora più in alto sulla sponda del lago retrostante quella casa e da cui gli venivano le forze da irradiare nel mondo.

Quello era l'epicentro della prima evangelizzazione e poco sotto c'è il monte delle Beatitudini (Matteo 5-7).



Lassù dal 2000 d.C. c'è il Centro Internazionale "Domus Galilaeae" di formazione, di studio e di ritiro spirituale, vicino alla sommità di quel monte chiamato delle Beatitudini, che si eleva abbastanza rapidamente fino a 300 metri sopra Cafarnao e Tabga.
Un centro del genere in quel posto, già auspicato da Paolo VI, l'ha benedetto Papa San Giovanni Paolo II e ne ha appoggiata l'edificazione, vedendo in esso un servizio per tutti i popoli e per la Chiesa e la prima pietra contiene un frammento della tomba di San Pietro, benedetto pure dal Santo Padre.

Quel monte sopra il villaggio di Cafarnao, la citta di Gesù, il villaggio del Crocefisso , con i segni ebraici il "keporoet" , il nome ebraico dato nella "Torah" al coperchio d'oro dell'Arca dell'Alleanza e perciò lo si può assimilare a quel posto ove parlava Gesù col Padre, dove sedeva la SS. Trinità tra i cherubini, il Paradiso del Cielo sceso in terra.

Lì si entra nel Regno dei Cieli, quel campo contiene un tesoro e come dice il Vangelo: "Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo." (Matteo 13,44)

Sotto quel coperchio c'erano le Tavole della Legge e lì sotto Gesù annunciò le Beatitudini, il nuovo patto, la "Ketubah" per la sposa... si avvicinava la fine dei tempi, quelli del matrimonio con l'umanità redenta.

LI FECE SEDERE SULL'ERBA
Tutti e quattro i Vangeli sono concordi sul fatto che Gesù moltiplicò pani e pesci e sia quello di Matteo, sia quello di Marco presentano due diversi episodi.
Vediamo nei Vangeli quanto dicono in occasione di tali eventi.
Tanto e sotto vari profili si può dire e dedurre su tali episodi, ma qui sottolineo solo gli aspetti inerenti la tematica in argomento, quello della grande pesca.

Prima di iniziare ricordo che in ebraico la parola "pane" si dice "loechoem", mentre "guerra, combattimento" si dice "lachem", quindi, salvo la vocalizzazione diversa, quei due termini hanno le stesse lettere formative , perciò è facile con un termine alludere all'altro e viceversa.

Il pane che Lui il Messia da, è pane di vita eterna cioè forza, vigore per la vita , perché combatte e vince chi attenta alla vera vita dell'uomo e riesce a vincere la natura ribelle che in lui si annida, il peccato originale, "aiutandolo a camminare " con Dio, divenendo così un pescato da Lui, facendolo uscire dalla schiavitù e rendendolo un suo pesce "dag" , anche lui figlio di Dio come allude in greco il termine per pesce , acronimo di " " - "Iesùs Christòs Theù HYiòs Sotèr" - "Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore".


Riporto i testi dei racconti relativi nei Vangeli con alcune evidenziazioni in grassetto e in rosso.

Matteo - 1° episodio 14,14-21 - "Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare. Ma Gesù disse loro: Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare. Gli risposero: Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci! Ed egli disse: Portatemeli qui. E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini."

Subito dopo Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, finché non avesse congedato la folla, poi salì sul monte a pregare, quindi ci fu l'episodio del miracolo di Gesù che apparve ai discepoli come un fantasma camminando sulle acque mosse da gran vento.

Matteo - 2° episodio 15,29-38 - "Gesù... giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, lì si fermò. Attorno a lui si radunò molta folla, recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì... Allora Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino. E i discepoli gli dissero: Come possiamo trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande? Gesù domandò loro: Quanti pani avete? Dissero: Sette, e pochi pesciolini. Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò e li dava ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà. Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene. Quelli che avevano mangiato erano quattromila uomini, senza contare le donne e i bambini."

Marco - 1° episodio 6,32-44 - "Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare. Ma egli rispose loro: Voi stessi date loro da mangiare. Gli dissero: Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare? Ma egli disse loro: Quanti pani avete? Andate a vedere. Si informarono e dissero: Cinque, e due pesci. E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull'erba verde. E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono a sazietà, e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini."

Poi prosegue come in Matteo 1° episodio col miracolo di Gesù che cammina sul mare.

Marco - 2° episodio 8,1-9 - "In quei giorni, poiché vi era di nuovo molta folla e non avevano da mangiare, chiamò a sé i discepoli e disse loro: Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti da lontano. Gli risposero i suoi discepoli: Come riuscire a sfamarli di pane qui, in un deserto? Domandò loro: Quanti pani avete? Dissero: Sette. Ordinò alla folla di sedersi per terra. Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. Avevano anche pochi pesciolini; recitò la benedizione su di essi e fece distribuire anche quelli. Mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi avanzati: sette sporte. Erano circa quattromila. E li congedò."

Luca 9,10-17 - "Al loro ritorno, gli apostoli raccontarono a Gesù tutto quello che avevano fatto. Allora li prese con sé e si ritirò in disparte, verso una città chiamata Betsaida. Ma le folle vennero a saperlo e lo seguirono. Egli le accolse e prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta. Gesù disse loro: Voi stessi date loro da mangiare. Ma essi risposero: Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente. C'erano, infatti, circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa. Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste."

Giovanni 6,1-13 - "Dopo questi fatti, Gesù passò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberiade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzati gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare? Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo. Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente? Rispose Gesù: Fateli sedere. C'era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto. Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato."

Riassumendo in prospetto si ha:


C'è perfetta convergenza nei 4 Vangeli che raccontano tutti lo stesso episodio con gli stessi numeri - pani 5, pesci 2, per 5000 uomini col resto di 12 ceste pari al numero delle 12 tribù d'Israele.
Matteo e Marco ne riportano anche un altro con 7 pani, vari pesci, per 4000 uomini col resto di 7 ceste ove sono esaltati in variante i numeri 7 e 4.

Ora, secondo la "Torah", tutta l'umanità è suddivisa in:
  • i figli di Israele, i discendenti del patriarca Giacobbe cui è chiesta l'osservanza dei 613 precetti di cui è composta la legge mosaica;
  • i figli di Noè, eredi delle settanta nazioni originarie del mondo che debbono rispettare un sistema morale o religione naturale denominato noachismo, antico come l'umanità.
In "Dieci parole, distintivo di chi ha Dio per alleato" scrivevo sulle leggi noachiche: Il Talmud (Sanhedrin 56a/b) sostiene che, prima della rivelazione sul Sinai, ad Adamo ed a Noè furono date 7 leggi (Gen. 9 per Yebamot 62a) noachiche da rispettare da parte ogni uomo per non fallire il progetto esistenziale:
  • la prima è l'obbedienza alle autorità` e l'osservare la giustizia sociale che si sintetizza in "costituire tribunali";
  • le altre 6 sono non commettere idolatria, non bestemmiare, non avere rapporti sessuali illeciti, non commettere omicidio, non commettere furti, non smembrare un animale vivo.
Del resto varie norme simili si trovano nell'antico codice del re babilonese Hammurabi che regnò dal 1792 a.C. al 1750 a.C..

La lettera apostolica inviata alle prime comunità` cristiane nate trai i pagani sulle astensioni minimali da parte di quelli che volevano aderire alla Chiesa nascente pare ricordare tali osservanze minimali quando chiede: "Astenetevi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dall'impudicizia" (Atti 15,20), il che fa capire come quanto nel Talmud su quelle leggi universali era un pensiero comune ai tempi di Gesù.

Quei numeri del secondo episodio della moltiplicazione dei pani in Matteo e Marco, allora, in definitiva col 4 alludono a tutti i popoli compresi nei 4 angoli della terra e col 7 ai precetti dell'alleanza di Noè e alle 70 nazioni.

Gesù stesso in quei Vangeli fa comprendere che c'è un motivo dietro al fatto che fece quei due diversi miracoli, non lo spiega però perché la motivazione in quei tempi era evidentemente ben intendibile, infatti, conclude con "Non comprendete ancora?" come dice in Marco 8,13-21; Matteo 16,5-12: "Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l'altra riva. Avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un solo pane (Gesù Cristo). Allora egli li ammoniva dicendo: Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode! Ma quelli discutevano fra loro perché non avevano pane. Si accorse di questo e disse loro: Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via? Gli dissero: Dodici. E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via? Gli dissero: Sette. E disse loro: Non comprendete ancora?"

Siamo là, dove dice la tradizione, in alto sopra Cafarnao, dalla parte di Tiberiade; solo Luca parla di Betsaida casa dei pescatori come dice quel nome.
I Vangeli sono concordi, la zona dove avvengono i miracoli è lontana da centri abitati, e la chiama "deserto", per ricordare l'Esodo e l'episodio della manna.

Quei Vangeli presentano Gesù che si commuove a vedere la folla, alza gli occhi pieni di misericordia, la vede che è senza guida, senza nocchiero, senza pastore, senza un Noè che li salva, e questo commuoversi richiama tutto quanto ho accennato a partire dal tema del verbo ebraico e al profeta Naum e alla profezia della incarnazione che implica.

In definitiva là, al villaggio di Naum, il villaggio della compassione, Gesù si commuove!
Ricordo che Naum dice di se stesso in Naum 1,1 che era di "Elkos o Elcos", in ebraico "'Oelqoshi" .

C'è un particolare interessante e sappiamo che ogni parola non è messa a caso nei Vangeli, ma lo è per qualche significato che allora si capiva bene e che forse oggi non riusciamo a cogliere a pieno.

Tutti i Vangeli dicono che in occasione della moltiplicazione dei pani fece sedere la folla e salvo Luca gli altri precisano che li fece sedere sull'erba perché, specifica il Vangelo di Giovanni "C'era molta erba in quel luogo"!
A questo punto è opportuno ricordare un brano del profeta Amos 7,1-3 che parla di perdono in questo modo e cita l'erba e il radicale : "Ecco ciò che mi fece vedere il Signore Dio: quando cominciava a germogliare la seconda erba , quella che spunta , dopo la falciatura per il re, egli formava uno sciame di cavallette. Quando quelle stavano per finire di divorare l'erba della regione, io dissi: Signore Dio, perdona! Come potrà resistere Giacobbe? È tanto piccolo. Il Signore allora si ravvide (, quindi, si commosse): Questo non avverrà, disse il Signore." e ivi in quel "Signore Dio, perdona" per perdonare scrive e le lettere propongono un "riempili di vigore ", quindi, dice: Signore, dagli il vigore per vivere.

Ed ecco, nel rispetto di questa profezia il Signore Gesù, si commuove a CafarNaum che richiama il perdono "cafar" e là dà il pane per fornire loro "il vigore della vita ".

Vi si parla poi di erba e in quei tre versetti di Amos si trovano due tipi d'erba:
  • l'erba della regione "e'shoeb" , che stava per finire mangiata dalle cavallette, che allude a "li vede stare in esilio ()";
  • l'erba che stava per spuntare, un'erba nuova e, lo ripete due volte nel testo, che chiama "loeqoesh" .
A questo punto, ecco il collegamento è avvenuto.
Si è veramente al paese di Naum, "Elkos o Elcos", "'Oelqoshi" dove la "prima erba c'è ", infatti, là Gesù, che è "Dio , versa i doni ".

Grande importanza assumono le parole di:
  • Deuteronomio 11,13-15 - "Ora, se obbedirete diligentemente ai comandi che oggi vi dò, amando il Signore vostro Dio e servendolo con tutto il cuore e con tutta l'anima, io darò al vostro paese la pioggia al suo tempo: la pioggia d'autunno e la pioggia di primavera, perché tu possa raccogliere il tuo frumento, il tuo vino e il tuo olio; farò anche crescere nella tua campagna l'erba per il tuo bestiame; tu mangerai e sarai saziato."
  • Osea 6,3 - "Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l'aurora. Verrà a noi come la pioggia di autunno, come la pioggia di primavera, che feconda la terra."
  • Zaccaria 10,1 - "Chiedete al Signore la pioggia tardiva di primavera; è il Signore che forma i nembi, egli riversa pioggia abbondante, dona all'uomo il pane, a ognuno l'erba dei campi."
In questi brani si trova sempre "Maleqosh" per "primavera".
In quel posto Gesù aveva portato a chiarito le norme della Torah col discorso della montagna, delle beatitudini, come dono per la nascita dell'uomo nuovo e là allarga le reti per la pesca di quelli da trasformare.

Da Matteo 13,1-2 viene raccontato che sempre a Cafarnao "...Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia" e tra l'altro disse loro: "...il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti." (Matteo 13,47-50)

E subito dopo proseguì e concluse: "Avete compreso tutte queste cose? Gli risposero: Sì. Ed egli disse loro: Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche." (Matteo 13,51s)

E chiama in gioco gli scribi divenuti cristiani a rivelare i segreti della Sue parole. Tutto ciò ha come conclusione in Giovanni 21,1-6 la pesca miracolosa dopo la Sua risurrezione che annuncia l'evangelizzazione del mondo: "Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: Io vado a pescare. Gli dissero: Veniamo anche noi con te. Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: Figlioli, non avete nulla da mangiare? Gli risposero: No. Allora egli disse loro: Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete. La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci."

Erano in 8 con Gesù, il Noè che era stato profetizzato dal midrash del diluvio, con gli altri 7, tutti i popoli, salvati dall'arca, la barca di Pietro, la Chiesa di Cristo.

a.contipuorger@gmail.com

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