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EREDITÀ E AMORE
di Alessandro Conti Puorger

EREDI DEGLI ANTENATI
L'eredità è l'insieme del patrimonio personale che alla morte per successione passa nella titolarità giuridica di altri soggetti.
Oltre i beni materiali, ossia l'asse ereditario per i legittimi eredi, ognuno alla morte lascia il corpo da restituire alla terra e il proprio ricordo con varia intensità e angolature diverse a coloro che l'hanno conosciuto, odiato o amato.
Questo ricordo se non alimentato diviene sempre più evanescente.
L'uomo però è di più di tutto quello che lascia!
Non sono trasmessi, infatti, a pieno il suo io, il suo senso della vita, il suo intelletto, i propri desideri, le sue esperienze, il bagaglio della sua conoscenza, i suoi progetti, le sue aspirazioni, la profondità dei sentimenti, insomma, il suo spirito e il suo "animus"; tutto ciò, infatti, in grande misura pare perdersi.
Eppure, per ciascuno, ad essere la persona che è o è stata hanno contribuito in grande misura i lasciti, non solo dei beni, ma sotto tutti gli aspetti, da parte di genitori e progenitori, maestri e di padri della fede, insomma di chi ha incontrato nella vita che in qualche modo ha influito nella formazione del suo carattere e sulle scelte principali.

Si trova però nella Bibbia in Qoelet 1,11: "Non resta più ricordo degli antichi, ma neppure di coloro che saranno si conserverà memoria presso coloro che verranno in seguito" e al riguardo, Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.) scrisse "Vita enim mortuorum in memoria vivorum est posita", vale a dire "la vita dei morti è nel ricordo dei vivi", nel senso che la memoria dei morti tende rapidamente a sparire se non viene supportata dal ricordo dei viventi.

La sensazione però che resta in chi rimane è che, in definitiva, con la morte dei propri cari e degli uomini in generale, soprattutto se illustri, di fatto, si perpetra uno "spreco", generale e incomprensibile, assurdo se valutato in termini di stretta economia umana.
Ecco che è nato il pensiero religioso dell'Oltretomba, luogo sacro ove lo spirito dei propri antenati morti, vale a dire quanto pare perdersi, viene però accolto e conservato.
Un luogo del genere è l'Ade, l'Orco o Averno, il cui signore era il dio Pluto dei romani e Pluton dei greci, l'Osiride per gli Egizi, ma che ogni cultura ha con varianti e chiama in modo diverso.
Per gli antichi greci e romani gli spiriti dei morti si portavano nella Piana degli Asfodeli, luogo nebbioso, ma i migliori raggiungevano i Campi Elisi e chi aveva offeso gli dei andava nel freddo e buio Tartaro.
A chi interessava, in tale Oltretomba poteva attingere ai ricordi di quanto riteneva restato utile e necessario di loro, almeno per un certo tempo.
Ivi, peraltro, si dissolveva quanto non essenziale o non ricercato.
Ecco per ripescare quanto possibile da tale ambito i medium, gli oracoli, le divinazioni, i negromanti, gli indovini e le aberrazioni della magia bianca o nera, che tanto hanno spazio nel mondo dei miti classici, ma tutte condannate dalla Bibbia.

Nei miei articoli sulla Bibbia uso anche un particolare metodo di spiegazione di parole ebraiche con l'uso dei significati grafici delle 22 lettere di quel alfabeto in quanto un tale modo di operare, ho constatato, apre la comprensione di aspetti non immediati.
Quelle lettere, infatti, sono anche icone in grado di trasmettere messaggi.
Al riguardo, si vedano:
Con tale peculiarità delle lettere ebraiche si possono ottenere seconde facce d'interi versetti e capitoli, sempre relative al Messia, che è il soggetto nascosto di tutta la Sacra Scrittura giudaica.

Nel mondo ebraico dell'Antico Testamento un tale luogo, che la Bibbia dei LXX traduce "Ade", è chiamato lo "She'ol" o e .

Tali termini sono ivi citati oltre 60 volte, di cui 7 nello zoccolo duro delle Sacre Scritture, ossia nella Torah, in Genesi 37,35; 42,38; 44,29.31; Numeri 16,30.33 e Deuteronomio 32,22.

Il libro dei Numeri in 16,30-33 informa che per il comportamento empio di tre leviti - Core, Datan e Abiram - avvenne che Mosè disse: "Ma se il Signore opera un prodigio, e se la terra spalanca la bocca e li ingoia con quanto appartiene loro, di modo che essi scendano vivi agli inferi, allora saprete che questi uomini hanno disprezzato il Signore. Come egli ebbe finito di pronunciare tutte queste parole, il suolo si squarciò sotto i loro piedi, la terra spalancò la bocca e li inghiottì: essi e le loro famiglie, con tutta la gente che apparteneva a Core e tutti i loro beni. Scesero vivi agli inferi essi e quanto loro apparteneva; la terra li ricoprì ed essi scomparvero dall'assemblea."

Da Deuteronomio 32,18-22 si apprende che nel pensiero biblico lo "Sheol" è un posto ove opera il fuoco divino, infatti: "La Roccia, che ti ha generato, tu hai trascurato... Sono una generazione perfida, sono figli infedeli. Mi resero geloso con ciò che non è Dio... Un fuoco si è acceso nella mia collera e brucerà fino alla profondità degl'inferi; divorerà la terra e il suo prodotto e incendierà le radici dei monti."

Dal complesso delle due precedenti citazioni pare indubbio potersi ritenere che questo luogo finale per gli empi sia immaginato sotto terra ove è presente comunque il fuoco del Signore, come dicono le lettere di , ove, infatti, c'è "il fuoco per i maledetti " e un fuoco si presenta fisicamente sulla terra come la lava dei vulcani.
Non a caso, Efesto o Vulcano, il dio del fuoco, si diceva vivesse nell'Etna.

Per l'Oltretomba ebraico è usato anche il termine "'Abadon" che si trova in Giobbe 26,6; 28,22 e 31,12, nel Salmo 88,11, poi in Proverbi 15,11 e 27,20.
Tale termine deriva dal radicale di "perdersi", nel senso che ivi ognuno è abbandonato, ossia "uno da solo " o anche "l'Unico dentro gli esseri impuri () invia ".

È, quindi, un luogo di perdizione, un poco, come accennavo, ove avviene la perdizione e si consumano gli spiriti e i ricordi dei morti.
Dalla C.E.I. tale termine è tradotto come "abisso" e in Giobbe 26,6 è citato assieme al regno dei morti: "Davanti a lui nudo è il regno dei morti e senza velo è l'abisso" e paiono essere due luoghi distinti.

Solo Dio sa dove questi luoghi si trovino.
Sono pensati comunque come luogo sotto la volta dei cieli come si deduce da Giobbe in 28,22-24: "L'abisso e la morte dicono: Con i nostri orecchi ne udimmo la fama. Dio solo ne discerne la via, lui solo sa dove si trovi, perché lui solo volge lo sguardo fino alle estremità della terra, vede tutto ciò che è sotto la volta del cielo."

In Giobbe 31,12, poi, quel termine è tradotto come "distruzione".
La stringente logica umana si domanda: possibile che non vi sia nessuna diversità tra chi in vita si comporta in modo "giusto" e chi in modo "empio", tra chi cerca la saggezza e chi è e resta stolto?

Ancora il libro del Qoelet in 2,15s su tale questione commenta: "Allora ho pensato: Anche a me toccherà la sorte dello stolto! Allora perché ho cercato d'esser saggio? Dov'è il vantaggio? E ho concluso: 'Anche questo è vanità'. Infatti, né del saggio né dello stolto resterà un ricordo duraturo e nei giorni futuri tutto sarà dimenticato. Allo stesso modo muoiono il saggio e lo stolto."

In pratica una domanda del genere si fa anche il Salmo 49 in 11-15 quando recita, "Vedrai infatti morire i sapienti; periranno insieme lo stolto e l'insensato e lasceranno ad altri le loro ricchezze. Il sepolcro sarà loro eterna dimora, loro tenda di generazione in generazione: eppure a terre hanno dato il proprio nome. Ma nella prosperità l'uomo non dura: è simile alle bestie che muoiono... Come pecore sono destinati agli inferi, sarà loro pastore la morte; scenderanno a precipizio nel sepolcro, svanirà di loro ogni traccia, gli inferi saranno la loro dimora", ma al versetto 16 conclude: "Certo, Dio riscatterà la mia vita, mi strapperà dalla mano degli inferi."

Ecco allora che quei luoghi, sono perlomeno due.
I migliori sono innalzati fino al confine del cielo con la divinità, ma non vanno ancora oltre; sono, comunque, in un luogo privilegiato.
Da lassù possono vedere tutto, ma non possono fare nulla.

Ecco che nel tardo giudaismo, in libri apocrifi dell'Antico Testamento come l'Apocalisse di Sofonia e il IV libro dei Maccabei, viene coniato il termine "seno di Abramo".
È questo una regione mitica non celeste, ma più alta dello Sheol o Inferi - dice Tertulliano (155-230 scrittore romano e apologeta cristiano) - nel quale luogo riposerebbero le anime dei giusti certi di un premio quando avverrà la risurrezione dei morti.

Il libro apocrifo di Enoch parla della sorte dei giusti e degli empi nel giudizio finale, infatti, questi sente in cielo una voce che dice: "Allora i morti risorgeranno, quando l'Eletto legherà i buoni ai buoni e costruirà così un tempio di giustizia. Allora Enoch riprese: Potranno risorgere proprio tutti i morti? E i corpi di coloro che sono ridotti in polvere nelle sabbie del deserto o dissolti nel profondo dei mari saranno recuperati? La voce riprese: Tutti, proprio tutti risorgeranno perché nessuno scompare per sempre davanti al Signore; nessuno può essere distrutto, la vita è eterna. Fu allora che Enoch udì la voce del Signore: Il Mio Eletto scenderà sulla terra e nessuno dei superbi, dei potenti lo riconoscerà. Aprite bene gli occhi, voi che temete il potere, quando lo vedrete, se sarete capaci di riconoscerlo, fate un segnale al cielo, date fiato alle trombe. Mai il silenzio, sulla terra, sarà più profondo! Eppure sul vostro mondo, nel vostro paese, tra voi sarà venuto il Re vero, Colui che regna su tutto ciò che era nascosto. Fino dall'inizio, il Mio Eletto, il Figlio dell'Uomo è stato nascosto."

Gesù stesso nella parabola detta del "ricco epulone" (Luca 16,19-31) usa lo stesso termine "seno di Abramo" ove pone il povero Lazzaro.


Capitello del XII secolo "Il seno di Abramo"

È il caso di ricordare tale parabola per chiarire quanto vado dicendo: "C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi." (Luca 16,19-26)

In tale "midrash" si trova, infatti, il luogo speciale ove sta Abramo, gli inferi con i tormenti e il grande abisso che li separa.
Per la Mishnà e per il Talmud a Gerusalemme, tra Il Tempio e il Monte degli Ulivi, nella Valle di Giosafat vi sarà il giudizio finale nella Geenna "ge-hinnom" che significa, appunto, "valle dell'Hinnom" ove si bruciavano i rifiuti, sarà il luogo della distruzione dei malvagi nel giorno della risurrezione dei morti.
Tale luogo era stato reso "maledetto", dal re Giosia in quanto vi si praticava il culto a Molok cui erano dati in olocausto i bimbi dopo averli sgozzati in suo nome per ingraziarsi quel demone, infatti: "Giosia rese impuro il Tofet, che si trovava nella valle di Ben-Innòm, perché nessuno vi facesse passare il proprio figlio o la propria figlia per il fuoco in onore di Molok." (2Re 23,10)
Gesù ricorda spesso questa Geenna che si trova citata per 12 volte nel Nuovo Testamento, spesso avvicinata alla parola "fuoco" che viene precisato essere inestinguibile.

I CIELI - IL PARADISO
Siamo abituati a menzionare il Paradiso, in greco "", come il "luogo" finale di rifugio sperato dall'uomo.
Il termine "Paradiso" però non si trova nei libri dell'Antico Testamento, ma soltanto in quelli del Nuovo Testamento, ivi ripetuto tre volte:
  • da Gesù in Luca 23,43;
  • da San Paolo in 2 Corinzi 12,4;
  • in Apocalisse 2,7.
Non è, quindi, da confondere il "Gan Eden", il giardino di delizie di Genesi 2 e 3, detto comunemente "Paradiso terrestre" dove fu posta la coppia "'Adam" dei progenitori, col Paradiso o Regno dei Cieli del Nuovo Testamento poi definito, nell'Apocalisse di San Giovanni come la "Nuova Gerusalemme", ove l'uomo aspira a vivere l'eternità con Dio, appunto, in pace; infatti, le lettere di Gerusalemme, in ebraico , propongono: "vi staranno i corpi portati nella pace ", ma anche "saranno con i corpi portati i risorti dal Potente a vivere ".

Del resto nella parabola in Matteo 25,34 si legge: "Allora il re dirà a quelli della sua destra: Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v'è stato preparato fin dalla fondazione del mondo"

E allora, dove porre immaginosamente Dio se non in alto?
Certamente al disopra di tutti i cieli terreni.
Al proposito il libro del profeta Isaia in 33,5 quando parla di "salvezza", dice: "Eccelso è il Signore perché abita in alto; egli riempie Sion di diritto e di giustizia..." il cui testo in ebraico è:



Queste lettere quando con lo scrivere suggeriscono proprio che la Sua presenza, ossia la Sua in-abitazione, la Shekinah () di Dio, da ( = ), è , quindi, "vive in alto ".
Le lettere successive con poi dicono "ai viventi la potenza origina con la discesa della colomba () (lo Spirito Santo).
Si ha, infine , quindi, "li salverà () con il soffio dal cuore aperto con un'asta il Giusto .

Più avanti sempre in Isaia 33 si trova:
  • Isaia 33,15 - "Chi cammina nella giustizia..."
  • Isaia 33,16 - "...abiterà in alto, fortezze sulle rocce saranno il suo rifugio, gli sarà dato il pane, avrà l'acqua assicurata."
  • Isaia 33,20 - "Guarda Sion, la città delle nostre feste! I tuoi occhi vedranno Gerusalemme..."
  • Isaia 33,22 - "il Signore è nostro re: egli ci salverà."
Quel "Chi cammina nella giustizia" è profezia del Messia che aprirà la via per la Gerusalemme celeste.
In linea con tale discorso Gesù, prima della sua passione e morte in croce, nel Vangelo di Giovanni 14,2-4 avverte i discepoli: "quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io."

Si riesce pensare a Dio solo in termini umani, quindi, l'uomo immagina un luogo fisico ove Lui, Dio, Padre e Madre, è presente e nel cristianesimo, aspira e spera d'essere ammesso a far parte dell'assemblea celeste per i meriti di Gesù Cristo, morto e risorto per la giustificazione di ognuno.
Il versetto Isaia 33,16 poi suggerisce dove andrà il Messia dopo aver camminato in questa vita con giustizia. Sarà elevato in alto, infatti: "...(Lui) abiterà in alto, fortezze sulle rocce saranno il suo rifugio, gli sarà dato il pane, avrà l'acqua assicurata."

Vivere in alto equivale a essere innalzato essendo il radicale sia di essere alto che di innalzare, il che fa venire alla mente la profezia del 4░ canto del Servo di IHWH, riconosciuto dai cristiani come riferito al Messia, canto che inizia con: "Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato." (Isaia 52,13)

Provo, allora, a far parlare in altro modo le lettere usate nel testo ebraico di Isaia 33,16:
  • "(Lui) abiterà in alto, " "Lui vivrà in alto (tutti) i giorni con la Shekinah () (la presenza di Dio)"
  • "fortezze sulle rocce saranno il suo rifugio " "Ai viventi scenderà l'aiuto portato dalla croce , da un foro guizzerà alla vista una forte acqua per salvarli (), scorrerà da dentro riportando ..."
  • "gli sarà dato il pane " "...il vigore ai viventi e l'energia finirà dell'angelo (ribelle)..."
  • "avrà l'acqua assicurata " "...a rivivere sarà nei viventi la colomba () (lo Spirito Santo) che dell'Amen è la Madre ."
Riporto di seguito in forma compatta il messaggio che è simile a quanto ha trasmesso Giovanni nel Vangelo e nell'Apocalisse:

"Lui vivrà in alto (tutti) i giorni con la Shekinah (la presenza di Dio). Ai viventi scenderà l'aiuto portato dalla croce, da un foro guizzerà alla vista una forte acqua per salvarli, scorrerà da dentro riportando il vigore ai viventi e l'energia finirà dell'angelo (ribelle) a rivivere sarà nei viventi la colomba (lo Spirito Santo) che dell'Amen è la Madre."

Gesù Cristo, infatti, è l'Amen di cui in Apocalisse è termine, ricordato 8 volte e in particolare in 3,14b è identificato come: "Così parla l'Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della creazione di Dio."
È Lui l'Amen del Padre per noi e reca al Padre il nostro Amen come dice 2Corinzi 1,20: "Tutte le promesse di Dio in lui sono divenute 'sì'. Per questo sempre attraverso lui sale a Dio il nostro Amen per la sua gloria."

Amen corrisponde al nostro "Così sia" ossia "sia fatto", "fiat", la parola di Maria che diede inizio alla salvezza in quanto, grazie al suo Amen all'azione dello Spirito Santo in lei il Verbo si è fatto carne.
Del resto all'inizio della creazione ci fu un "fiat" per la "Luce" e all'inizio della nuova creazione c'è il "fiat" di Maria che porta la "Luce Vera" (Giovanni 1,9) sulla terra.

Accade anche che "Ogni anima che crede, concepisce e genera il Verbo di Dio... Secondo la carne una sola è la Madre di Cristo, secondo la fede tutte le anime generano Cristo quando accolgono la parola di Dio." (S. Ambrogio - Esposizione del vangelo secondo Luca, II, 26)

Tutto ciò che esiste nel mondo reale, cioè quanto cade sotto i sensi dell'uomo, è stato creato da Dio, e il libro della Genesi, il primo della Torah della Bibbia, ossia il Pentateuco, che la tradizione considera ispirato da Dio stesso a Mosè, con i primi due capitoli racconta le fasi e gli atti compiuti da Dio per tale creazione.
Dio con i suoi angeli preesistente al creato viveva e vive in una realtà inaccessibile che non conosciamo, comunicante solo attraverso la Sua volontà con l'universo che ha creato.

Tale ambito divino per l'autorevole dire di Gesù è definibile come i "cieli", infatti, la preghiera che ha insegnato recita:

"Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il Tuo nome,
venga il Tuo Regno
...". (Matteo 6,9ss)

Sappiamo che in ebraico vi sono tre forme del nome, il singolare, il duale e plurale multiplo, da tre in poi.
La forma duale del nome è caratterizzata dalla finale "aiym, e il plurale generico in "iym" o con finale "yi".

Ora, in ebraico "cielo" al singolare o "cieli", è per tutti e tre le forme , e "cieli" plurale generico superiore a due è anche "shemei" . Le lettere per "shemei" dicono è lì che il "Nome sta " (infatti, = ) e analogamente per dicono il "Nome sta a vivere ".

È quello il "Nome dei Nomi" come dice il Salmo 108,2.10: "O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!" e San Polo conferma che è "...il nome che è al di sopra di ogni altro nome..." (Filippesi 2,9)

Il libro della Genesi col versetto 1,1 inizia in questo modo:

"In principio Dio creò il cielo e la terra."

"Bere'shit bara' 'Elohiym 'et ha- shamaim v'et ha-'aroets"



Ciò che è tradotto "il cielo" nel testo ebraico, quindi è "ha-shamaiym" ove è l'articolo e "shamaiym" è il nome di quanto creato per primo.

Stando a quelle osservazioni di grammatica sul plurale si ricava che, secondo la vocalizzazione:
  • "il cielo" "ha-shamaiym" , con finale "aiym" in pratica, sono "i cieli", anzi "i due cieli";
  • Dio "'Elohiym" con finale "iym" è un plurale, formato da Dio con l'aggiunta di , da intendere come quelli che sono gli "esseri viventi ", quelli ricordati nell'Apocalisse (ad esempio in 4,6) da Lui pre-creati, gli angeli delegati ai vari compiti, l'assemblea di Dio, ove Lui è il presidente e re attorniato dalla pluralità dei suoi ministeri alla stregua, appunto, di un re con i suoi ministri.
Nella parola "cieli" "shamaiym" appare evidente il termine di acqua - acque "mai" o "maiym" - e si comprende come il testo dica che "lo spirito di Dio aleggiava sulle acque" (Genesi 1,2), in quanto, quel pensiero è insito nello stesso termine "cielo", infatti "il Nome era sulle acque ".

Come ho accennato, invero, solo dalla vocalizzazione del testo, inserita nei libri per la liturgia tra il II e il VII secolo d.C., ci si accorge che un termine è un plurale, o un plurale duale com'è insito nel caso di "shamaiym e di "'Elohiym" che risulta un plurale generico come a dire la "Divinità" al completo.

Si trova in Deuteronomio 10,17: "...perché il Signore, vostro Dio, è il Dio degli dei , il Signore dei signori, il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali...", e si presenta in tali termini altre 5 volte: Salmo 50,1 e 136,2; Daniele 2,47; 3,90 e 11,36.

Che Dio abbia creato proprio due cieli pare confermato dalla stessa descrizione della creazione, quando i due cieli sono resi palesi grazie al firmamento che li divide: "Dio disse: Sia un firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque. Dio fece il firmamento e separò le acque che sono sotto il firmamento dalle acque che sono sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno." (Genesi 1,6-8)

È, quindi, lecito attendersi visto che in cielo "shemaim" + appaiono le lettere di acqua "maim" acque dal cielo di sopra il firmamento e acque dal cielo di sotto.

Ecco che allora, di fatto, sono definiti tre cieli:
  • la dimora alta per eccellenza, dove vive Dio, Padre Nostro, definita, appunto come "i Cieli", il cielo spirituale, quello della preghiera di Gesù, che diciamo il Paradiso o il Regno dei Cieli, in cui appunto il Nome dei Nomi, Ha-"Shem" sta a vivere , che non è un luogo fisico, ma uno stato dell'esistenza;
  • lo spazio intergalattico, il cielo siderale, quello oltre la terra in cui è l'universo e dove sono le stelle, come suggerisce Genesi 1,14;
  • - il cielo a noi più vicino, quello dell'atmosfera terrestre, ove hanno luogo i fenomeni metereologici come coglie Deuteronomio 11,11.
Per 6 volte nel testo della Tenak ossia dei libri dell'Antico Testamento in ebraico si trova la citazione "i cieli dei cieli" nella forma al plurale, precisamente in:
  • Deuteronomio 10,14 - "Ecco, al Signore tuo Dio appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e quanto essa contiene."
  • Neemia 9,6 - "Tu, tu solo sei il Signore, tu hai fatto i cieli, i cieli dei cieli e tutte le loro schiere, la terra e quanto sta su di essa, i mari e quanto è in essi; tu fai vivere tutte queste cose e l'esercito dei cieli ti adora."
  • Salmo 148,4-5 - "Lodatelo, cieli dei cieli, voi acque al di sopra dei cieli. Lodino tutti il nome del Signore, perché egli disse e furono creati", ove i cieli sono ricordati come "acque al di sopra dei cieli" che alludono alle viscere di misericordia "rachamiym" del Signore.
  • 1Re 8,27, 2Cronache 2,5 e 2Cronache 6,18.
Nel deuterocanonico Siracide 16,18 si trova invece al singolare, un: "Ecco il cielo e il cielo dei cieli, l'abisso e la terra sussultano quando egli appare."

A prima vista "il cielo dei cieli" parrebbe essere un'allusione alla dimora del Paradiso, ma se si guarda a come è scritto in ebraico "i cieli dei cieli", "shemey ha-shamaim" c'è un plurale generico, maggiore o eguale a tre, e poi c'è quel "furono creati" che fa escludere l'idea che sia il Paradiso, ossia la sua residenza, essendo quello preesistente alla creazione, appartenente a Lui stesso non definibile in termini umani, comunque, non un luogo fisico creato.
Si può, allora ritenere che "i cieli dei cieli" sia un modo per dire dove i Nomi stanno , ossia dove sono i Nomi dei segni zodiacali, e questi sono nel cielo superiore dei due cieli, quello formato dai 7 cieli tolemaici, le 7 sfere celesti del sistema Luna, Marte, Mercurio, Venere, Giove, Saturno e Sole che sovrasta l'inferiore, il terrestre, che appunto sta sotto il firmamento.

Scrive San Paolo in 2Corinzi 12,1-4 parlando ovviamente di se stesso: "Bisogna vantarsi? Ma ciò non conviene! Pur tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo che, quattordici anni fa - se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio - fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest'uomo - se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio - fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare."

Questo dire conferma l'esistenza del terzo cielo, il Paradiso quale dimora di Dio, che Gesù cita quando in Luca 23,43 dice al "buon ladrone": "In verità io ti dico: oggi con me sarai nel Paradiso" di cui parla l'Apocalisse in 2,7 e in 22,1-5.

Fino al momento della morte in croce di Gesù i cieli sono chiusi.
Neppure Mosè si dice che aprì i cieli.

Invero è raccontato che Elia il profeta in un carro di fuoco salì nel turbine verso il cielo come racconta 2Re 2, ma non è detto che abbia trapassato i cieli fino alla dimora eterna o piuttosto non sia nel seno di Abramo, di cui abbiamo parlato, come tanti giusti che attendevano il Messia.
La tradizione, infatti, attende che torni per accoglierlo alla fine dei tempi, perché assieme a Mosè solo con Lui potranno entrare nel cielo.
Nessuno, insomma, aveva sforato la separazione tra "cielo dei cieli", i cieli propri della realtà umana e la dimora extra-terrena del Signore Dio, e nessuna anima o corpo umano era stato accolto oltre i cieli in Paradiso.

Anche Enoc che Genesi 5,24 dice che "camminò con Dio, poi scomparve perché Dio l'aveva preso" è da intendere che scomparve perché Dio l'aveva preso come d'altronde prende tutti, ma l'aveva preso prematuramente (visse "solo" 365 anni rispetto agli oltre 900 degli altri patriarchi di prima del diluvio Genesi 5,21).

Il diaframma che separa il creato dal Creatore, rappresentato in terra dal velo che separava il Santo dei Santi dalle altri parti del Tempio, fu aperto; i Vangeli e gli scritti del Nuovo Testamento lo segnalano, quel velo si squarciò, poi si verificò l'ascensione al cielo del Risorto, quindi, un vero uomo e Figlio di Dio per primo entrò nel Regno dei cieli aprendo la possibilità attraverso se stesso di arrivare a Dio per gli uomini che lo desiderino.

Ricordano, infatti, i Vangeli "Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono" (Matteo 27,51s; Marco 15,38 e Luca 23,45), ciò a significare l'entrata nei Cieli dei santi giusti premorti che erano in seno ad Abramo in quanto secondo il "Credo" Gesù "discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte" tra la Sua morte e la Sua resurrezione, ma "non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne vide corruzione." (Atti 2,31)

Del resto l'aveva annunciato: "Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l'avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via". (Giovanni 14,2-4)

Dante Alighieri (1265-1321), nel medioevo, raccogliendo le idee del tempo dopo l'intervento salvifico di Cristo che, appunto, ha aperto i cieli, immagina gli Inferi divisi in Inferno e Purgatorio, rispettivamente il primo come abisso nella terra, il secondo come monte con vari livelli e, infine, il Paradiso oltre i cieli.

NUTRIRSI DI RICORDI
Caratteristica permanente de l'Homo Sapiens, ritrovata dai ricercatori, è il suo atteggiamento fin dai tempi più remoti nei riguardi dei morti dei propri clan.
L'Homo Sapiens ha da sempre sepolto i propri morti, il che fa pensare che i quei nostri lontani antenati praticassero riti funebri e avessero elaborato credenze sul destino dei defunti e sull'aldilà.
Del resto il "culto dei morti" è indice del senso di pietà che gli esseri umani provano per i propri defunti e della speranza in una vita futura.
Questo culto si manifesta con:
  • i riti funebri, presenti in ogni società;
  • la presenza di luoghi dedicati, "i cimiteri";
  • l'elaborazione di credenze sul destino dell'anima e sull'aldilà;
  • com'è conservata la memoria dei morti.
Il tentativo e il desiderio di ricordare al meglio i propri defunti ha spinto gli antenati di tutte le culture a realizzare forme di arte con sculture, costruzione di tombe e mausolei, erezioni di cippi e statue, dipinti e incisioni fino a produrre le prime forme di iscrizioni per immagini, evolutesi poi nelle scritture che conosciamo.
In tale ambito, ossia nel più profondo dell'antichità, è da relegare la "negromanzia" con i vari tentativi attraverso medium di evocare i morti e cercare di avere un contatto con loro.

Nei tempi antichi le cose importanti o ritenute tali, infatti, non potevano che essere trasmesse che per via orale, quindi erano conservate nella memoria delle persone.
Ora, il modo di vivere di gran parte dell'umanità è stato influenzato in modo sensibile dall'uso della scrittura che ha facilitato la possibilità di attingere informazioni e dati su documenti esistenti e conservati, ma ha ridotto l'uso della memoria personale che prima era essenziale per la trasmissione d'informazioni da una generazione all'altra.
Si pensi ai miti, alle leggende, alle imprese eroiche degli antenati da cui sono venute le storie degli antichi che sono nient'altro che il pervenirci di notizie e informazioni, riportate oralmente, fino a quando qualcuno le ha sigillate in forma scritta come gli erano arrivate di solito con aggiunte personali.
Cercare di cogliere ancora insegnamenti dalle vite di chi ci ha preceduto è un modo per crescere e meditare per cercare di evitare errori del passato e per cogliere insegnamenti che spesso mentre vivevano sono stati disillusi per superficialità.
Del resto gli atti rivisitati assumono aspetto di memoriale, quindi, implicano un religioso rispetto e di essere riconosciuti come autorevole lezione.

Non certamente a caso la parola ebraica che noi traduciamo "memoria" o "ricordo" è il cui radicale di origine indica il "pensare, ricordare, commemorare" ha le stesse lettere, "zakar", con cui si definisce l'essere "uomo" e in particolare il "maschio" e, nel contempo memoriale si dice "ziccaron" .
L'uomo e il ricordo, di fatto, tra loro per le lettere ebraiche sono sinonimi :
  • il maschio "questi ha liscio il corpo ";
  • ricordare " si colpisce con mano piatta la testa ".
E come se l'uomo, il maschio "questi avesse un vaso nella testa " e da questo e in questo con il memoriale "porta energia ", per cui l'uomo si arricchisce se e quando ricorda.

È interessante il fatto che sulle tombe ebraiche in genere vengono depositati dei sassi, il che è segno di frequentazione e prendono posto in modo ben più duraturo dei nostri dei nostri fiori.


Cimitero di Gerusalemme

Quando i patriarchi, e poi Israele uscito dall'Egitto vivevano come nomadi nelle steppe e zone aride, accadeva che per ritrovare, segnalare e ricordare i luoghi dove erano stati sepolti i propri morti erigevano dei tumuli di pietre ed ecco che sulle tombe dei cimiteri gli ebrei depongono pietre al posto dei fiori per ricordare i loro cari defunti.

C'è anche un motivo, che pietra in ebraico è "'even" = + quindi, padre + figlio e allude alla trasmissione delle tradizioni che non vogliono essere perdute, ma ricordate e sono più forti della morte il che allude comunque all'amore.

Norma importante per l'ebreo e per il cristiano è del ricordo e di fare memoriale, essenzialmente della Pasqua:
  • Esodo 13,3 - "Mosè disse al popolo: Ricordati di questo giorno, nel quale siete usciti dall'Egitto, dalla condizione servile, perché con mano potente il Signore vi ha fatti uscire di là..."
  • Luca 22,19s - "Poi (Gesù), preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me. Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi."
Tutti i popoli hanno riti specifici oltre che per deporre i resti mortali dei loro morti anche per ricordarli in giorni particolari durante l'anno.
Rimanendo negli ambiti delle nostre più immediate conoscenze, etruschi, romani e greci per tali occasioni preparavano anche cibi particolari.
Nell'immaginario collettivo per consuetudine arcaica al mondo dei defunti sono associati cibi come ceci, fave, legumi e semi, perché crescono sotto terra, quindi, sono ritenuti connessi in qualche modo col mondo dell'Oltretomba.
Anche oggi fave e ceci sono cibi tipici del giorno dei morti.
Per Aristotele, per i neo-platonici e i pitagorici le fave grazie agli steli privi di nodi, tramite la terra erano veicolo delle anime dei morti, quindi, mezzo di comunicazione privilegiato con l'Ade.
Le popolazioni ioniche credevano che durante la festa delle Antesterie in onore di Dioniso in febbraio e marzo, i morti tornassero sulla terra.
In epoca greca e romana ecco poi i banchetti funebri, detti "refrigeria", che i romani consumavano vicino alle tombe dei loro "manes" specialmente nel giorno Feralia, l'ultimo delle festa dei Parentalia, tra le idi e il 21 febbraio, o feste dei morti della famiglia, dedicate agli avi.
In tale occasione tutta la famiglia si recava alle tombe dei defunti e vi mangiava cibi preparati in casa, in genere grosse pentole di ceci, fave e fagioli, e pregavano per loro.

Sant'Agostino di Ippona nel suo libro "La città di Dio" IX,11 riporta che "(Apuleio) afferma inoltre che anche l'anima umana è un demone e che gli uomini divengono Lari se hanno fatto del bene, fantasmi o spettri se hanno fatto del male e che sono considerati dei Mani se è incerta la loro qualificazione."

In diverse parti d'Italia i legumi sono protagonisti della tavola del 2 novembre e in tali occasioni si moltiplicano i racconti che evocano i cari defunti di tali ricordi.
Di fatto, in quel giorno ci si ciba anche di quelli.
Esaù vendette a Giacobbe la propria primogenitura, il che è divenuto proverbiale "la vendette... per un piatto di lenticchie" una minestra rossastra, fatta a base di quei legumi.
(Vedi: "L'elezione di Dio passa per la Madre")

Le lenticchie in ebraico si dicono "a'dashim"
, termine usato solo in Genesi 25,34, in 2 Samuele 17,28 e 23,11 poi in Ezechiele 4,9.
Il Talmud, in Bereshit Rabbà 63,11-12 precisa che un cibo del genere era preparato in occasione di un lutto e suggerisce che in quella occasione fosse morto proprio il nonno Abramo alla bella età di 175 anni, quando i due ragazzi, Esaù e Giacobbe, avevano solo 15 anni.

In effetti, le lettere ebraiche del termine lenticchie, "a'dashim" si prestano ad essere divise in + , da cui discende un augurio per il morto, che "nell'Eterno (sia) riposto ( = )" o "dell'Eterno nella luce sia a vivere ", una specie del nostro augurio che facciamo a Dio con la preghiera detta dello "eterno riposo".

LEGGI SULL'EREDITÀ DELL'ANTICO TESTAMENTO
Nei libri dell'Antico Testamento c'è una grande tensione crescente sul tema dell'eredità.
Se, infatti, nella traduzione in italiano C.E.I. 2008 si fa una cerca della frequenza di presentazione dei termini "eredità, ereditare e derivati", questi si presentano complessivamente oltre 250 volte, di cui 77 nei 5 libri della Torah o Pentateuco, precisamente:
  • in Genesi 7 volte;
  • in Esodo 2 volte;
  • nel Levitico 1 volta;
  • nei Numeri 43 volte;
  • nel Deuteronomio 24.
La tensione diventa poi veramente significativa al momento della conquista di Canaan da parte del popolo d'Israele guidato da Giosuè.
Nell'omonimo libro di Giosuè quei termini si presentano per 51 volte.
Altro ritrovamento importante sono le 34 volte che si rinvengono nel libro dei Salmi, ove la tensione si alza verso un'eredità spirituale.
Per la "Terra promessa", il cui nucleo principale secondo la Tenak, grazie all'aiuto del Signore, fu conquistato dagli Israeliti ai tempi di Giosuè, vigeva una particolare normativa di cui è traccia nella Torah.
Nel libro del Levitico in 25,23b il Signore, infatti, afferma: "la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti."

I patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe non erano stati mai, infatti, proprietari di terre in quel territorio.
Erano dei nomadi la cui origine era un paese straniero.
Venivano dall'Anatolia quindi, appunto, erano dei forestieri, degli emigrati, quindi, ospiti nella terra di Canaan.
Abramo, peraltro, aveva acquistato a Hebron solo dove poter giacere dopo morto, come si legge in Genesi 23,9 e 25,9.

Questo sito era la grotta o caverna di Macpela, in ebraico nel testo biblico "ma'rat ha-mmacpelah" o "grotta delle tombe doppie" essendovi sepolti i patriarchi con le matriarche - Abramo e Sara, Isacco e Rebecca, Giacobbe e Lia - salvo Rachele che la tradizione indica seppellita vicino a Betlemme ove c'è un monumento a cupola del tempo degli Ottomani ove gli ebrei vanno in pellegrinaggio fin dai tempi antichi ed è il terzo luogo più santo dell'ebraismo.

Quelle lettere di "Macpelah" però sono allusive, infatti, è il radicale del verbo usato per "duplicare" e "reiterare" per cui sono da intendere come auspicio di "in una vita duplicata entrare ", ma anche "per la vita nel palmo della mano del Potente entrare ".

Questi pensieri fanno venire alla mente quando il Signore disse a Mosè in Esodo 33,21-23: "Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia Gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere."

Poi Giacobbe fu proprietario del posto ove piantò la tenda che acquistò dai figli di Camor, padre di Sichem, per cento pezzi d'argento, ove eresse un altare a "El, Dio d'Israele" (Genesi 33,19s) a memoriale della visione che aveva avuto quando fuggiva per andare a cercare moglie in Anatolia.

Dopo la conquista di Canaan, nel XII secolo a.C., come da tradizione tramandata dalle Sacre Scritture e in particolare dal libro di Giosuè, tra le varie tribù era stato diviso il territorio e ogni famiglia ne aveva ricevuta una parte che era inalienabile.
Per il disposto del Levitico di cui ho detto gli Israeliti, in effetti, erano solo usufruttuari dei terreni, ossia l'avevano come in comodato e potevano venderne l'usufrutto per un massimo di tempo di 50 anni, poi negli anni detti di "giubileo" ne tornavano proprietari.
Un terreno, quindi, aveva un valore maggiore o minore quanti più anni la cessione consentiva rispetto alla data del "giubileo".
Tale pensiero è da tenere presente come scenario generale quando si parla di eredità nell'Antico Testamento della Bibbia.

In Deuteronomio 21,15-17 poi è disposto: "Se un uomo avrà due mogli, l'una amata e l'altra odiata, e tanto l'amata quanto l'odiata gli avranno procreato figli, se il primogenito è il figlio dell'odiata, quando dividerà tra i suoi figli i beni che possiede, non potrà dare il diritto di primogenito al figlio dell'amata, preferendolo al figlio dell'odiata, che è il primogenito. Riconoscerà invece come primogenito il figlio dell'odiata, dandogli il doppio di quello che possiede, poiché costui è la primizia del suo vigore e a lui appartiene il diritto di primogenitura."

Se ne ricava che il primogenito:
  • che si considera, è solo per linea maschile, vale a dire quegli generato per primo dal padre;
  • in caso di poligamia è comunque primogenito pur se figlio di una concubina;
  • ha diritto a una parte doppia di eredità.
In Numeri 27,8-11 si trova un'altra norma che il Signore dispose sull'eredità: "Quando un uomo morirà senza lasciare un figlio maschio, farete passare la sua eredità alla figlia. Se non ha neppure una figlia, darete la sua eredità ai suoi fratelli. Se non ha fratelli, darete la sua eredità ai fratelli del padre. Se non ci sono fratelli del padre, darete la sua eredità al parente più stretto nella sua cerchia familiare e quegli la possederà. Questa sarà per gli Israeliti una norma di diritto, secondo quanto il Signore ha ordinato a Mosè."

Il parente più stretto in pratica è "la carne più vicina" "sh'ero haqqarob".
La moglie non fa parte dell'asse ereditario, anche se, di fatto, in casi estremi può gestirla, come si deduce dal libro di Rut.

Scopo essenziale della normativa della Torah sull'eredità e spiegata in Numeri 36,7-9 quando dice: "Nessuna eredità tra gli Israeliti potrà passare da una tribù all'altra, ma ciascuno degli Israeliti si terrà vincolato all'eredità della tribù dei suoi padri. Ogni fanciulla che possiede un'eredità in una tribù degli Israeliti, sposerà uno che appartenga a una famiglia della tribù di suo padre, perché ognuno degli Israeliti rimanga nel possesso dell'eredità dei suoi padri e nessuna eredità passi da una tribù all'altra; ognuna delle tribù degli Israeliti si terrà vincolata alla propria eredità."

Un'ulteriore prescrizione si trova sancita in Deuteronomio 25,5-10 detta "legge del levirato" cui finalità nata per evitare l'alienazione delle terre, di fatto aveva effetti benefici per la donna rimasta vedova in giovane età.

La parola "levirato" deriva dal latino "levir", "il cognato".
In forza, infatti, di tale prescrizione, se un uomo sposato moriva senza figli, suo fratello, il cognato della moglie, doveva sposare la vedova, e il loro figlio primogenito sarebbe stato considerato legalmente figlio del defunto.

Questa legge è così enunciata: "Quando i fratelli abiteranno insieme e uno di loro morirà senza lasciare figli, la moglie del defunto non si sposerà con uno di fuori, con un estraneo. Suo cognato si unirà a lei e se la prenderà in moglie, compiendo così verso di lei il dovere di cognato. Il primogenito che ella metterà al mondo, andrà sotto il nome del fratello morto, perché il nome di questi non si estingua in Israele. Ma se quell'uomo non ha piacere di prendere la cognata, ella salirà alla porta degli anziani e dirà: Mio cognato rifiuta di assicurare in Israele il nome del fratello; non acconsente a compiere verso di me il dovere di cognato. Allora gli anziani della sua città lo chiameranno e gli parleranno. Se egli persiste e dice: Non ho piacere di prenderla, allora sua cognata gli si avvicinerà in presenza degli anziani, gli toglierà il sandalo dal piede, gli sputerà in faccia e proclamerà: Così si fa all'uomo che non vuole ricostruire la famiglia del fratello. La sua sarà chiamata in Israele la famiglia dello scalzato." (Deuteronomio 25,5-10)

L'alternativa, quindi al non assoggettarsi all'obbligo, restava solo l'essere additato come inadempiente.
La prescrizione inizia con "Quando i fratelli abiteranno insieme", ma sappiamo che in ebraico "fratelli" è una traduzione troppo rigida per "'achim" che riguarda anche i cugini e altri parenti stretti, per cui di fatto la norma non riguarda solo i nati da uno stesso genitore, ma estende l'obbligo ai consanguinei da parte paterna del marito morto, infatti è "uno stretto ".

In ebraico per "adempiere alla legge del levirato" che corrisponde a "compiere il dovere di cognato" è usato il radicale le cui lettere dicono "ci risarà in casa la vita ", di conseguenza ecco "yabam" è il "cognato", mentre "ybanah" è la "cognata".

"Sandalo", infine, è "naa'l" "energia a salire - innalzarsi ()", in quanto, si può spingere con più forza il piede protetto per salire meglio.
Ora, "naa'l" rispetto a marito "baa'l" "in casa si alza ()" ha la di "energia" rispetto alla di "casa" perciò è l'ultima energia che è rimasta per la casa e, togliendolo, costituisce il segno che viene tolto ogni legame con lui nonostante sia il fratello del marito morto.

Tutti i parenti maschi della stessa carne in linea paterna avevano possibilità di riscatto sui beni del morto a iniziare dai più stretti e adire al rito del "levirato".
Ecco che appare una coincidenza di diritti doveri tra la figura del "go'el" .

Di questi, il "vendicatore", è detto in Numeri 35,19ss e riguarda la vendetta lecita di un omicidio da parte del parente prossimo: "Sarà il vendicatore del sangue quello che metterà a morte l'omicida; quando lo incontrerà, lo ucciderà" e il riscattatore di beni.

In tale norma poi si distingue tra omicidio intenzionale e involontario, infatti, se:
  • gli anziani della città giudicavano che l'omicidio era intenzionale, il "vendicatore del sangue", "go.el ha-dam", poteva procedere senza colpa alcuna alla vendetta, uccidendo l'omicida;
  • appuravano trattarsi d'omicidio preterintenzionale l'omicida doveva rimanere entro i confini della città di rifugio fino alla morte del sommo sacerdote per non essere ucciso dal "go'el" se l'avesse trovato fuori (Numeri 35,26s).
In tal caso quelle lettere di "go'el" assumono il significato di + , ossia con questi verso l'omicida "cammina il no ", quindi, cammina l'oppositore, il vendicatore con la maledizione "'alah" .

La figura di "go'el" , insomma, diviene anche quella del riscattatore dei beni del parente morto anche per cause naturali, quindi il "go'el" è chi può intervenire a seguito della legge del "levirato".

Questa normativa che ho riportato sull'eredità è la versione finale che ci è pervenuta, infatti, quella Legge che aveva origine da un uso antico, nei secoli ha avuto modifiche e apporti da parte della legislazione dei vari regni di Giuda, in quanto, di fatto, costituiva anche legge dello Stato del Sud, su cui avevano mano i Re tramite i sacerdoti di Gerusalemme influenzabili dal potere.
Se si guarda, infatti, alla storia narrata nel libro di Rut, ambientata in Giudea al tempo dei "Giudici", X-XI secolo a.C., ma ivi scritto 800-1000 anni dopo, si nota che intende far comprendere che allora non c'era una non perfetta aderenza alla legislazione tratteggiata dalla Torah.

In tale libro abbiamo trovato che Noemi , il cui nome vuol dire "mia delizia", mentre per una carestia era con la famiglia in terra di Moab, al ritorno, è come se gestisse le terre appartenute ad Elimelec , (mio Dio re) il marito giudeo premorto, essendo morti anche i due figli, Maclon e Chilion (i cui nomi significano rispettivamente malattia e consunzione).

Boaz, inoltre, esercita il diritto di "go'el" prima della vendita delle terre e non c'era nessun cognato convivente che vivesse in casa di Noemi e della nuora Rut.

Ora, nel libro dei Giudici, tempo in cui si svolge la storia di Noemi e Rut, per due volte, in 17,6 e 21,25, si trova "In quel tempo non c'era un re in Israele; ognuno faceva come gli sembrava bene".

Questa ripetuta considerazione dell'autore dei Giudici porta a dedurre che la Legge non fosse ancora nella veste finale per cui, ecco, le prostituzioni spirituali del popolo (3,7; 8,33; 10,6), la bramosia per l'oro di Gedeone (8,24-27), i fratricidi di Abimelec (9,1-5) i matrimoni di Sansone con straniere (14,1-20) e, quindi, non c'era ancora la pienezza della normativa sull'eredità.

Si trova nel libro dell'Esodo che il Signore dichiara a Mosè che è il "Go'el" che riscatta il suo popolo dalla schiavitù: "Io sono il Signore! Vi sottrarrò ai lavori forzati degli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi riscatterò con braccio teso e con grandi castighi." (Esodo 6,6)

In Giobbe 19,25 poi si trova: "Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!"
Se, infatti, si va al succo essenziale, quello della proprietà della terra, in senso stretto chi ha veramente la proprietà di quella è Lui, il Signore, che ha perciò il diritto per antonomasia "redentore", in definitiva è Lui che deve viene come "Go'el" , "cammina Dio ".

UNA PARTE DI EREDITÀ
Nei testi dell'Antico Testamento non si trova evidenza dell'uso di un atto predisposto prima della morte definibile come "testamento", in quanto i disposti della Torah sulle proprietà erano a guidare tale questione dopo la morte o anche prima come pare potersi evincere dalla parabola di Gesù detta "del figlio prodigo" (Luca 15,11-31), ove il figlio minore, chiese e ricevette, la sua parte di eredità prima della morte del padre.
In tempo tardivo, I-II secolo a.C., con l'imporsi della cultura greco romana certamente un atto del genere ebbe ad affermarsi, infatti, "testamento" e "testatore" si trovano citati in Galati 3,15-17 e Ebrei 9,16-17.

In ebraico il radicale che riguarda l'azione dell'ereditare è , verbo che nella sezione in ebraico dei libri dell'Antico Testamento è usato per circa 60 volte e riguarda:
  • ereditare, ricevere in eredità, sinonimo di prendere possesso;
  • succedere a un altro, subentrare nel possesso;
  • ripartire e distribuire proprietà;
  • possedere;
  • lasciare in eredità, legare, dare distribuire eredità e beni.
Da tale radicale discende "nachalah" e "nachalat" per "eredità, possesso, retaggio, patrimonio, possedimenti", quindi "beni, fortuna".

Si trova in Esodo 15,17 che il popolo che il Signore ha liberato lo fa entrare e lo pianta sul monte della Sua "eredità , luogo che per tua sede, Signore, hai preparato, santuario che le tue mani, Signore, hanno fondato."

In questo caso si parla di Sion, il monte che predilige, quindi più che di eredità in senso usuale è da intendere come luogo di residenza privilegiato, del suo possesso particolare, "che per tua sede... hai preparato", il luogo, infatti, del Suo Santuario.

Questo luogo è "nachalat" in quanto "l'energia racchiusa del Potente indica ".
Da quel luogo il Signore ha "guidato () con potenti segni " il popolo.
Le stesse lettere del radicale di ereditare e di possedere, con la vocalizzazione di "nachal" significano anche "torrente, alveo di un fiume, fondo valle" sinonimo di "nozel" (usato solo al plurale 16 volte) e parlano di "fluire, defluire", e il termine con questa accezione si trova più di 100 volte nell'Antico Testamento.

Per spiegare con l'uso dei significati grafici delle lettere l'idea di torrente, alveo ecc, ossia di "nachal" si consideri: "invia in luogo stretto la potenza " e "l'energia si placa ()" sfociando in una piana a valle.
Non a caso secondo la visione di Ezechiele 47,9 dalla destra del Tempio, quindi da Sion, sgorga un torrente di acqua.
Secondo il Vangelo di Giovanni 19,34 dal costato di Cristo dalla Croce assieme al sangue esce acqua, "un torrente dalla croce ", ossia rilascia una eredità "nachalat" "l'energia che racchiudeva guizzò dal Crocefisso " e tutto ciò avvisa che chi vuole può raccogliere l'eredità di Cristo.
Il che porta alla mente anche quando Gesù in Giovanni 7,38s esclama: "...chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui..." e quel "come dice la Scrittura" ricorda il profeta Isaia in 44,3 quando il Signore dice: "Io verserò acqua sul suolo assetato, torrenti () sul terreno arido. Verserò il mio spirito sulla tua discendenza, la mia benedizione sui tuoi posteri..."

In Esodo 33,16s si trova che Mosè dice: "Come si saprà dunque che ho trovato grazia ai tuoi occhi, io e il tuo popolo, se non nel fatto che tu cammini con noi? Così saremo distinti, io e il tuo popolo, da tutti i popoli che sono sulla faccia della terra", rispose il Signore a Mosè: "Anche quanto hai detto io farò, perché hai trovato grazia ai miei occhi".
Questa richiesta che il Signore cammini col suo popolo Mosè la rinnovò, quando il Signore, dopo aver scritto per la seconda volta le tavole, apparve a Mosè e proclamò l'alleanza.

Il libro dell'Esodo racconta: "Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione. Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che ii Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa' di noi la tua eredità." (Esodo 34,5-9)

Quel "fa' di noi la tua eredità" nel testo ebraico è "nechalettanu" e il commentatore ebreo della Bibbia del XII secolo Rashi (ossia "Rabbi Shlomo Itzhaqi") traduce con "concedici particolare favore" ossia distinguici rispetto alle altre nazioni e ciò trova ragione del radicale che tra gli altri significati ha anche quello di "placare, chiedere favore, cercare favore, acconsentire, cedere", che si giustifica con una lettura delle lettere del ciò che "chiuso un potente apra ".

Del resto l'eredità implica un testatore che sia morto, quindi, solo in senso profetico passando alla natura umana presa dal Signore con Gesù di Nazaret si può accettare la traduzione "come tua eredità " della C.E.I..
Nel senso profetico, infatti, la Chiesa è l'eredità il lascito del Messia, morto e risorto in attesa del Suo ritorno nella gloria.

Subito dopo "Il Signore disse: Ecco, io stabilisco un'alleanza: in presenza di tutto il tuo popolo io farò meraviglie, quali non furono mai compiute in nessuna terra e in nessuna nazione: tutto il popolo in mezzo al quale ti trovi vedrà l'opera del Signore, perché terribile è quanto io sto per fare con te." (Esodo 34,10)

"io stabilisco un'alleanza" è "'anoki koret berit" che letto con i significati delle lettere dice anche "Io stesso , agnello crocifisso , dentro col corpo sarò in croce ".

La risposta alla richiesta fatta da Mosè di benevolenza, quindi di essere eredità di Dio, Dio stesso la collega strettamente all'alleanza che fu in definitiva la promessa di un legame che sarà poi completo con l'ulteriore passo della incarnazione come, infatti, lascia intendere Gesù per adempiere al suo compito che rivela nel discorso della montagna "Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento". (Matteo 5,17)

L'eredità è espressione di concretizzazione di un favore connesso a un legame unico con chi lascia il bene che è elargitore di una benevolenza; il lascito, in definitiva, è un segno concreto da interpretare come un pensiero d'amore.

Le lettere di sotto l'aspetto grafico dicono che un "lascito" di un padre è "un'emissione che racchiude potenza ", e se viene da un morto, questi emette un suo ricordo come fosse un torrente, di cui come vedremo ha le stesse lettere, "invia dalla tomba una potenza ".
Se si pensa poi a un possedimento che lascia Dio, questo è garanzia di avere "un'energia racchiusa dal Potente nel mondo ", quindi, "una energia nascosta dal Potente uscita " e che ti "guida () il Potente nel mondo ".

Dio possiede tutti i popoli come dice il Salmo 82,8 "Alzati, o Dio, a giudicare la terra, perché a te appartengono tutte le genti!" tra questi ci sono i suoi fedeli.

Spesso si parla di Israele come eredità di Dio ad esempio in Deuteronomio 9,26 "Pregai il Signore e dissi: Signore Dio, non distruggere il tuo popolo, la tua eredità, che hai riscattato nella tua grandezza, che hai fatto uscire dall'Egitto con mano potente", ma eredità in pratica è "possesso" e "proprietà".

Ecco poi che eredità, il possesso che il Signore destina ai suoi fedeli, sono:
  • una terra, che avranno per sempre, come precisato in Esodo 32,13 quando Mosè disse al Signore: "Ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre".
  • le sue "parole", come dice il Salmo 119,1: "Mia eredità per sempre sono i tuoi insegnamenti, perché sono essi la gioia del mio cuore."
In Ezechiele 46,16-18 si legge: "Così dice il Signore Dio: Se il principe darà in dono a uno dei suoi figli qualcosa della sua eredità , il dono rimarrà ai suoi figli come eredità . Se invece egli farà sulla sua eredità un dono a uno dei suoi servi, il dono apparterrà al servo fino all'anno della liberazione, poi ritornerà al principe: ma la sua eredità resterà ai suoi figli. Il principe non prenderà niente dell'eredità del popolo, privandolo, con esazioni, del suo possesso; egli lascerà in eredità ai suoi figli parte di quanto possiede, perché nessuno del mio popolo sia scacciato dal suo possesso."

Per "anno della liberazione" in questo brano di Ezechiele 46,16-18 si trova l'anno "deror" le cui lettere vogliono dire anche "rondine", quindi "l'anno della rondine" cioè del ritorno a casa, del reintegro dei possessi originari in occasione dell'anno di Giubileo, quando ogni possesso sulle terre tornava al titolare originario se non era stato ricomprato o riscattato prima (Levitico 25,13-24).

Tale disposto riguardava anche le case se non in una città munita di cinta muraria, case che erano considerate parte della campagna.
Per le case di città il diritto di ricompra dopo vendita durava solo un anno, dopo di che diventavano definitivamente proprietà del compratore, mentre per le case in città levitiche il diritto di ricompra era a tempo indefinito, in quanto, i leviti non avevano eredità di terreni (Levitico 25,29-34).

In Geremia 10,19 invece è esaltato il radicale interno che si trova in eredità "nachalah", messo in parallelo a malattia e poi porta a indicare qualcosa di incurabile e funesto se riferito a giorno come in Isaia 17,11.

In ebraico vi è poi il radicale di verbo che indica "essere padrone, essere proprietario", ma implica un divenire, vale a dire un'azione che comporta "prendere possesso, possedere", e può comportare anche "l'ereditare e il succedere" in modo regolare, ma più spesso è "occupare, spodestare, espellere, scacciare, espropriare", quindi, un "conquistare e impadronirsi".

Riporto due esempi, entrambi del Deuteronomio:
  • Deuteronomio 2,12 - "Anche in Seir prima abitavano gli Urriti, ma i figli di Esaù li scacciarono (), li distrussero e si stabilirono al posto loro, come ha fatto Israele nella terra che possiede () e che il Signore gli ha dato."
  • Deuteronomio 31,3 - "Il Signore, tuo Dio, lo attraverserà davanti a te, distruggerà davanti a te quelle nazioni, in modo che tu possa prenderne possesso (). Quanto a Giosuè, egli lo attraverserà davanti a te, come il Signore ha detto."
Le lettere di quel radicale esprimono l'idea di "avere qualcosa al sole" quale allusione ad avere qualche proprietà, infatti, le lettere di possono anche fornire la lettura di "essere - stare con un corpo al sole " ove "Sh" = è la lettera iniziale di "shoemoesh" = = "sole".
Per conto si ha il verbo "impoverire" e "essere povero" il cui radicale è = = ove chi sta al sole è proprio il soggetto, quindi, "il corpo è porta al sole ", ossia non ha copertura alcuna; ecco, allora, che "povero" è "rish" , "rush" e "rash" .
Del resto chi subisce un'espropriazione "viene a mancare, impoverisce, sente la mancanza, va in rovina" e come in Genesi 45,11 e Proverbi 20,13 , ossia, "finisce a portarsi povero ".

Possedimento ricchezza, proprietà è "ireshah" e "irusshah" .

Il possesso ereditario era inviolabile e non era soggetto ad alcun tipo d'esproprio da parte dell'autorità, come risulta chiaro dall'episodio detto "della vigna di Nabot" (1Re 21,2-6) in cui Nabot, il legittimo possessore, si rifiuta di cederla al re.
(Vedi: "Racconti messianici dalla vigna di Nabot")

È questo un brano particolarmente espressivo dell'Antico Testamento nell'ambito della storia di Elia, nel 1░ libro dei Re, al Capitolo 21.
Tale racconto nella sezione di vicende storiche narrate in quei libri, si dilunga con dovizia, uscendo dai binari della cronaca, trattando con insistenza particolare la narrazione di un fatto da cui si può` trarre la morale della certezza del compimento del giudizio divino.
La narrazione della prevaricazione di quel re presenta somiglianza con quella di Davide nei riguardi d'Uria il marito di Betsabea, e ricorda l'intervento di Natan nei riguardi di Davide (2Samuele 12).
Nel caso di Nabot, il re è Acab, re d'Israele, soggiogato dalla compagna, Gezabele, principessa fenicia, figlia di Et-Baal, re di Tiro e Sidone.
L'assassinato è il contadino Nabot e chi contesta il crimine è il profeta Elia.

In sintesi questa è la storia.
Acab voleva annettere alla sua residenza di campagna in Izreel la vigna del confinante Nabot che rifiutò d'alienarla essendo eredità familiare e proprietà di Dio quindi inalienabile.
Gezabele ideò un piano diabolico e con accuse e testimoni falsi fece lapidare Nabot, così la vigna passò ad Acab; da qui l'intervento di Elia.
Acab e Gezabele mossi ad agire contro il comandamento "Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo!" (Deuteronomio 5,21) compirono assassinio, un furto e suscitarono false testimonianze.
Elia si scagliò con veemenza contro:
  • Acab, "Hai assassinato e ora usurpi! Per questo dice il Signore: Nel punto ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno il tuo sangue!" (1Re 21,19);
  • Gezabele, "I cani divoreranno Gezabele nel campo di Izreel!" (1Re 21,23)
E avvenne in questo modo!

LA SORTE NELLA BIBBIA
Gesù ebbe a dire in Matteo 10,29-31 "Due passeri non si vendono forse per un soldo ? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!"; insomma, per chi ha fede, nulla avviene a caso, ma tutto solo secondo la volontà di Dio.

Ecco che, quando non si sa cosa fare, non è da disperare, ma è da considerare che a monte, comunque, c'è la volontà di Dio che sa quello che è opportuno per quella occasione e il fedele sa che solo a Lui è da rivolgersi con la preghiera per avere ispirazione.

Del resto si trova nel libro dei Proverbi 16,33: "Nel cavo della veste si getta la sorte, ma la decisione dipende tutta dal Signore."

Ed ecco che in tale spirito spesso nell'Antico Testamento si trova che viene tirato a sorte, come modo estremo per conoscere la volontà divina, infatti:
  • Urim e Tummim, era un "modus" divinatorio usato per interpretare il volere di Dio e facevano parte del pettorale del sommo sacerdote Esodo 28,30; Levitico 8,8; Deuteronomio 33,8 che li consultava alla bisogna come in Numeri 27,21; 1Samuele 28,6; Esdra 2,63; Neemia7,65.
  • Levitico 16,8 - per la scelta del capro espiatorio: "Aronne tirerà a sorte per vedere quale dei due debba essere del Signore e quale di Azazel."
  • Numeri 26,55s - "Ma la ripartizione del paese sarà gettata a sorte; essi riceveranno la rispettiva proprietà secondo i nomi delle loro tribù paterne. La ripartizione delle proprietà sarà gettata a sorte per tutte le tribù grandi o piccole."
  • Giosuè 7,11-22 - Dio comanda che il colpevole sia trovato tirando a sorte.
  • Giosuè 18,10 - "Giosuè gettò per loro la sorte a Silo, dinanzi al Signore, e lì Giosuè spartì la terra tra gli Israeliti, secondo le loro ripartizioni" e tutta la spartizione del paese fu tutta fatta a sorte.
  • 1Samuele 10,17-24 - il popolo di Israele chiese a Dio di scegliere un re per loro e Dio ordinò che fosse trovato a sorteggio e fu scelto Saul.
  • 1Samuele 14,42 - un sorteggio fu usato per determinare chi avesse rotto un giuramento.
  • Giona 1,7 - un'estrazione a sorte indica Giona quale causa della tempesta che smise quando fu gettato in mare.
  • Neemia 10,34 - con un sorteggio si decise per un servizio all'altare nel Tempio.
  • Neemia 11,1 - a sorte 1/10 dei capi dei reduci per restare a Gerusalemme.
Nel Nuovo Testamento si ha che:
  • Luca 1,9 - riferisce che a Zaccaria secondo consuetudine sacerdotale, gli toccò in sorte di entrare nel tempio del Signore per offrirvi il profumo.
  • Atti 1,21-22 - ci fu la decisione di scegliere il 12░ apostolo: "Bisogna dunque che tra gli uomini che sono stati in nostra compagnia tutto il tempo che il Signore Gesù visse con noi, a cominciare dal battesimo di Giovanni fino al giorno che egli, tolto da noi, è stato elevato in cielo, uno diventi testimone con noi della sua risurrezione." Scelsero Mattia e prima della scelta pregarono: "Tu, Signore, che conosci i cuori di tutti, indicaci quale di questi due hai scelto".
In Levitico 16,8 per quella scelta del capro espiatorio si trova che "tirerà a sorte" poi anche, pur se non tradotto il testo ebraico riporta: "quale (per sorte ) di Azazel."

In Numeri 26,55s quel "riceveranno la rispettiva proprietà" è e le proprietà, in effetti, sono "eredità" e la "sorte" poi è ancora "goral" le cui lettere paiono proprio descrivere qualcosa con cui tirare la sorte "a correre si porta un corpo che guizza ", una specie di trottola con facce corrispondente a "pur" il nome della festa di "Purim", istituita a seguito di quanto è narrato nel libro di Ester (3,7 e 9,24-32) che prende il nome dal dado con cui si tira la sorte, a seconda di come si presenti la faccia che espone dopo tirata, "la faccia che porta il corpo ".


Un "sevivon" di Channukkah

Nella festa ebraica di "Channukkah", poi, gli osservanti giocano con una trottola, chiamata "dreidel" in Yiddish e in ebraico "sevivon" per ricordare i bambini che facevano finta di giocare con quella trottola con cui tiravano a sorte nella festa di Channukkah quando fossero venute le guardie di Antioco contrarie allo "Shabat".
(Vedi: il paragrafo "Le usanze ebraiche" in "La luce del Servo")

Il "sevivon" è una trottolina con 4 facce su cui sono impresse le lettere = N, = G, = H, = Sh, che formano l'acronimo - "Nes Gadol Hayah Sham" - "Un grande miracolo accadde là").

La sorte è strettamente legata all'eredità che in Israele poteva riguardare a volte anche beni mobili, ma principalmente le proprietà terriere.
Un appezzamento di terreno in terra di Canaan per l'ebreo dei tempi dell'Antico Testamento era il riconoscimento della elezione di erede della "Terra Promessa", quindi, era il segno che aveva una dignità nel popolo di Dio.

In ebraico vi sono ancora altri termini che la indicano, precisamente:
  • "cheloeq" che indica "porzione, lotto, eredità, appezzamento, campo, proprietà sorte, destino, luogo e posto" e le lettere paiono alludere a "un recinto che potenza riversa ".
  • "chevoel" il cui significato base è "fune, corda", qualcosa che "stringe dentro con potenza ", quindi, parte di terreno misurato con la corda, ossia "porzione, lotto, eredità", ossia "racchiude dentro potenza " e come traslato "sorte".
Nella lingua greca "klèros" "" aveva il significato originario di "sorte", mutato poi in "parte", quindi in "eredità", come in Matteo 27,35; Atti1,17 e 26,18.
Il "klèros", infatti, era il lotto di terra inalienabile che la città-stato concedeva a ciascun cittadino, quindi, poi trasmesso al primogenito e che in assenza di eredi tornava allo stato mentre gli altri figli, non avendo il "klèros", erano inferiori nel godimento dei diritti civili mentre "Epikleros", "", era un'ereditiera, figlia di uno senza eredi maschi.
Dal greco "klèros" "" - "sorte" e "manteia" indovinare viene il termine di "cleromanzia" o "sortilegio", dal latino "sortem" "sorte" e "lego" "lèggere", che è la divinazione con dadi, trottole, e simili.

Più tardi, il termine "clero" nel cristianesimo fu usato per indicare il corpo sacerdotale, in quanto, le prime comunità cristiane chiamarono "klèros" gli eletti incaricati al governo delle comunità stesse, confermati con l'imposizione delle mani direttamente dagli apostoli o vescovi anche se alcune volte scelti a sorte, ciò ricordava i Leviti che non ebbero parte alla spartizione del territorio della Terra Promessa e furono diffusi nel territorio per servire il Signore.
Il clero è oggi il complesso dei fedeli che ha fatto dei voti ecclesiastici - diaconi, presbiteri e vescovi - si divide in regolare se appartenenti alle congregazioni e agli ordini e secolare, ossia nel mondo, per i non soggetti a regola monastica.
Gli altri fedeli che non hanno fatto voti sono detti "laici" dal latino "la´kˇs" ovvero "del popolo" quindi che vive tra il popolo secolare non ecclesiastico che anticamente nelle chiese stava nelle navate separato da una balaustra dall'abside dove stava il celebrante col clero.
Col nome di "laici" si intende in definitiva l'insieme dei cristiani ad esclusione dei membri dell'ordine sacro e dello stato religioso sancito nella Chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono nella Chiesa e nel mondo la missione propria di tutto il popolo cristiano.
Il termine "laico", pur se nato in tale ambito, oggi però è utilizzato per indicare un aconfessionale, agnostico o ateo, il che provoca confusioni.

La Chiesa di Cristo, "anima mundi", secondo la lettera a Diogneto (II secolo d.C.), formata da fedeli del clero e laici, in piena comunione, svolge il servizio o "diaconia", vale a dire, per mezzo di Gesù Cristo, il Servo per eccellenza, serve Dio nel mondo e ha la funzione di luce delle genti come le riconosce il Concilio Vaticano II con la costituzione dogmatica "Lumen Gentium".
La Chiesa, infatti, è sacramento di Cristo, disegno salvifico universale del Padre in cui tutti i fedeli sono investiti del sacerdozio comune, profeti e missionari di Cristo nel mondo chiamati alla santità.

Ogni cristiano può, quindi, ben ripetere a ragione quanto nel Salmo 16,5-6: "Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita. Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi: la mia eredità è stupenda."

In questi due versetti vi sono tutti i termini che abbiamo visto su eredità e sorte:
  • "mia parte di eredità" "menat cholqi";
  • "mio calice" "kosi" ;
  • "nelle tue mani è la mia vita", in effetti, sarebbe da tradurre come "impugni" "tomik" , "la mia sorte" "gorali" ";
  • "la sorte" "chavalim" ;
  • "la mia eredità" "nachalat" .
Questo versetto illumina il senso del "calice" di cui parla Gesù:
  • Matteo 26,27 e paralleli - "Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: Bevetene tutti...";
  • Marco 14,36 e paralleli - "Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu";
  • Giovanni 18,11 - "Gesù allora disse a Pietro: Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?".
Lo stesso calice, la stessa sua eredità è quella di chi partecipa alla sua eucarestia e beve al suo stesso calice.
Gesù, infatti, disse a chi gli chiedeva privilegi: "Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?"... e poi "Il mio calice, lo berrete..." (Matteo 20,20ss)

IL NUOVO TESTAMENTO E L'EREDITÀ
Nei libri del Nuovo Testamento della Bibbia l'aspirazione all'eredità dai beni terreni si eleva verso la ricerca del possesso di qualcosa più duraturo.
Si viene esplicitamente ad aspirare all'eternità, non come possedimento eterno, ma come uno stato dell'essere.
In linea con l'insegnamento di Gesù si ricerca un'eredità spirituale.

Nel "discorso della montagna, infatti, Gesù ammonisce: "Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano." (Matteo 6,19-20)

In tali libri "eredità" e derivati si trova citata per 53 volte con tale ripartizione:
  • Vangeli sinottici 13 volte;
  • Atti degli Apostoli 3 volte;
  • Lettera agli Ebrei 10 volte;
  • Lettere di San Paolo 23 volte;
  • Lettera 1Pietro 3 volte;
  • Apocalisse 1 volta.
Andiamo a esaminare nel dettaglio cosa vi è detto e insegnato.

Vangeli sinottici
Le 13 volte sopra indicate si ripartiscono nel seguente modo tra i tre Vangeli:
  • Matteo 4 volte;
  • Marco 2 volte;
  • Luca 4 volte.
In Matteo si ha:
  • Matteo 5,5 - "Beati i miti, perché avranno in eredità la terra."
  • Matteo 19,29 - "Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna."
  • Matteo 21,38 - "Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!" (Luca 20,14; Matteo 21,38; Marco 12,7).
  • Matteo 25,34 - "Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo..."
In Marco si ha:
  • Marco 10,17 - "Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?"
  • (Marco 12,7; Matteo 21,38)
In Luca si ha:
  • Luca 10,25; Luca 18,18; Marco 10,17; Matteo 21,38
  • Luca 12,13-15 - "Uno della folla gli disse: Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità. Ma egli rispose: O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi? E disse loro: Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede."
  • (Luca 20,14; Matteo 21,38; Marco 12,7)
La ricerca dei Sinottici è tesa, quindi, essenzialmente all'eredità del Regno e della vita eterna che lì si vive.

Atti degli Apostoli
Le 3 volte che vi si parla di eredità lo è per bocca di San Paolo. Questi, per 2 volte su 3 avvisa che l'eredità di Cristo compete grazie alla santificazione che da Lui proviene:
  • Atti 13,18-20 - "Quindi sopportò la loro condotta per circa quarant'anni nel deserto, distrusse sette nazioni nella terra di Canaan e concesse loro in eredità quella terra per circa quattrocentocinquanta anni."
  • Atti 20,32 - "E ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l'eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati."
  • Atti 26,17 - "Ti libererò dal popolo e dalle nazioni, a cui ti mando per aprire i loro occhi, perché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, e ottengano il perdono dei peccati e l'eredità, in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me."
Lettera agli Ebrei
Le 10 citazioni:
  • Ebrei 1,1-4 - "Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell'alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato."
  • Ebrei 1,13s - "E a quale degli angeli poi ha mai detto: Siedi alla mia destra, finché io non abbia messo i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi? Non sono forse tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati a servire coloro che erediteranno la salvezza?"
  • Ebrei 6,11s - "Desideriamo soltanto che ciascuno di voi dimostri il medesimo zelo perché la sua speranza abbia compimento sino alla fine, perché non diventiate pigri, ma piuttosto imitatori di coloro che, con la fede e la costanza, divengono eredi delle promesse."
  • Ebrei 6,17 - "Perciò Dio, volendo mostrare più chiaramente agli eredi della promessa l'irrevocabilità della sua decisione, intervenne con un giuramento..."
  • Ebrei 9,5 - "Per questo egli è mediatore di un'alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l'eredità eterna che era stata promessa."
  • Ebrei 11,7-10 - "Per fede, Noè, avvertito di cose che ancora non si vedevano, preso da sacro timore, costruì un'arca per la salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e ricevette in eredità la giustizia secondo la fede. Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso."
  • Ebrei 12,17 - "E voi ben sapete che in seguito, quando (Esaù) volle ereditare la benedizione, fu respinto: non trovò, infatti, spazio per un cambiamento, sebbene glielo richiedesse con lacrime."
La fede procura l'eredità e questa risiede nella Nuova Gerusalemme "la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso."

Lettere di San Paolo
In 6 delle 13 lettere di San Paolo si trovano nel complesso 23 citazioni così suddivise:
  • 1Corinzi, 4 volte;
  • Colossesi, 1 volta;
  • Efesini, 5 volte;
  • Galati, 6 volte;
  • Romani, 6 volte;
  • Tito, 1 volta.
Lettera 1Corinzi
  • 1Corinzi 6,9s - "Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né depravati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio."
  • 1Corinzi 15,50 - "Vi dico questo, o fratelli: carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che si corrompe può ereditare l'incorruttibilità."
Lettera ai Colossesi
  • Colossesi 3,23s - "Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che dal Signore riceverete come ricompensa l'eredità."
Lettera agli Efesini
  • Efesini 1,11s - "In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati - secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà - a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo."
  • Efesini 1,13s - "...avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità..."
  • Efesini 1,18 - "...illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi..."
  • Efesini 3,6 - "...le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo."
  • Efesini 5,5 - "Perché, sappiate bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro - cioè nessun idolatra - ha in eredità il regno di Cristo e di Dio."
Lettera ai Galati
  • Galati 3,18 - "Se infatti l'eredità si ottenesse in base alla Legge, non sarebbe più in base alla promessa; Dio invece ha fatto grazia ad Abramo mediante la promessa."
  • Galati 3,29 - "Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa."
  • Galati 4,1 - "Dico ancora: per tutto il tempo che l'erede è fanciullo, non è per nulla differente da uno schiavo, benché sia padrone di tutto..."
  • Galati 4,6s - "E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio."
  • Galati 4,30 - "Però, che cosa dice la Scrittura? Manda via la schiava e suo figlio, perché il figlio della schiava non avrà eredità col figlio della donna libera."
  • Galati 5,19-21 - "Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio."
Lettera ai Romani
  • Romani 4,13s - "Infatti non in virtù della Legge fu data ad Abramo, o alla sua discendenza, la promessa di diventare erede del mondo, ma in virtù della giustizia che viene dalla fede. Se dunque diventassero eredi coloro che provengono dalla Legge, sarebbe resa vana la fede e inefficace la promessa."
  • Romani 4,16 - "Eredi dunque si diventa in virtù della fede..."
  • Romani 8,16s - "Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria."
Lettera a Tito
  • Tito 3,4-7 - "Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un'acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, affinché, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna."
Lettera 1Pietro
Le 3 citazioni:
  • 1Pietro 3,3s - "Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un'eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi..."
  • 1Pietro 1,18 - "Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia."
  • 1Pietro 3,9 - "Non rendete male per male né ingiuria per ingiuria, ma rispondete augurando il bene. A questo infatti siete stati chiamati da Dio per avere in eredità la sua benedizione."
Apocalisse
1 citazione:
  • 21,5-7 - "E Colui che sedeva sul trono disse: Ecco, io faccio nuove tutte le cose. E soggiunse: Scrivi, perché queste parole sono certe e vere. E mi disse: Ecco, sono compiute! Io sono l'Alfa e l'Omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell'acqua della vita. Chi sarà vincitore erediterà questi beni; io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio."

Questa perla con cui termina la presentazioni del tema "eredità" negli scritti del Nuovo Testamento ossia il "vincitore erediterà... io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio." fa venire alla mente la frase che dice il padre al figlio maggiore nella parabola detta del "figliol prodigo" in Luca 15,11-32 "Tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio, è tuo".

Quel padre è figura di Dio Padre e quei figli sono due tipi di uomini, quindi comunque peccatori che non comprendono quanto li ami il Padre, il tipo fariseo, il maggiore, che si presenta come puro e il secondo tipo pubblicano che è palesemente peccatore e frequenta gli stranieri.

Ciò è del tutto in linea con il lascito spirituale di Gesù che consegnò dopo l'ultima cena agli apostoli come riferisce il Vangelo di Giovanni quando il Signore disse: "Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà." (Giovanni 16,12-15)

La gioia perfetta del Figlio Unigenito, il Vero Giusto, è stare sempre col Padre uniti dal legame dall'amore eterno.
È questa l'eredità che riceve anche chi da Lui è giustificato e diviene coerede di Cristo.

IL POSSEDERE E AMARE
Sappiamo che tutto ciò che l'uomo possiede sulla terra lo deve lasciare ad altri.
Al riguardo, dice Gesù nel discorso della montagna: "...dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore." (Matteo 6,21)

Ecco che il possedere assume un aspetto nuovo.
Il cuore implica l'amore, ma sappiamo che questo è un termine sfruttato, banalizzato, spesso male interpretato proprio quando si mischia con i sentimenti sporcati dal desiderio di possesso.
Ecco che si apre tutto il tema di "avere o essere" nel quale l'uomo cade purtroppo troppo spesso nel campo dell'avere inquinando ogni nobiltà di quel sentire che, di fatto, se è puro è divino e supera la morte come dice il Cantico dei Cantici 8,6 "...forte come la morte è l'amore..." per cui ne discende che tutto quanto facessimo per amore vero è di Dio e a Lui non può che tornare.
Un amore del genere non c'era sulla terra.
L'umanità sin dalle origini ha preferito di ricercare la vita "mangiandola", quindi, possedendola, piuttosto che viverla con Lui che è la "Vita" vera; ma all'uomo senza Dio la vita gli scappa delle mani e muore.

Questa è la sintesi del famoso "midrash" di Genesi 3 ove si dice del "peccato originale"; il possesso e il desiderio di possedere, infatti, assumono aspetti demoniaci e i Vangeli parlano di posseduti dal maligno.

Adamo è il primo Homo Sapiens Sapiens che ha creduto nell'esistenza di Dio, ne ha fatto esperienza, ci ha parlato faccia a faccia, ed è quindi il capostipite dei monoteisti e dei peccatori, perché poi fece Pietro con Gesù, lo tradì.
L'Homo Sapiens Sapiens che non ammette l'esistenza di Dio, non lo cerca e non conosce cosa è la negazione di Dio, cioè il peccato... pur se ovviamente li commette lo fa con indifferenza, mangia di tutto pur di arrivare alla "conoscenza" senza distinzioni tra bene e male.
Di fatto per il Sapiens Sapiens, importante, di fatto, è solo la vita che conosce, quella di e in questo mondo; conferma con il proprio comportamento che è un animale razionale evoluto al massimo livello, ma non può fare il salto alla Fede che richiede un intervento creativo da parte di Dio.
Adamo è più di un semplice Sapiens, con tutti i Sapiens che ci vogliamo aggiungere, infatti, ha intimamente unito alla propria carne la problematica di Dio che lo chiama ad una vera evoluzione... a un salto di realtà, dall'umano al divino; nasce tra i Sapiens, ma Dio gli dà il Suo Spirito.
Ciò, come suggerisce la Bibbia, è avvenuto soltanto nel 3700 a.C. o giù di lì, quando una coppia Sapiens Sapiens ricevette un embrione di fede. Motto del Sapiens è la sintesi filosofica "Cogito ergo sum".

Ciò che è carente nell'uomo, invece, è l'amare.
L'uomo nuovo che Dio intende portare a compimento ha ben altre mire.
Alla pienezza dei tempi, preparati e maturati dalla storia, dopo la rivelazione a un popolo scelto per introdurre la Sua conoscenza nel mondo, Dio fece nascere l'Amore, una persona concreta, crocifissa e uccisa dalla mancanza d'amore che, risorgendo, ha però lasciato il Suo spirito e questo è il "possesso" e "l'eredità" cui dobbiamo ambire che non ci verrà, mai più sottratto.
Adamo è chiamato a un ulteriore passo, all'Amo ergo Sum.
Di ciò l'uomo deve farne esperienza come Gesù Cristo, figlio di Adamo, che questo passo l'ha fatto, ed "È" veramente, infatti è "Colui che È".

Nel Nuovo Testamento "possesso, possedere e simili", senza includere il più ampio prendere, si trova per 32 volte di cui 14 nei Vangeli ove per 9 volte si parla di "posseduti" dal maligno, 4 negli Atti, 6 nelle lettere di San Paolo 6, nelle altre lettere compresa quella agli Ebrei 5 volte e 3 nell'Apocalisse.

Sull'avere o essere è importante quanto in Matteo 19,16-22 (Marco 10,17-22): "Ed ecco, un tale si avvicinò e gli disse: Maestro, che cosa devo fare di buonoper avere la vita eterna? Gli rispose: Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti. Gli chiese: Quali? Gesù rispose: Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso. Il giovane gli disse: Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca? Gli disse Gesù: Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi! Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze."

Quel giovane aveva un concetto errato che rivela quel "che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?"; la vita eterna è uno stato dell'essere, non un possesso, ossia un "cammino" con Lui che è la Vita, infatti, Gesù gli dice "Se vuoi entrare nella vita..."

Una lezione che da Gesù sull'importanza di "amare" rispetto al "possedere" appare con evidenza da quanto al capitolo 12,18-31 del Vangelo di Marco, quando alcuni sadducei che negavano la risurrezione presentano il caso capzioso di una donna che per legge del levirato fu sposata successivamente da sette fratelli ciascuno alla morte del precedente.

Domandarono Gesù Gesù "Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie?" che rispose: "...siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli."

A questo punto si avvicinò uno scriba e domandò: "Qual è il primo di tutti i comandamenti? Gesù rispose: Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c'è altro comandamento più grande di questi." e continuò: "Non sei lontano dal regno di Dio."

Possesso importante è la testimonianza di Gesù se porta a combattere con Lui il combattimento escatologico, infatti, dice l'Apocalisse 12,17: "Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a fare guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù. E si appostò sulla spiaggia del mare."

La spiaggia del mare è trincea del campo nemico ove vivono i mostri marini, signori del male; nel racconto della creazione, infatti, sono i grandi mostri marini (Genesi 1,21) i "taninim ghedolim", l'unica specie oltre l'uomo distinta tra pesci, uccelli, animali vari.

Tra quei "taninim" la tradizione ebraica vi annovera il Leviatan.
Del resto il mare indica l'instabilità dell'orgoglioso Leviatano, ma Dio ha posto al mare una barriera come ricorda Giobbe 38,11 quando dice: "Fin qui giungerai e non oltre e qui s'infrangerà l'orgoglio delle tue onde."

Non si entrare nel regno dei cieli per meriti ma solo grazie all'amore quello è il vero conoscere biblico che il Signore ha nei nostri riguardi.
Lui chiede una risposta adeguata ossia chi è amato se intende rispondere risponda con amore e vale il proverbio tratto "De rebus memorandis" del Petrarca: "Amor con amor si paga..." che prosegue con "...chi con amor non paga, degno di amar non è."

Al riguardo anche il perdono dei peccati dipende dall'amore, infatti, si trova in Luca 7,47: "...quello a cui si perdona poco, ama poco."

Conclude poi il discorso della montagna: "Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demoni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi? Ma allora io dichiarerò loro: "Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l'iniquità!" (Matteo 7,21-23)

Appena interviene l'amore come risposta allo Spirito di Cristo consegnato col Battesimo, alimentato dalla vita cristiana dagli altri Sacramenti, ecco che quanto abbiamo visto scritto nel Levitico in 25,23b: "...la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti" non vale più.

La lettera di San Paolo agli Efesini, infatti, al proposito ci rassicura con la buona notizia: "...voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d'angolo lo stesso Cristo Gesù. In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito."

a.contipuorger@gmail.com

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