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POPOLO IN DIASPORA
di Alessandro Conti Puorger

UN POPOLO TRA L'EUFRATE E IL NILO
Attorno al 4.000 a.C., nel "mondo conosciuto" chiamato dagli antichi greci "Ecumene", "", ossia "dove si abita", due grandi popoli e civiltà cominciavano a sorgere, gli Egizi e i Sumeri.


V secolo a.C. Ecumene secondo Erodoto

Il popolo di cui intendo dire, invece è quello dei discendenti di Abramo, personaggio che secondo la Bibbia è vissuto attorno al 2000 a.C., quando quelle civiltà erano in pieno sviluppo.
Questi, com'è noto, è il padre nella fede delle religioni dette abramitiche: Ebraismo, Cristianesimo, Islamismo.
Abramo era un ebreo e tali sono anche tutti i suoi discendenti che si dividono in due rami principali e tanti rami minori, nati dai figli avuti con:
  • Sara, la moglie che era sterile dalla quale per precisa volontà di Dio nacque Isacco, padre di Israele, da cui viene il ramo degli Israeliti;
  • Agar, la serva egiziana di Sara, dalla quale nacque Ismaele, quindi, il ramo degli Ismaeliti;
  • Ketura, sposata dopo la morte di Sara, quindi in tardissima età dalla quale nacquero i figli cadetti, tra cui Madian (Genesi 25).
Uno tra gli avi di Abramo fu Eber (Genesi 10,24).
Questi nacque dopo il diluvio, fu il 12° nella linea dei primogeniti di Set, figlio della prima coppia dei progenitori, Adamo, e il 4° della linea dei primogeniti di Noè, quindi, fu la terza generazione di Sem, figlio di Noè.

Il nome Eber, in ebraico "E'voer" , prepara proprio il nome del popolo, poi detto degli Ebrei, "I'vri" (Genesi 39,14) o "I'vrim" (Genesi 40,15), come risulta per la prima volta dal racconto di Giuseppe in Egitto.
Tale nome ha le stesse lettere del radicale del verbo dal significato vasto di "passare, attraversare, varcare, superare" che implica un andare oltre, fisico o etico, da cui derivano i termini di "margine, bordo, frontiera, sponda" e "al di là", da cui anche "passo o guado" che è "e'varah" .

Nasce la domanda: perché al di là? Come nasce quel nome?
A tale proposito vale ricordare il racconto del "diluvio" (Genesi 6-9) e la tavola dei popoli e delle lingue dei nati dai discendenti di Noè (Genesi 10) che prese terra con l'Arca in Anatolia sul monte Ararat, 5.137 metri, il più alto monte d'Europa, quindi, del mondo allora conosciuto cui segue in Genesi 11 nella piana della regione di Sinar l'episodio detto della "torre di Babele" e in Genesi 10,10-11, quando parla del mitico sovrano Nimrod, "valente nella caccia", discendente di Cam, quella località l'aveva citata, dicendo: "L'inizio del suo regno fu Babele, Uruch, Accad e Calne, nel paese di Sinar. Da quella terra si portò ad Assur e costruì Ninive, Recobòt-Ir e Calach, e Resen tra Ninive e Calach; quella è la grande città."
Sinar è poi menzionata pure in Giosuè 7,21; Isaia 11,11; Daniele 1,2 e Zaccaria 5,11 ove è usato come sinonimo di Babilonia.


Territorio tra Nilo e Eufrate scenario della Torah - In rosso la zona di Sinar

I geografi greci, invero, chiamarono con il nome di:
  • Mesopotamia, paese tra i due fiumi, la parte superiore della pianura, tra l'Eufrate e il Tigri;
  • Babilonia la parte inferiore tra i due fiumi fino al mare;
  • Assiria la regione dell'alto Tigri fin presso i monti dell'Armenia al nord e della Media all'est;
  • Susiana o Elam la regione sud a oriente oltre il Tigri, detta Choaspes ove c'era la citta di Susa ai tempi di Ciro.
La storia dice che quell'area di Sinar nel 4000. a.C. era sede dei Sumeri, abitanti di "Šumer", egiziano "Sangar", detti "ki-en-gir" da "ki" = terra, "en" = titolo, "gir" = colto, civilizzato, quindi, "luogo dei signori civilizzati", insediatisi nella Mesopotamia a sud, nell'odierno Iraq sud-orientale, zona di Babilonia dal 1500 a.C. in avanti.
I Sumeri con i contemporanei Egizi sono considerati le prime civiltà note sorte attorno al bacino del Mediterraneo, ossia del mondo conosciuto e, come gli Egizi, i Sumeri avevano una scrittura a base di pittogrammi, che portò alla scrittura cuneiforme e poi all'alfabeto ugaritico rinvenuto da tavolette della antica citta Ugarit, sulla costa continentale dell'antica Siria davanti a Cipro.


alfabeto ugaritico


tavoletta ugaritica

La scrittura assira o sumerica è in caratteri cuneiformi a forma di chiodi, di cunei orizzontali e verticali o a ferro di lancia per gli strumenti usati per incidere l'argilla umida a forma di saponetta su cui scrivevano e che poi veniva cotta.
Gli scritti su tavolette d'argilla ritrovati e decifrati degli antichi Assiri che vivevano a nord nel territorio più montuoso e "difficile" rivelano che erano rudi conquistatori e hanno mostrato che in Mesopotamia c'erano due linguaggi, l'assiro di Ninive e il sumero-accadico della Caldea con capitale a Babilonia, gente più pacifica.
La storia vede l'alternarsi del predominio di questi popoli, un popolo sull'altro:
  • primo impero caldeo, fino al XIV secolo a.C.;
  • primo impero assiro, fino al X secolo a.C.;
  • secondo impero assiro, da 1000 anni fino al 625 a.C.;
  • secondo impero caldeo, dal 625 al 533 a.C.
Ciò premesso, nel IV libro della Torah o Pentateuco, in Numeri 24,24 si viene a sapere che "Eber" era anche il nome di una regione al di là del grande fiume Eufrate, nella Bibbia ebraica il "Perat" e, allora, pare lecito arguire che il personaggio Eber, discendente di Noè, s'insediò proprio in quella zona oltre il fiume Eufrate.
Ivi, infatti, si troverà poi, in Ur, ad abitare la famiglia da cui nacque Abramo, il 6° nella linea dei suoi primogeniti; anzi Eber secondo i dati forniti dal libro della Genesi ai tempi di Abramo era ancora vivente.
Insomma, emigrando dall'Ararat, arrivati i suoi antenati in zona di Sinar, dispersi dal volere divino, Eber era andato aldilà dell'Eufrate per cominciare a uscire da quell'area infuocata e terra d'idolatria.
Del resto la famosa torre fu il segno sottolineato dalla Bibbia dell'anelito dell'umanità di allora che si affacciava alla finestra della "civiltà" di "farsi un Nome", cioè un idolo visibile da adorare, inizio di una deleteria globalizzazione arrogante che, in effetti, intendeva adorare solo se stessa.

Abramo, il cui nome allora era Abram, con la moglie Sara, allora ancora Sarai, viveva assieme al padre Terah e al fratello Nacor nella terra natale, Ur dei Caldei (Genesi 11,28), appunto in Mesopotamia, terra dei due fiumi, sulla sponda occidentale dell'Eufrate presso la confluenza col Tigri.

Vale la pena prendere nota delle lettere ebraiche che definiscono "Ur dei Caldei", "'Ur" "kaseddim" ove si notano le lettere del termine "demonio", poi le lettere le quali, secondo la vocalizzazione che è data (inserita nei testi della Bibbia solo nei primi secoli dell'era moderna), se come "'or", significano "luce" e se come "'ur", significano "fuoco, pira, rogo", quindi, fornace, poi "kaseddim" nell'Antico Testamento è termine usato per indicare "indovini e astrologi" e da questi alla magia nera poco ci passa.

Accadrà anche in questo mio articolo di trovare interpretazioni di parole ebraiche con l'uso dei significati grafici delle 22 lettere di quel alfabeto e tale modo di operare apre la comprensione di aspetti non immediati.
Tali lettere, infatti, sono anche icone in grado di trasmettere messaggi.
Al riguardo, si vedano:
Tenendo presente tale peculiarità delle lettere ebraiche, si possono ottenere seconde facce d'interi versetti e capitoli, sempre relative al Messia, finalità nascosta di tutta la Sacra Scrittura giudaica, come si può trovare nei miei numerosi articoli tutti nel mio Sito.

Abramo, quindi, abitava in un luogo d'idolatri, in territori demoniaci come in una fornace ardente e il complesso di quelle lettere suggeriscono per quel posto era un "rogo , un vaso di fuoco ; impedito era vivervi ".

L'idea di terra infuocata quale posto del demonio per il sito che sarà quello delle città storiche di Ninive e di Babilonia, luoghi di tanti cattivi ricordi tra l'VIII e il VI secolo a.C. per i discendenti di Abramo, appare poi in tutta evidenza nel racconto nel libro di Daniele al capitolo 3 detto dei "tre giovani nella fornace".

Il libro della Genesi al termine del capitolo 11,31-32 precisa: "Poi Terach prese Abram... Lot, figlio di Aran... e Sarai sua nuora... e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nel paese di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono... Terach morì in Carran."

Come Eber, anche Terach. padre di Abramo evidentemente aveva sentito l'impulso, certamente suscitato da Dio, d'emigrare e la meta è indicata in modo preciso, il paese di Canaan, ma con la famiglia si fermò a Carran ove nacque Aran, padre di Lot, ma la chiamata a proseguire in quella emigrazione fu riproposta da Dio ad Abramo in Genesi 12,1 quando: "Il Signore disse ad Abram: Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò"; Abramo allora aveva 75 anni (Genesi 12,4).

Il libro della Genesi nel capitolo 12 poi, come un volo d'uccello, racconta che Dio fece attraversare ad Abramo tutto il vasto territorio che poi gli dirà essere destinato alla sua discendenza tra l'Eufrate e il Nilo, lo portò in Egitto, poi gli fece riattraversare il Nilo per cui ecco che i suoi discendenti assumeranno a pieno titolo il nome di Ebrei, cioè come di coloro che "aldilà" dei fiumi Eufrate e Nilo.
La traversata avanti e indietro fu il segnale di un percorso allusivo e profetico.

Da Ur = "'Ur" = = fuoco, da cui Abram parte accompagnato da Dio arriverà fino al Nilo = , "sarà illuminato ", infatti, da lui poi "sarà la luce ", verrà il Messia, la vera Luce del mondo.

Al capitolo 15, poi è detto che: "In quel giorno il Signore concluse quest'alleanza con Abram: Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d'Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate; la terra dove abitano i Keniti, i Kenizziti, i Kadmoniti, gli Ittiti, i Perizziti, i Refaìm, gli Amorrei, i Cananei, i Gergesei e i Gebusei. " (Genesi 15,18-21)

L'alleanza vera di due che operano in sincerità e verità di fatto è come un matrimonio ove i bisogni di una parte sono anche dell'altra, quindi, una perfetta mutua collaborazione; sono come una persona sola che agisce per lo scopo comune.
Si dice che Abram, allora, volesse solo una discendenza e una terra come Dio che pure voleva un popolo e una terra che costituisse il trampolino di lancio per farsi conoscere dai tutti del mondo; entrambi, allora, erano alleati come in una guerra, per diradare le tenebre del mondo e recare la luce del Dio unico nelle menti e nei cuori per rinnovare profondamente l'umanità chiusa in se stessa, perché guidata dal più raffinato istinto animale, tesa all'affermazione del più forte.
Abramo doveva prepararne l'attesa, anche se per il momento non era ancora ben conscio di ciò che l'attendeva.
Le prime lettere in ebraico della parte di versetto in rosso di Genesi 15,18 sono:



Tali lettere lette con le regole di decriptazione di "Parlano le lettere" e con i significati grafici delle stesse nelle schede relative che si ottengono cliccando sui loro simboli a destra delle pagine di questo mio Sito, forniscono il seguente pensiero:

"A casa sarà a portarsi dei viventi del mondo Lui .
In un agnello prescelto il Signore verrà ().
Di un primogenito dentro nel corpo vivrà da cibo () per tutti ."

E, in definitiva tutto di seguito si ottiene:

"A casa sarà a portarsi dei viventi del mondo Lui.
In un agnello prescelto il Signore verrà.
Di un primogenito dentro nel corpo vivrà da cibo per tutti.
"


I due confini

Come ho riportato in "La luce del Dio Unico - un bagno nel Nilo", di cui questo articolo in un certo senso è la prosecuzione, in Genesi 15,18 per "fiume d'Egitto" si trova il "nahar Mitsarim" e tale dire per Targum Yonatan alluderebbe al Nilo, ma tale opinione è ritenuta minoritaria, in quanto, il Nilo secondo il testo è da ritenere come confine, invece il Nilo fu sempre centrale nel territorio degli Egizi.
Al proposito però è da tener conto di quanto dicono:
  • Giosuè 13,3 - sulle terre rimaste da occupare oltre i distretti dei Filistei e tutto il territorio dei Ghesuriti, "dal Sicor, di fronte all'Egitto, fino al territorio di Ekron, a settentrione, zona considerata cananea; i cinque principati dei Filistei - Gaza, Asdod, Àscalon, Gat ed Ekron - e gli Avviti";
  • 1Cronache 13,5 - "Davide convocò tutto Israele, da Sicor d'Egitto fino all'ingresso di Camat, per trasportare l'arca di Dio da Kiriat-Iearìm."
Tale corso d'acqua il "nahar Mitsarim" sarebbe allora il canale Sicor, "Shichor" identificato con l'attuale Wadi Al Arish, proprio al confine tra Egitto e Israele, circa 145 Km a est del canale di Suez che ho indicato nella carta sopra riportata con con i confini a oriente e ad occidente del territorio promesso ad Abramo, territorio che comprendeva anche la Fenicia.

Alleanza è "berit" e quei due fiumi sono i confini, i limiti per il popolo degli Ebrei o "I'vri" e quando devieranno dall'alleanza si troveranno in Egitto o a Ninive o a Babilonia.

Egitto Babilonia

Lette da destra a sinistra di seguito le lettere di questo schema - - paiono rivelare quale sia il connesso recondito pensiero, insomma dicono cosa avviene allo "sviare () dall'alleanza ".
Il popolo ebraico quando svia, verbo il cui radicale in ebraico è "dai confini si vede uscire ", dall'alleanza "berit" , va a succedere che si trova in Egitto o a Ninive o in Babilonia; così del resto è storicamente avvenuto.
Tale schema si può poi modificare come in appresso:

Fiume d'Egitto Eufrate

Leggendo come prima, da destra a sinistra di seguito le lettere di questo ulteriore schema, si ottiene il seguente risultato: "Del Verbo nel corpo di un prescelto Ebreo vi sarà l'energia , lo partorirà () la madre . Scenderà nel corpo a stare il Vivente ".

Tutta la storia dell'ebraismo è profondamente solcata da questa problematica che ha portato a quel popolo tante sofferenze che hanno avuto l'effetto di potare l'albero nato dal ceppo di Abramo e farne scaturire semi che sono stati seminati in tutto il mondo e hanno portato frutti preziosi per l'umanità.
Da quel ceppo nasce tra il dono delle Sacre Scritture della Tenak, i libri dell'Antico Testamento in ebraico, tutti accolti e inseriti nella Bibbia cristiana che hanno preparato la buona notizia dei Vangeli, di Dio fattosi uomo nell'ebreo, Gesù di Nazaret.
Tutti i figli nella fede di Abramo essendo tutti tesi all'aldilà, in quanto, desiderano il Regno del Re del Cielo, in ebraico sarebbero spiritualmente compresi nel termine di "ebrei".

ESILI E DIASPORE
Il frutto delle Sacre Scritture giudee - cristiane non ci sarebbe stato se il popolo ebraico non avesse subito quelli che sono stati gli esili e/o "diaspore".
"Diaspora" è una parola di origine greca che deriva dal verbo "" che letteralmente significa "disseminare, seminare, spargere" e si applica a un popolo che tutto o in parte abbandona la sede d'origine per costrizione o bisogno.
La diaspora più nota è quella degli ebrei, ma ci sono state anche altre diaspore l'africana, l'armena, la tibetana...

La prima e più antica diaspora nota, infatti, è quella degli ebrei inseriti dagli storici tra le popolazioni chiamate "Habiru", nomadi senza terra che vagavano tra Siria e Egitto alla cerca di pascoli per le loro greggi che mossi dal bisogno si portavano nei luoghi produttori di cereali.
Per una carestia ai tempi dell'ebreo Giacobbe - Israele ci fu il trasferimento della sua famiglia, 72 persone in tutto, in Egitto come narrato nel libro della Genesi nei capitoli 37-50, quando il figlio Giuseppe venduto dai "fratelli" come schiavo, fu portato in Egitto, ma aiutato da Dio, grazie al dono dell'interpretazione dei sogni, ne divenne visir, perdonò i congiunti, li fece venire e risiedere in Egitto nelle terre grasse di Goshen a destra del delta del Nilo.
Dopo Giuseppe l'atteggiamento dei faraoni nei confronti degli Ebrei mutò e subirono oppressioni e schiavitù finché per gran parte dei discendenti di Israele e molti aggregatisi, quattro secoli dopo ci fu "l'uscita dall'Egitto", ossia la "yetziat mitzraim" attribuita al "braccio potente" di Dio e iniziò la "rivelazione" che suscitò la "Torah", il nocciolo duro delle Scritture.
Sotto l'aspetto profetico da quel popolo è venuta una benedizione per il mondo, simile a un grappolo di uva preziosa che produce un nettare divino.

Il Salmo 80 attribuito nel primo versetto a Asaf, a tale riguardo in 9-12 canta: "Hai divelto una vite dall'Egitto, per trapiantarla hai espulso i popoli. Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici e ha riempito la terra. La sua ombra copriva le montagne e i suoi rami i più alti cedri. Ha esteso i suoi tralci fino al mare e arrivavano al fiume i suoi germogli."

Asaf, figlio di un Levita, in effetti, era un veggente e cantore al Tabernacolo ai tempi di Re David, citato in 1Cronache 6,24; 9,15; 15,17.19; 16,5-7.37; 25,1-2.6; 2Cronache 5,12; 20,14; 29,13.30; Neemia 7,44; 11,17.22; 12,35.46 e Esdra 2,41, ma anche esecutore musicale dei salmi di David, che accompagnava col cembalo, e compositore per cui il suo nome compare su dodici salmi, 50 e 73-83, alcuni dei quali però, come appunto l'80, tradiscono età più tarda.
Quel Salmo 80, in effetti, lamenta lo di stare in esilio come si comprende dai versetti 8 e 10 in cui ripete: "Dio degli eserciti, fa che ritorniamo, fa splendere il tuo volto e noi saremo salvi".

Quel popolo degli Ebrei, da cui nasce il ramo degli Israeliti, sfrondato nel tempo dagli esili, è proprio come una vigna, e tale allegoria sarà poi ripresa da Gesù in Giovanni 15, quando si definisce la "vera vite"; del resto il Concilio Vaticano II, ha dato questa bella definizione del libro del Salterio: "I salmi sono la voce stessa della sposa - la Chiesa che parla al suo sposo - il Cristo."
Ogni esilio o diaspora di quel popolo, di fatto, ne ha provocato una spremitura, benedizione per il mondo con frutti alla lunga; del resto avendo il Signore con lui fatto un'alleanza eterna, ne suscita meriti particolari.
In ebraico "esilio" come "deportazione", "confino", quindi, anche "deportati, esiliati" si dice "galut" e si scrive dal verbo che ha il duplice significato di "scoprire, svelare, rivelare" e di "essere esiliato, essere deportato".
L'andare in esilio come conseguenza comporta, infatti, anche il farsi conoscere, il rivelare ad altra gente di come è il deportato.
Da solo il bi-lettere ha più significati:
  • "gal" mucchio, cumulo di pietre di confine, rovine, discarica, onda, battigia, flutto;
  • "gel" sterco, letame;
  • "galgal" è "ruota", "gulgoloet" è "cranio" (il Golgota dei Vangeli);
  • "gelilah" per "circondario, comprensorio" di una città o di una regione da cui Galilea delle Genti, estremità nord della terra promessa.
Perciò il è qualcosa che scorre, cammina con potenza, guizzando , quindi, appunto, una ruota, un cavallone, un'onda, ma anche qualcosa che viene allontanato rapidamente, un prodotto marginale, un residuo, un cascame, un resto, un rifiuto, una spazzatura e, allora, un esiliato è simile a "un rifiuto portato al confine .
Per chi ha fede in Dio è un "camminare per - con il Potente " che provoca l'esilio, in quanto, è padrone della storia, ma non abbandona, anche Lui, Dio, va in esilio con lui che "in cammino li accompagna () al confine ".

Nel caso dei racconti biblici, infatti, il soggetto che provoca l'esilio, è sempre il Signore, motore della storia che per rivelarsi ad altri popoli si porta ai confini con il residuo del suo popolo alleato che, provato come nel fuoco di una fornace, presenta un resto sempre più raffinato.
Penso che San Paolo nello scrivere queste parole in 1Corinzi 4,9-13 relative al ministero dell'annuncio del Vangelo si riferisse proprio ai termini di esilio dalla patria e di rifiuto e spazzatura : "Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all'ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo dati in spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo percossi, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi."

La condizione storica di aver subito esili, deportazioni, diaspore e persecuzioni in più tempi prima e dopo Cristo ha certamente forgiato quel popolo fino alla nascita nel XX secolo del moderno Stato di Israele.
Si possono annoverare i principale seguenti eventi:
  • le origini e la migrazione in Egitto, XVI-XIII secolo a.C.;
  • l'esilio assiro di quelli del regno del Nord VIII secolo a.C.;
  • la cattività babilonese di quelli del regno del Sud VI secolo a.C.;
  • la grande diaspora ad opera dei romani, I-II secolo d.C.;
  • le persecuzioni anti-ebraiche nel Medioevo e in età moderna;
  • antisemitismo e sionismo nel XIX secolo;
  • la "shoah".
Peggiori erano le condizioni, più forte diventava nel popolo l'attesa e la speranza della venuta del Messia che l'avrebbe riportato in Terrasanta.
Si formò e s'irrobustì la fede nella venuta del Messia quando il popolo ebraico, comprese le dieci tribù perdute con l'esilio Assiro, si radunerà da ogni parte del mondo a Gerusalemme ove ci sarà il "raduno degli esiliati", il "kibbuts galuyyot".
Attendono che il raduno sia provocato dal profeta Elia che radunerà tutti al suono dello Shofar e alla risurrezione dei morti che seguirà i cadaveri usciranno rotolando dalle tombe e dovunque sono per canali sotterranei sbucheranno in terra d'Israele ecco perché gli ebrei cercano di venire sepolti sotto Gerusalemme fuori dalle mura davanti al Monte degli Ulivi.
Attendono quanto i cristiani ritengono avvenuto con Gesù di Nazaret che ha aperto il tempo finale, "Il tempo è compiuto. Convertitevi e credete al Vangelo" (Marco 1,15) per cui Elia è gia' venuto con Giovanni Battista e resta da attendere la seconda venuta del Messia nella gloria.
Molti ebrei ritengono il tempo dell'olocausto nazista sia stato l'atto preparatoria di apertura al raduno dei rifugiati verso l'attuale stato d'Israele quindi l'inizio del tempo che annuncia la venuta del Messia.
Gli ebrei attualmente sono ancora un popolo in "diaspora" che grazie a quel sacrificio ha avuto da Dio uno stato proprio, minacciato da ogni parte; attualmente - 2018 - gli ebrei in Israele sono circa 5,5 milioni e nel mondo 13 milioni, per cui dopo 60 anni dalla nascita dello stato d'Israele 8 il 58,50% è ancora in "diaspora" nel mondo.

La loro speranza si basa sulla profezia del profeta Ezechiele 37,21-28: "Così dice il Signore Dio: Ecco, io prenderò i figli d'Israele dalle nazioni fra le quali sono andati e li radunerò da ogni parte e li ricondurrò nella loro terra: farò di loro un solo popolo nella mia terra, sui monti d'Israele; un solo re regnerà su tutti loro e non saranno più due popoli, né saranno più divisi in due regni. Non si contamineranno più con i loro idoli, con i loro abomini e con tutte le loro... Il mio servo Davide regnerà su di loro e vi sarà un unico pastore per tutti; seguiranno le mie norme, osserveranno le mie leggi e le metteranno in pratica. Abiteranno nella terra che ho dato al mio servo Giacobbe. In quella terra su cui abitarono i loro padri, abiteranno essi, i loro figli e i figli dei loro figli, per sempre; il mio servo Davide sarà loro re per sempre. Farò con loro un'alleanza di pace; sarà un'alleanza eterna con loro. Li stabilirò e li moltiplicherò e porrò il mio santuario in mezzo a loro per sempre. In mezzo a loro sarà la mia dimora: io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Le nazioni sapranno che io sono il Signore che santifico Israele, quando il mio santuario sarà in mezzo a loro per sempre."

Tale speranza coincide con quella cristiana che però vede il regno futuro di Davide come "il Regno dei Cieli".
Gli esili furono interpretati in due modi, non contrastanti tra loro:
  • punizione dei peccati del popolo per idolatria, spargimenti di sangue e peccati contro la morale soprattutto matrimoniale;
  • modo usato dal Signore per far conoscere lo spirito della Torah ai popoli lontani.
Sostengono anche che la distruzione del secondo Tempio al tempo dei romani ci fu per l'odio intenso che allora nutrivano gli israeliti.
Mentre i cristiani nel medioevo e anche dopo hanno pensato che gli esili e la diaspora d.C. degli ebrei era da attribuire a punizione per il non riconoscimento del Cristo, i pensatori di Israele hanno visto nel proprio popolo il servo sofferente di Isaia 53 che con gli esili espiava i peccati del mondo; insomma, Dio si associava alle sofferenze d'Israele e la sua Shekinah o "Presenza" era con loro.
Dopo l'esilio di Babilonia la vera "diaspora" fu quella dopo la distruzione nel 70 d.C. del Tempio che fece fiorire importanti centri raduni di ebrei che diffondevano la propria cultura in Babilonia, Alessandria e Roma e nell'ecumene.
Il Talmud fu proprio frutto della "diaspora"
Tra gli ebrei provenienti dalla diaspora del medioevo si distinsero i gruppi degli:
  • Ashkenaziti (da Aschenaz Genesi 10,3) di religione giudaica, parlanti l'Yddish affine al tedesco, che vivevano in Renania e Palatinato, insomma nel Sacro Romano Impero, comunità che si erano formate per l'arrivo, tra il VII e IX secolo di ebrei che lasciavano la Palestina per le imposizioni degli Arabi; aiono derivare dal Kazari del caucaso, hanno particolari rituali, usi, liturgia e architettura delle sinagoghe e Ashkenazita a Venezia fu il più antico - 1516 - ghetto d'Europa.
  • Sefarditi (da "sefard" per Spagna), ebrei di origine portoghese e spagnola che si sparsero nel Nord Africa, nell'Impero Ottomano e in parte in Sud America, in Italia soprattutto in Friuli e in Olanda dopo l'espulsione dalla penisola iberica avvenuta alla fine del XV secolo a cui si aggiunsero i Marrani ossia i forzatamente fatti convertire al cristianesimo dagli spagnoli. Usavano un linguaggio particolare detto Ladino; il famoso rabbino detto Maimonide era un sefardita.
A NINIVE PRESSO GLI ASSIRI
Salomone dopo la morte di Davide regnò per 40 anni a Gerusalemme tra il 970 e il 930 a.C. e il suo regno è ricordato come un tempo mitico da età dell'oro, quando fu edificato il primo Tempio ove fu posta l'arca dell'alleanza.
Tale re è ricordato per saggezza e ricchezza del suo regno e si legge in 1Re 10,23s: "Il re Salomone superò, dunque, per ricchezza e saggezza, tutti i re della terra. In ogni parte della terra si desiderava di avvicinare Salomone per ascoltare la saggezza che Dio aveva messo nel suo cuore."
È noto il racconto della regina di Saba che dall'Etiopia venne a trovarlo attratta dalla sua sapienza.
(Vedi: "La regina del Sud e Salomone")

Lo stesso libro 1Re in 11,1-8 però licenzia in questo modo le sue vicende: "Il re Salomone amò molte donne straniere, oltre la figlia del faraone: moabite, ammonite, edomite, di Sidone e ittite, provenienti dai popoli di cui aveva detto il Signore agli Israeliti: Non andate da loro ed essi non vengano da voi, perché certo faranno deviare i vostri cuori dietro i loro dei. Salomone si legò a loro per amore. Aveva settecento principesse per mogli e trecento concubine; le sue donne gli fecero deviare il cuore. Quando Salomone fu vecchio, le sue donne gli fecero deviare il cuore per seguire altri dei e il suo cuore non restò integro con il Signore, suo Dio, come il cuore di Davide, suo padre. Salomone seguì Astarte, dea di quelli di Sidone, e Milcom, obbrobrio degli Ammoniti. Salomone commise il male agli occhi del Signore e non seguì pienamente il Signore come Davide, suo padre. Salomone costruì un'altura per Camos, obbrobrio dei Moabiti, sul monte che è di fronte a Gerusalemme, e anche per Moloc, obbrobrio degli Ammoniti. Allo stesso modo fece per tutte le sue donne straniere, che offrivano incenso e sacrifici ai loro dei."

Fu così che il Signore si sdegnò con Salomone e gli apparve due volte comandandogli di non seguire altri dei.
La conclusione fu che "disse a Salomone: Poiché ti sei comportato così e non hai osservato la mia alleanza né le leggi che ti avevo dato, ti strapperò via il regno e lo consegnerò a un tuo servo." (1Re 11,11) e avvenne proprio in tal modo.

Per corruzioni nella corte un certo Geroboamo figlio di un funzionario della tribù di Efraim, sotto l'impulso di un profeta Achia (1Re 11,26-39) detto lo Shilonita si ribellò apertamente, poi fuggì e si rifugiò in Egitto presso il faraone Shishak.

Dietro tutto ciò credo ci fosse l'interesse sacerdotale, infatti, Shilo o Silo era il luogo ove fu posta l'Arca dopo la conquista della Terra Promessa ai tempi di Giosuè ed evidentemente Achia mal sopportava la sostituzione del culto a Gerusalemme e fomentò Geroboamo profetizzandogli una possibile vittoria.
Alla morte di Salomone Geroboamo tornò dall'Egitto e accese la ribellione contro Roboamo, figlio di Salomone, il legittimo erede al trono e il regno fu diviso.


I due regni

Il motivo agitato da Geroboamo per indurre il popolo alla rivolta furono le tasse elevate che lo gravavano per le grandi costruzioni intraprese da Salomone - mura di Gerusalemme, reggia, scuderie e Tempio.
Il popolo insorse chiedendone la riduzione, ma Roboamo non accettò.
Le tribù di Giuda, Beniamino e Simeone il cui territorio era in Giuda (Giosuè 19,1-9) rimasero fedeli a Roboamo e formarono il Regno detto del Sud o di Giuda, mentre Ruben, Dan, Neftali, Gad, Aser, Issachar, Zabulon, Efraim e Manasse formarono il regno detto del Nord o d'Israele con Geroboamo che regnò dal 930 al 909 a.C., fortificò Sichem in Samaria sulle montagne di Efraim e vi pose la sua residenza.
La tribù di Levi che, invece era stata diffusa tra tutte le tribù, in gran parte evidentemente restò con Giuda come si evince dal versetto 1Re 12,31 che ho evidenziato qui di seguito in grassetto.
Gerusalemme ormai già dal tempo di Davide e poi con la costruzione del Tempio sotto Salomone era divenuto ormai il luogo dei pellegrinaggi rituali e il centro di culto principale di IHWH, quindi, Geroboamo cercò di mettervi rimedio.

Si trova, infatti, in 1Re 12,26-31: "Geroboamo pensò: In questa situazione il regno potrà tornare alla casa di Davide. Se questo popolo continuerà a salire a Gerusalemme per compiervi sacrifici nel tempio del Signore, il cuore di questo popolo si rivolgerà verso il suo signore, verso Roboamo, re di Giuda; mi uccideranno e ritorneranno da Roboamo, re di Giuda. Consigliatosi, il re preparò due vitelli d'oro e disse al popolo: Siete già saliti troppe volte a Gerusalemme! Ecco, Israele, i tuoi dei che ti hanno fatto salire dalla terra d'Egitto. Ne collocò uno a Betel e l'altro lo mise a Dan. Questo fatto portò al peccato; il popolo, infatti, andava sino a Dan per prostrarsi davanti a uno di quelli. Egli edificò templi sulle alture e costituì sacerdoti, presi da tutto il popolo, i quali non erano discendenti di Levi."

Geroboamo aveva commesso una totale profanazione cui si associarono tutte le genti di quelle tribù che rimasero con lui e la cultura egizia con la sua cosmologia zoomorfa aveva ripreso il sopravvento, infatti, riappariva il fantasma della lotta di oltre 400 anni prima dei sacerdoti di Ammon Ra conto il monoteismo di Aton dei tempi di Akhenaton.
Quei due vitelli d'oro, infatti, che ricordano il dio egizio Api e rinnovano circa 300 anni dopo il peccato del "vitello d'oro" del libro dell'Esodo.
Il regno del Nord, insomma, per l'ebraismo nasceva nel peggiore dei modi, sotto l'egida di un dio straniero e il popolo di quelle 10 tribù, già indebolito nel proprio credo da tanti cattivi esempi, purtroppo seguì il proprio re e anche culti cananei.
Ciò provocò l'indebolimento politico dell'area, quindi le mire dei grandi imperi Assiro e Egizio iniziarono a pesare sempre di più su quei due regni divisi e il primo a cadere nelle mani dei famelici vicini fu quello del Nord che rifiutatosi di pagare un pesante tributo agli Assiri, fu invaso da un esercito nel 721 a.C..
Del resto il regno d'Israele, più vasto, ricco e popolato, era il più appetibile, collocato sulle principali vie di comunicazioni, aperto agli influssi culturali e religiosi stranieri. fu caratterizzato da instabilità, infatti, dei suoi 19 re molti furono assassinati o deposti con colpi di stato.

Pur se nel regno del nord furono attivi diversi profeti: Elia (850 a.C.); Eliseo (800 a.C.); Amos e Osea (750 a.C.) vari di quei re fecero "ciò che è male agli occhi del Signore", infatti, ecco una sintesi tratta da 2Re 15 sulla situazione:
  • 2Re 15,8-9 - circa 743 a.C. "Zaccaria... divenne re su Israele a Samaria. Egli regnò sei mesi. Fece ciò che è male agli occhi del Signore, come l'avevano fatto i suoi padri; non si allontanò dai peccati che Geroboamo, figlio di Nebat, aveva fatto commettere a Israele."
  • 2Re 15,17-18 - circa 743-738 a.C. "Menachèm, figlio di Gadì, divenne re su Israele. Egli regnò dieci anni a Samaria. Fece ciò che è male agli occhi del Signore; non si allontanò dai peccati che Geroboamo, figlio di Nebat, aveva fatto commettere a Israele in tutti i suoi giorni"; il profeta Amos aveva profetizzato: "Di spada morirà Geroboamo, e Israele sarà condotto in esilio lontano dalla sua terra." (Amos 7,11) he Pul il Re di Assiria invase il paese e Menachèm pagò 1000 talenti di argento per rimanere a capo del regno e tassò tutti i notabili del paese.
  • 2Re 15,23-25 - circa 738-732 a.C. "Pekachia, figlio di Menachèm, divenne re su Israele a Samaria. Egli regnò due anni. Fece ciò che è male agli occhi del Signore; non si allontanò dai peccati che Geroboamo, figlio di Nebat, aveva fatto commettere a Israele. Contro di lui congiurò Pekach, figlio di Romelia, suo scudiero. ...lo fece morire e divenne re al suo posto."
Nel 734 questo Pekach, alleatosi con Rezin re di Damasco, cercò di coinvolgere il regno di Giuda che rifiutò, in una coalizione anti assira e il re assiro Tiglat-Pileser III nel 733 attaccò il regno del Nord e vi insediò un tale Osea (732-722) e deportò parte della popolazione in Assiria (2Re15,29; 1Cronache 5,26).

Si trova poi in:
  • 2Re 17,4-6 - "Ma poi il re d'Assiria scoprì una congiura di Osea; infatti questi aveva inviato messaggeri a So, re d'Egitto, e non spediva più il tributo al re d'Assiria, come ogni anno. Perciò il re d'Assiria lo arrestò e, incatenato, lo gettò in carcere. Il re d'Assiria invase tutta la terra, salì a Samaria e l'assediò per tre anni. Nell'anno nono di Osea, il re d'Assiria occupò Samaria, deportò gli Israeliti in Assiria, e li stabilì a Calach e presso il Cabor, fiume di Gozan, e nelle città della Media."
Dal libro di Tobia si apprende che molti furono esiliati a Ninive e dintorni e si deduce che i deportati a Ninive e in Assiria avevano condizioni passabili, potevano commerciare e fare viaggi.
In effetti pare che gli Assiri con quelle deportazioni volessero solo poter avere coloni capaci di coltivare le loro terre, mentre loro si dedicavano alle guerre.
Il re degli Assiri era Salmanassar V che nel 722-721 distrusse Samaria, deportò gran parte della popolazione in varie zone del nord della Mesopotamia, ove si fusero con le altre popolazioni, e deportò nella provincia ormai assira di Samaria, popolazioni di diverse origini (2Re 17,24).

Tutte quelle genti sono ricordate come le "10 tribù perdute" pur se non erano proprio 10 e se non tutti furono perduti, in quanto, alcuni risiedevano nel Sud, pochi rimasero sul posto, ma con ciò è stato inteso dire che gli esiliati dagli Assiri non tornarono a casa o perlomeno non ne viene o non ne è stato dato risalto.

La motivazione ufficiale che fornisce la Bibbia su tale vicenda in cui in definitiva si persero quelle tribù si trova in 2Re 17,15-18 e fu che queste "Rigettarono le sue leggi e la sua alleanza, che aveva concluso con i loro padri, e le istruzioni che aveva dato loro; seguirono le vanità e diventarono vani, seguirono le nazioni intorno a loro, pur avendo il Signore proibito di agire come quelle. Abbandonarono tutti i comandi del Signore, loro Dio; si eressero i due vitelli in metallo fuso, si fecero un palo sacro, si prostrarono davanti a tutta la milizia celeste e servirono Baal. Fecero passare i loro figli e le loro figlie per il fuoco, praticarono la divinazione e trassero presagi; si vendettero per compiere ciò che è male agli occhi del Signore, provocandolo a sdegno. Il Signore si adirò molto contro Israele e lo allontanò dal suo volto e non rimase che la sola tribù di Giuda".

Tale dire in effetti è riduttivo in quanto oltre Giuda rimasero quelle di Beniamino, di Simeone e di Levi, nonché alcuni delle altre tribù che ormai vivevano in Giudea.

I SAMARITANI
Dal secondo libro dei Re 17,24 si apprende che gli Assiri, mentre deportavano dai territori d'Israele le genti delle tribù del regno del Nord le rimpiazzavano in parte con altre provenienti dalla Mesopotamia.
Vi si legge, infatti: "Il re d'Assiria mandò gente da Babilonia, da Cuta, da Avva, da Camat e da Sefarvàim e la stabilì nelle città della Samaria al posto degli Israeliti. E quelli presero possesso della Samaria e si stabilirono nelle sue città."

Queste genti, fatte insediare soprattutto nel territorio già della tribù di Efraim, pur se adoravano gli idoli delle nazioni di provenienza, si unirono in matrimoni con gli Israeliti rimasti in quelle aree e dintorni e formarono il primo nucleo dei Samaritani, "Shomronim", la cui capitale era Samaria.
I loro discendenti dagli ebrei erano ritenuti dei sangue misti.
Quel libro dei Re poi fornisce questa notizia sui sopraggiunti:
  • 2Re 17,25-28 - "All'inizio del loro insediamento non veneravano il Signore ed egli inviò contro di loro dei leoni, che ne facevano strage. Allora dissero al re d'Assiria: Le popolazioni che tu hai trasferito e stabilito nelle città della Samaria non conoscono il culto del dio locale ed egli ha mandato contro di loro dei leoni, i quali seminano morte tra loro, perché esse non conoscono il culto del dio locale. Il re d'Assiria ordinò: Mandate laggiù uno dei sacerdoti che avete deportato di là: vada, vi si stabilisca e insegni il culto del dio locale. Venne uno dei sacerdoti deportati da Samaria, che si stabilì a Betel e insegnava loro come venerare il Signore."
Appare veramente "incredibile" questa motivazione dei "leoni" che forse nasconde un'altra realtà... quelli di Giuda... leoni... facevano rappresaglie e furtivi agguati contro di loro, perché idolatri e fu così che dall'Assiria fu mandato un sacerdote ebreo del regno del Nord, probabilmente un non Levita, per istruirli nella religione ebraica sulla base di antichi scritti riferibili a Mosè.
Ne nacque una religione sincretica, mescolanza di antico ebraismo e idolatria, infatti, la Bibbia sottolinea:
  • 2Re 17,29-33 - "Ogni popolazione si fece i suoi dei e li mise nei templi delle alture costruite dai Samaritani, ognuna nella città dove dimorava. Gli uomini di Babilonia si fecero Succot-Benòt, gli uomini di Cuta si fecero Nergal, gli uomini di Camat si fecero Asimà. Gli Avviti si fecero Nibcaz e Tartak; i Sefarvei bruciavano nel fuoco i propri figli in onore di Adrammèlec e di Anammèlec, divinità di Sefarvàim. Veneravano anche il Signore; si fecero sacerdoti per le alture, scegliendoli tra di loro: prestavano servizio per loro nei templi delle alture. Veneravano il Signore e servivano i loro dei secondo il culto delle nazioni dalle quali li avevano deportati."
Più di 200 anni dopo ai tempi di Ciro quando tornarono da Babilonia gli esuli della Giudea e cominciarono a costruire il loro Tempio i samaritani tentarono in ogni modo di arrestarne l'impresa (Neemia 6,1-14), poi costruirono un loro tempio sul Garizim. (Sulle sue rovine fu costruito un tempio pagano e in epoca bizantina una chiesa)

Questo Tempio sul Monte Garizim fu rivale di quello di Gerusalemme, infatti, vi officiavano sacerdoti legittimi della discendenza di Aronne fino alla sua distruzione da parte dei Giudei sotto gli Asmonei con Giovanni Ircano, nel 123 a.C. che sostenevano solo il culto di Gerusalemme come legittimo.
Una menzione particolare va fatta sulle Sacre Scritture dei Samaritani.
Hanno solo una versione del Pentateuco che interpretano senza commenti.
Il loro testo liturgico è in ebraico samaritano, una varietà di ebraico antico.


Confronto tra lettere ebraiche e samaritane

I Samaritani accettano solo un'edizione antica del testo della Torah che si rifaceva certamente a un testo portato nei primi tempi da quel sacerdote mandato dal re Assiro.
La loro fede ha questi punti precisi:
  • un unico Dio, il Dio d'Israele;
  • un unico profeta, Mosè;
  • un unico libro sacro, il Pentateuco;
  • un unico luogo sacro, il Monte Garizim.
Non considerano i Profeti e gli Agiografi come testi sacri, non hanno il Talmud, purtuttavia attendono il Messia e la risurrezione che evidentemente non possono che dedurre che dalla Torah e hanno un calendario diverso dagli ebrei.
Festeggiano solo le festività nominate nella Torah:
  • la Pasqua ebraica;
  • gli Azzimi;
  • delle Settimane "Shavuoth";
  • il primo giorno del Settimo Mese;
  • il giorno dell'Espiazione, "Yom Kippur";
  • dei Tabernacoli, "Sukkoth" (hanno l'usanza per la festa delle capanne di fare la "sukkah" o capanna rituale in casa e non a cielo aperto);
  • della gioia dellaTorah.
I Samaritani non hanno le feste degli Ebrei di Hanukká e Purim, successive al 721 a.C..
Il nuovo Anno è festeggiato quattordici giorni prima della Pasqua e alla vigilia di Pasqua c'è il sacrificio degli agnelli e capretti sul monte Garizim.
Nel testo "samaritano" della Torah raffrontato a quello degli ebrei o masoretico le informazioni precisano che vi sono almeno 2000 varianti dovute a:
  • modifiche per collegare racconti simili, come per Esodo 20 e Deuteronomio 5;
  • aggiunte come in Genesi 7,3 ove vi si dice: "gli uccelli del cielo sono limpidi";
  • chiarimenti di parti ritenute oscure, come in Genesi 49,10 "non sarà tolto lo scettro dai suoi piedi" è corretto in "non sarà tolto lo scettro dai suoi padroni";
  • modifiche secondo la fede samaritana come il monte Garizim sacro per i samaritani in luogo del monte Ebal di Deuteronomio 27,4.
Nella maggior parte di quelle 2000 discordanza tra testo masoretico e testo samaritano sono accolte dalla traduzione greca dei LXX, quindi in particolare quando Esodo 12,40 per il testo ebraico il soggiorno in Egitto dura 430 anni, quello samaritano apporta l'aggiunta "in Egitto e nella terra di Canaan".
Sin dai tempi di Giosuè 21,21 Sichem in Samaria era stata fissata come luogo "rifugio" e Samaritani accoglievano volentieri i criminali violatori di leggi ebraiche fuggiti dalla giustizia di quelli del regno del Sud e i loro scomunicati, il che incrementò l'odio tra le due nazioni, infatti, I giudei non volevano avere niente a che fare con loro come risulta dal Vangelo di Giovanni, ma Gesù predicò anche a loro e gli apostoli seguirono il Suo esempio (Atti 8,25).

Pur se presenti tutte queste differenze ritenute inconciliabili i samaritani dagli ebrei non sono considerati dei "goym" ossia dei gentili o pagani; il Talmud li definisce infedeli o apostati.
Da un censimento fatto nel 2017 risulta che vi erano ancora 796 samaritani di cui 381 abitano in Cisgiordania presso il Garizim a Kiyat Luza, vicino Nablus, e 415 in Israele perlopiù a Holon.
Ho letto di questa curiosa idea: se dagli ebrei fosse ricostruito il Tempio a Gerusalemme per riprendere i riti interrotti da duemila anni, forse non riuscirebbero più a stabilire chi fra loro siano i sacerdoti per un rito "valido", mentre i samaritani, avendo ancora sacerdoti discendenti dai ceppi biblici attestati da genealogie delle loro famiglie e confermate dall'analisi dei DNA dovrebbero far avere sacerdoti idonei da una donna ebrea che sposasse l'adatto samaritano col "gene sacerdotale" per cui il figlio essendo ebreo per Legge incarnerebbe un vero sacerdote, capace di compiere lo sgozzamento dell'agnello pasquale in modo valido.

L'ESILIO BABILONESE
È da premettere che connessi all'esilio babilonese sono i seguenti testi biblici:
  • 2Re e 2Cronache che terminano con l'esilio;
  • Esdra e Neemia, sul ritorno le ricostruzioni a Gerusalemme;
  • Geremia e Lamentazioni che lo preannunciano;
  • Ezechiele, di un deportato a Babilonia;
  • Aggeo e Zaccaria;
  • alcuni Salmi come il 137.
Vari studiosi ritengono poi che tutta la Sacra Scrittura ebraica antica abbia avuto un'edizione finale rivista alla luce dell'evento "esilio babilonese" nei due secoli successivi all'esilio stesso.
L'esilio a Babilonia, alla stregua dell'uscita dall'Egitto di VII secoli prima, è l'altro evento essenziale che segnò la storia degli ebrei dal VI secolo a.C. in poi.
L'ebraismo attuale o "giudaismo" ha, infatti, due momenti fondanti rispetto all'ebraismo antico che ne ha solo uno, quello dell'uscita dall'Egitto.
Al riguardo, basta pensare come il Vangelo di Matteo scritto nel I secolo d.C. vedeva segnata da quella deportazione la storia degli ebrei.
Tale Vangelo, infatti, nel riportare la genealogia di Gesù di Nazaret da Abramo a Giuseppe, lo sposo di Maria, divide il tempo in questo modo: "...tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici." (Matteo 1,17)

Gli ebrei in esilio avevano persero tempio, re e terra e dovettero ripensare la propria identità e accadde che l'antico ebraismo fu rivisitato da parte delle idee di dei dotti, l'élite del regno di Giuda, deportato in Babilonia che lo ripensarono e, di fatto, divennero il "resto di Israele" che al rientro riuscì a condizionare il popolo rimasto in loco, chiamato in modo riduttivo "il popolo della terra".
Tale gente era guardata con riluttanza dai maggiorenti del paese come dissero a Nicodemo in Giovanni 7,48s: "Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!"

L'evento comunque portò a una rifondazione della religione, tanto che ha senso per questa di parlare di "epoca pre-esilica" e "post-esilica".
In definitiva l'ebraismo antico dei fuoriusciti dall'Egitto, come vedremo, fu soppiantato dal giudaismo maturato nell'esilio e impiantato nel territorio di Giuda e poi anche in Samaria e Galilea dai reduci di questo esilio babilonese.

Nel VII secolo a.C. dopo la deportazione di quelli del Regno del Nord, il Regno di Giuda era ormai vassallo dell'Impero Assiro, ma nell'ultima decade di quel secolo sugli Assiri ebbero prevalenza i Babilonesi che rivendicarono la loro supremazia anche sul territorio di Giuda.
Sotto l'aspetto delle date gli aridi fatti che portarono all'esilio sono i seguenti:
  • 609 a.C. Morte del re Giosia;
  • 609-598 a.C. Ioiakim (dopo Ioacaz, che regnò solo 3 mesi dopo Giosia), poi Ioiachin;
  • 597 a.C. Nabucodonosor II, re di Babilonia, assediò, prese e saccheggiò Gerusalemme e il suo Tempio e catturò re Ioiakim, la sua corte e altri cittadini tra i notabili incluso il profeta Esdra e li condusse prigionieri a Babilonia, prima deportazione, 16 marzo 597 a.C. e Sedecia, zio di Ioiakim, fu fatto re di Giuda, non dette ascolto a Geremia si illuse di appoggi dall'Egitto;
  • 594 a.C. Sotto Sedecia ci fu, infatti, una cospirazione anti-babilonese nonostante i tentativi e gli avvertimenti di Dio di richiamare il popolo al pentimento attraverso il profeta Geremia;
  • 588 a.C. Assedio di Gerusalemme;
  • 586 a.C. i babilonesi tornarono e assediarono Gerusalemme: con conseguente distruzione della città e seconda deportazione;
  • 583 a.C. Governatore Ghedalia, assassinato e fuga di molti in Egitto, (terza deportazione secondo Geremia) a Babilonia;
  • 562 a.C. Rilascio di Ioiachin dopo 37 anni di prigionia, ma rimase a Babilonia.
Diversamente da quanto era accaduto per il regno del Nord ove a essere deportata fu soprattutto la popolazione rurale, a Babilonia, in tre tempi 597, 586 e 583 a.C., fu deportata prevalentemente l'élite religiosa, politica ed economica dei giudei.


Per la storia del mondo conosciuto di allora ci fu una svolta importante nel 538 a.C. quando i Persiani conquistano Babilonia e soppiantarono gli Assiri.
(Vedi: "Ciro il Grande imperatore illuminato")

Prima di proseguire apro una parentesi storica.
I persiani erano indoeuropei stanziati prima del XVI secolo a.C. nel sud dell'altopiano dell'Iran, capitale Persepoli, affini per cultura e origine ai Medi del nord dell'altopiano con capitale Ecbatana, erano sotto la dominazione Assira.
I Medi nel 700 a.C. si liberarono dagli Assiri poi i Persiani nel 550 a. C guidati dal re Ciro II prevalendo sui Medi diede inizio all'impero persiano e nel 538 a.C. conquistò Babilonia e il territorio della Mesopotamia per cui terminò anche la dominazione Babilonese, indi nel 525 a.C. i persiani con Cambise prevalsero pure sull'Egitto e riunirono sotto un'unica corona l'intero mondo antico.
Nel 521 a.C. Dario I allargò i confini fino alla Valle dell'Indo e tentò l'invasione della Grecia (persiani sconfitti a Maratona 490 a.C.) e della Tracia.
Per governare l'impero persiano fu introdotta una moneta unica, il "darìco" e l'immenso territorio fu diviso in 20 province o "satrapie", ognuna governata da un "satrapo", sotto il controllo degli emissari del re di Persia grazie a una imponente rete stradale e un servizio postale di corrieri a cavallo.
Nel 485 a.C., salì al trono Serse e l'impero lentamente entrò in fase di decadenza, segnata da ribellioni di satrapi e da sovrani mediocri e deboli finché nel 330 a.C. ci fu la conquista da parte dell'esercito di Alessandro Magno.

Tornando ai fatti della Giudea, per l'avvenuta fine del Regno d'Israele il Regno di Giuda aveva moltiplicato la propria popolazione con i rifugiati del nord e aumentò d'importanza il ruolo del Tempio di Gerusalemme i cui sacerdoti avevano curato la tradizione dell'alleanza con Dio, di cui parlavano le antiche Sacre Scritture di cui curavano la raccolta e l'arricchimento, essendo anche la legge del regno.

Gli assiri, invero, già nel 701 a.C., guidati dal re Sennacherìb, avevano assediato Gerusalemme, ma furono vinti e la vittoria fu ascritta a opera di Dio: "...in quella notte l'angelo del Signore scese e percosse nell'accampamento degli Assiri 185.000 uomini. Quando i superstiti si alzarono al mattino, ecco, quelli erano tutti morti. Sennacherib re d'Assiria levò le tende, fece ritorno e rimase a Ninive. Mentre pregava nel tempio di Nisroch suo dio, Adram-Mèlech e Sarèzer suoi figli l'uccisero di spada, mettendosi quindi al sicuro nel paese di Ararat. Al suo posto divenne re suo figlio Assarhàddon." (2Re 19,35-37)

Forse l'angelo s'era servito di un'infestazione di topi, evento simile a quello di cui riferisce lo storico Erodoto (Storie 2,141) in occasione dell'assedio di una città da parte dall'esercito di Sennacherìb: "...topi rosicchiano faretre, archi, cinghie degli scudi e i combattenti si danno alla fuga spogli delle armi, cadendo in molti."
Il declino degli Assiri iniziò dopo il regno di Assurbanipal, 668-626 a.C., cui seguì la ribellione dei babilonesi che si concluse nel 612 a.C. con la distruzione di Ninive e fu così che l'Egitto cominciò a ritentare la supremazia sulla Palestina.
In effetti, la condizione dei deportati, dopo la perdita delle case, dei campi e di tutto quanto avevano lasciato, poi non fu pesante in quanto potettero trovare impieghi anche redditizi grazie alle loro capacità individuali elevate.
Si pensi che anche il re Ioiachin attorno a cui viveva un piccola corte fu graziato dal re Evil-Merodach tra il 562 e il 560 (2Re 25,27-30) e gli esiliati speravano che a quell'atto seguisse una grazia.
Nei tempi successivi, di fatto, tolta la parentesi di Zorobabele di cui parleremo, non ci fu più spazio per una monarchia davidica e la massima autorità fu in mano alla classe sacerdotale e al consesso di notabili, scribi, cultori della parola e grandi rabbini, quello che poi sarà il Sinedrio.
La destinazione dei deportati si desume da alcuni passi della Bibbia che riportano i nomi di queste località: Tel-Melach, Tel-Carsa, Cherub-Addan, Immer (Esdra 2,59; Neemia 7,61), Casifià (Esdra 8,17), Tel-Abìb (Ezechiele 3,15), tutte nella zona sud-est di Babilonia.

Gli esuli poterono vivere uniti e costituire un'identità nazionale e religiosa come si deduce dal libro di Ester che pur se scritto tardivamente (II secolo a.C.) riporta una storia ai tempi del re persiano Assuero, ossia Serse I che fu re di Persia e d'Egitto dal 485 al 465 a.C., testo che fa comprendere che molti ebrei pur dopo l'editto di Ciro erano rimasti ove si erano ormai insediati.
Tra i deportati c'erano il profeta Ezechiele (1,1) e l'autore del Deutero Isaia (40-55) che, assieme a Geremia, questi dalla patria, esortarono i deportati a tener duro e a insediarsi attivamente nell'esilio (Geremia 29,4-7) mantenendo però viva la fede nel Dio Unico che prometteva un ritorno (Ezechiele 11,17; 20,41; 34,12; Isaia 43,19; 49,25; 51,11; 52,9; Geremia 29,4).
In Iraq nel sito di Babilonia negli anni 70 sono state trovate 110 tavolette cuneiformi che attraverso atti amministrativi e contratti svelano aspetti di vita quotidiana dei giudei esiliati e testimoniano che erano in contatto con altre comunità di deportati, come quella siriana.
Le collezione, ora a Gerusalemme, dice di una città "Al-Yahudu", il "villaggio dei giudei", vicino al fiume Chebar, ricordato nella Bibbia nel libro di Ezechiele (1,1), presenta nomi propri di persone giudee come Gedalyahu, Hanan, Dana, Shaltiel e Nethanyahu e parlano pure di "Yashuv Zadik", ossia del "ritorno dei giusti".
La più antica risalirebbe a 15 anni dopo la distruzione del Tempio e l''ultima è databile 60 anni dopo il ritorno degli esuli.
Mentre il potere degli Assiri cominciava, in Giuda ci fu una riscossa nazionale con una serie di riforme da parte del re Giosia, 640-609 a.C..
In particolare la riforma fu anche profondamente religiosa con il "ritrovamento" di un antico del libro della Legge.
(Vedi: "Ezechia e Giosia, re di Giuda-La Pasqua secondo la Torah")

Giosia morì nel 609 a.C. in uno scontro con il faraone Necao e i successori di Giosia dovettero appoggiarsi agli egizi.
In Mesopotamia intanto avevano preso il sopravvento i babilonesi sotto il re Nabucodonosor 605-562 a.C. che, sconfitti gli egizi, nel 597 a.C. riprese il controllo sul Regno di Giuda imponendo tributi.
Nel 604 a.C., primo anno del regno, infatti, Nabucodonosor penetrò col suo esercito in Palestina ove saccheggiò la città filistea di Ascalon e nel 601-2 a.C. rese proprio vassallo Ioiachim re di Giuda e proseguì per l'Egitto ove i due eserciti, assiro ed egizio subirono entrambi gravi perdite.
In seguito alla ribellione di Ioiachim, guidata dai filo-egiziani legati al faraone Psametico II, i babilonesi nel 597 a.C. cinsero d'assedio Gerusalemme; vi morì il re Ioiachim, cui seguì il figlio Ioiachin e 100 giorni dopo si arrese.
Un'iscrizione cuneiforme (British Museum 21946) afferma: "Il settimo anno: Nel mese di 'chislev' il re di Akkad radunò il suo esercito e marciò verso Hattu. Si accampò contro la città di Giuda e il secondo giorno del mese di Adar catturò la città afferrò il re (Ioiachin). Costituì nella città un re di sua scelta, Sedecia, prese un grosso tributo lo portò in Babilonia".

Nel libro del profeta Geremia in cui ci sono gli oracoli attribuiti a quel profeta che ha profetizzato in Giuda tra il 626 e il 586 a.C. si legge: "Per questo dice il Signore degli eserciti: Poiché non avete ascoltato le mie parole, ecco, manderò a prendere tutte le tribù del settentrione - oracolo del Signore - e Nabucodonosor re di Babilonia, mio servo, e li farò venire contro questo paese, contro i suoi abitanti e contro tutte le nazioni confinanti, voterò costoro allo sterminio e li ridurrò a oggetto di orrore, a scherno e a obbrobrio perenne. Farò cessare in mezzo a loro i canti di gioia e di allegria, il canto dello sposo e della sposa, il rumore della mola e il lume della lampada. Tutta questa regione sarà distrutta e desolata e queste genti serviranno il re di Babilonia per settanta anni. Quando saranno compiuti i settanta anni, punirò per i loro delitti il re di Babilonia e quel popolo - oracolo del Signore - punirò il paese dei Caldei e lo ridurrò a una desolazione perenne." (Geremia 25,8-12)

Questa profezia dei 70 anni sarebbe stata proferita da Geremia nel 608-9 a.C., proprio alla morte di Giosia e all'inizio del regno di Ioiachim proprio 70 anni prima che l'anno del cambio di potere dai Caldei a Ciro e dell'editto favorevole al ritorno fu il 538 a.C., ma molti ritengono che questa profezia fu un aggiunta postuma visto considerato che la maggior parte degli studiosi ritiene che il libro di Geremia avrebbe avuto definitiva redazione nel V a.C., a fatti avvenuti.
Tale profezia purtuttavia certamente fu d'ispirazione al profeta Daniele per quella "delle 70 settimane di anni" di cui in Daniele 9,24-27; del resto dopo quei 70 anni di cui dice Geremia ci doveva essere il periodo apocalittico con la fine di Babilonia nel senso più vasto del concetto, quindi, la vittoria sul male con la venuta del Messia.
Nabucodonosor portò in esilio a Babilonia Ioiachin assieme alla famiglia reale e ai funzionari di corte assieme ad abili artigiani e guerrieri e costituì re di Giuda Mattania, zio di Ioiachin, cui dette il nome di Sedecia.

Riferisce 2Re 24,12-16: "Ioiachìn, re di Giuda, uscì incontro al re di Babilonia, con sua madre, i suoi ministri, i suoi comandanti e i suoi cortigiani; il re di Babilonia lo fece prigioniero nell'anno ottavo del suo regno. Asportò di là tutti i tesori del tempio del Signore e i tesori della reggia; fece a pezzi tutti gli oggetti d'oro che Salomone, re d'Israele, aveva fatto nel tempio del Signore, come aveva detto il Signore. Deportò tutta Gerusalemme, cioè tutti i comandanti, tutti i combattenti, in numero di diecimila esuli, tutti i falegnami e i fabbri; non rimase che la gente povera della terra. Deportò a Babilonia Ioiachìn; inoltre portò in esilio da Gerusalemme a Babilonia la madre del re, le mogli del re, i suoi cortigiani e i nobili del paese. Inoltre tutti gli uomini di valore, in numero di settemila, i falegnami e i fabbri, in numero di mille, e tutti gli uomini validi alla guerra, il re di Babilonia li condusse in esilio a Babilonia."

Dieci anni dopo, il regno di Giuda riprovò a scrollarsi, ma la punizione babilonese fu assai più dura; nel 587 a.C., infatti, Sedecia si ribellò a Nabucodonosor, alleandosi con l'Egitto e ci fu una nuova rivolta assieme ai fenici e agli abitanti di Edom e la punizione questa volta fu esemplare.
Sedecia fu portato a Babilonia con la sua famiglia, fu accecato, gli furono uccisi i figli e fvennero deportati oltre 5.000 abitanti, tutti artigiani, fabbri, commercianti, che faranno fortuna a Babilonia, sviluppando attività economiche.
Nel tempo gli esuli si diffusero come avevano fatto quelli del nord nei vasti spazi del medio oriente e d'oriente e costituirono il popolo della diaspora che però, in genere, rimase fedele alla propria religione.
Un mese dopo il generale Nebuzardan di Nabucodonosor da Gerusalemme portò via gli arredi preziosi del Tempio che fu bruciato assieme ad ampie zone della città e deportò altre persone e la città rimase comunque popolata e governata da Ghedalia, nobile giudeo benvisto dai babilonesi.
Grazie proprio a quella riforma di Giosia e alla Torah riposta in auge i giudei poterono restare uniti nella cattività babilonese.
Durante l'esilio i sudditi del regno del sud, infatti, tra mille difficoltà, adattandosi all'assenza del Tempio e dei suoi riti, furono fedeli il più possibile alla religione dei padri pur con gli adattamenti apportati, sì che poi fu chiamata "giudaismo".
La Torah certamente fu rivisitata e implementata con ulteriori prescrizioni e gli ultimi ritocchi saranno completati alla fine dell'esilio da Esdra e Neemia.

Il libro di Daniele riassume così la condizione dei Giudei in esilio a Babilonia: "Ora invece, Signore, noi siamo diventati più piccoli di qualunque altra nazione, ora siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati. Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia." (Daniele 3,37s)

Quelli del regno del sud, quindi, si rafforzarono attorno alle famiglie che si riunivano all'istituto della "sinagoga", che cominciarono ad apparire in cui si leggeva e si commentava la Torah.
Essendo poi in genere gente istruita e di primo ordine grazie usi fin da giovani all'apertura mentale e al ragionamento grazie alle Sacre Scritture e all'esempio attivo dei genitori ebbero ad avere posti influenti, in cui covavano l'idea del ritorno e cercavano di scorgere nelle pieghe della storia l'occasione propizia.
Non sapremo mai quanto abbiano operato quelli che raggiunsero posizioni in cui potevano avvicinare i potenti e quanto fu il loro contributo agli eventi storici che furono favorevoli a tale epico ritorno.
Erano amministrati come comunità religiosa dall'Esilarca o "resh galuta" o "capo della diaspora", scelto sulla base ereditaria tra i discendenti di Davide, riconosciuto appunto come riferimento primo per gli ebrei in terra straniera e il primo fu proprio il re Ioiachin da quando fu graziato già al tempo degli assiri e prosegui con i babilonesi.

Si legge al riguardo in 2Re 25,27-30 e in Geremia 52,31-34: "Ora nell'anno trentasette della deportazione di Ioiachìn, re di Giuda, nel decimosecondo mese, il ventisette del mese, Evil-Merodach re di Babilonia, nell'anno in cui divenne re, fece grazia a Ioiachìn re di Giuda e lo fece uscire dalla prigione. Gli parlò con benevolenza, gli assegnò un seggio superiore ai seggi dei re che si trovavano con lui in Babilonia e gli fece cambiare le vesti che aveva portato nella prigione. Ioiachìn mangiò sempre dalla tavola del re per tutto il resto della sua vita. Il suo vitto quotidiano gli fu assicurato sempre dal re di Babilonia: finché visse."

La posizione di Esilarca equivaleva a quella di Nasi in Terrasanta e si trova ricordato per la prima volta nel II secolo d.C. all'epoca del Talmud.
Il suo nome era nella preghiera del "kaddish" e ancora oggi, pur se l'istituzione è finita è ricordato nella preghiera "yekum porkan" d'origine Ashkenazita.
Fino all'XI secolo d.C. chi aveva tale funzione viveva sontuosamente con una corte semi-regale grazie da 1/5 delle entrate della comunità, raccoglieva le imposte per i gentili e aveva libertà giuridica per esercitare la giustizia della "halakhah".
Gli esiliati dovettero insomma reinterpretare la loro identità e la loro religione senza tempio, senza re e senza terra, e nacque il "giudaismo".
Ecco alcune posizioni di questo rispetto all'ebraismo di prima dell'esilio:
  • netta chiarificazione che Dio è uno solo e guida la storia di tutti i popoli, tanto che uno straniero come Ciro ha per un tempo la funzione di "Messia".
  • tendenza al potenziamento della funzione sacerdotale e riduzione a ruoli minori e subordinati dei Leviti.
  • tendenza all'esclusione del re da funzioni sacerdotale e, di fatto, rinuncia a un re quasi a cercare di continuare l'esperienza Esilarca che aveva funzioni proprie del re e su ciò tornerò.
Queste sono poi le innovazioni apportate:
  • riduzione d'Israele a popolo chiuso a unioni miste, mentre accettate nell'antico ebraismo (Mosè e Zippora, libro di Rut un ebreo sposa una moabita);
  • uso dell'aramaico come lingua quotidiana e l'ebraico resta solo lingua liturgica;
  • adozione di un calendario con nomi nuovi dei mesi;
  • fine della letteratura "profetica" (ultimo profeta Malachia del V secolo a.C., mentre Daniele è considerato tra gli altri scritti) e inizio della letteratura "apocalittica".
IL RITORNO DEGLI ESILIATI
Nel 562 a.C. alla morte di Nabucodonosor i persiani cominciarono a scrollarsi di dosso il predominio dei Medi e guidati dal principe Ciro (Ciro II re di Persia) fu rovesciato il re dei Medi Astiage e Ciro fu re di Medi e Persiani.
Poi vinto Cambise re di Lidia (546) e Nabonide re dei babilonese (539) Ciro fu unico signore dell'impero che comprendeva l'Iran, una parte della Mesopotamia settentrionale, l'Armenia, l'Asia minore, Babilonia, Palestina e Siria.
L'espansione continuò con il figlio Cambise che nel 525 sottomise Egitto, Palestina e Siria, perciò ottenne un potere enorme che durò quasi due secoli anche grazie al fatto che i popoli erano trattati con tolleranza rispetto ad Assiri e Babilonesi, in quanto consentivano il permanere dei culti locali.
I giudei deportati in Babilonia riuscirono a influire su Ciro tanto che emanò un editto con l'ordine della ricostruzione del tempio di Gerusalemme e la restituzione degli arredi incamerati da Nabucodonosor, il tutto a spese dello stato persiano.
Il testo di questo decreto è in Esdra 6,3-5 e l'iscrizione cuneiforme sul "Cilindro di Ciro", risalente al 536 a.C., trovato a Babilonia nel 1890, lo conferma.
Questo tra l'altro dice di come Ciro il Grande nel 539 a.C., senza spargimento di sangue, prese Babilonia e vi si legge: "Agli abitanti di Babilonia... Io sono tornato alle città sante dall'altra sponda del Tigri, i santuari che sono stati in rovina per molto tempo, le immagini che un tempo vivevano in loro, e ho stabilito per loro dei santuari permanenti. Ho anche raccolto i loro abitanti e li ho fatti tornare alle loro case..."


Cilindro di Ciro

Di fatto, nel 538 a.C. ci fu quel "Decreto di Ciro" che permise il ritorno e partì una carovana, guidata da Zorobabele, un davidico, e Giosuè il Sommo Sacerdote.
Questi ebbero il permesso ancora da Ciro di ricostruirvi il Tempio di Gerusalemme, ultimato nel 515 a.C., come si legge nel libro di Esdra.
Esdra 1,7s informa che il re Ciro fece prelevare gli utensili del tempio del Signore, che Nabucodonosor aveva asportato da Gerusalemme e aveva deposto nel tempio del suo dio e li consegnò a Sesbassar, principe di Giuda.
Questo Sesbassar è nominato oltre che in Esdra 1,8.11 anche in 5,14.16 da cui si comprende che altri non è che lo stesso Zorobabele costituito da Ciro governatore in giudea, quindi Zorobabele che era in Giuda venne a prendere la carovana e divenne il capo degli ebrei in esilio.
La partenza della prima carovana di reduci da Babilonia evoca quella dell'uscita dall'Egitto ricordata come un nuovo "Esodo", ci furono anche dei donativi ai partenti (Esdra 1,4).
Il ritorno in Giudea ebbe più riprese a gruppi separati in vari decenni, ma il primo, sotto Sesbassar ci fu subito dopo la pubblicazione del decreto reale.
Molti preferirono restare a Babilonia per non perdere le posizioni acquisite e Babilonia rimarrà per secoli una stazione centrale del giudaismo della diaspora.
I ritornati dall'esilio complessivamente furono 42.360 come precisa Esdra 2,64, numero confermato da Neemia 8,66 e, afferma Esdra 2,2, vennero da Babilonia sotto la guida di 11 capi, "Zorobabele, Giosuè, Neemia, Seraià, Reelaià, Mardocheo, Bilsan, Mispar, Bigvài, Recum, Baanà".
Al riguardo il libro di Neemia in 7,7 precisa, invero, che erano 12, come gli antichi esploratori della Terra Promessa ai tempi di Mosè, e presenta un elenco con alcuni nomi che paiono deversi rispetto a Esdra, ma sostanzialmente c'è solo l'aggiunta di Nacamani: "Zorobabele, Giosuè, Neemia, Azaria, Raamia, Nacamani, Mardocheo, Bilsan, Mispèret, Bigvài, Necum e Baanà", altri sono sono presentati con altra vocalizzazione o errori di trascrizione, come Seraià rispetto ad Azaria, Reelaià con Raamia, Mispar e Mispèret, Recum e Necum.
Quello fu il primo nucleo di giudei in diaspora che approfittò del permesso portando schiavi e animali, ma di certo molti esuli preferirono restare a Babilonia.
La missione in poteva aveva potere "regi e sacerdotali" nei capi, infatti, erano:
  • Zorobabele, figlio di Sealtiel, era nipote del re davidico in Ioiachin (2Re 24,15);
  • Giosuè, figlio di Iozadak, nipote del sommo sacerdote esule Seraia (2Re 25,18) abele, in ebraico "Zerubbabel" "straniero "tzar" a Babilonia "Bavel" ", fu il personaggio chiave che guidò a Gerusalemme il primo scaglione di reduci dall'esilio, in greco "" forse in babilonese "Zer-Babili", "progenie di Babel".
Il nome di Zorobabele è citato 25 volte nella Bibbia, di cui 2 nel Nuovo Testamento tra gli antenati di Gesù nelle genealogie presentate da Matteo e Luca.
Queste sono le indicazioni dei versetti ove quel nome si trova:
  • 1Cronache 3,17-19;
  • Esdra 2,2; 3,2.8; 4,2-3; 5,2;
  • Neemia 7,7; 12,1.47;
  • Aggeo 1,1.12.14; 2,2.4.21.23;
  • Zaccaria 4,6-7.9-10;
  • Siracide 49,11;
  • Matteo 1,12;
  • Luca 3,27.
Zorobabele è figlio di Sealtiel (Esdra 3,2 e Aggeo 1,1), salvo che per 1Cronache 3,17-19, che lo indica come figlio di Pedaia fratello di Sealtiel, quindi legalmente figlio di questo ultimo o per adozione o per levirato, entrambi figli di leconia, ossia Ioiachin, che fu condotto prigioniero in esilio ed ebbe sette figli di cui uno Pedaia da cui nacque Zorobabele."
Zorobabele perciò era discendente del re Salomone tramite il nonno Ioiachin, il re che dopo all'età di 18 anni dopo avere regnato per 3 mesi nel 598 a.C. si arrese a Nabucodonosor II nella sua prima spedizione contro Gerusalemme, anno in cui avvenne la prima deportazione.
Da 1Cronache 3,19 si sa che figli di Zorobabele furono Mesullam, Anania e Selomìt, loro sorella, e da loro ci fu numerosa discendenza (versetti 20-24), infatti, Mesullam, ebbe 5 figli e da Anania nacque Pelatia, di cui fu figlio Isaia, di cui fu figlio Refaià, di cui fu figlio Arnan, di cui fu figlio Abdia, di cui fu figlio Secania. Da Secania nacquero 6 figli tra cui Nearia che ebbe 3 figli tra cui Elioenài.

Zorobabele appare in entrambe le genealogie di Gesù:
  • in quella di Matteo 1,6-13 - "Iesse generò il re Davide. Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Uria, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abia, ...generò Giosia, Giosia generò leconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia. Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel, Salatiel generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd..."
  • in quella di Luca 3,27 - "...figlio di Resa, figlio di Zorobabele, figlio di Salatiel..."
Uno dei tanti nomi che l'ebraismo giustamente considera allusivo del Messia è proprio Zorobabele, in ebraico formato, come visto, da:
  • "tzar" che significa "straniero, forestiero", politicamente "nemico", e riferito all'ambito del culto "estraneo al sacerdozio", quindi, "illegittimo", diremmo laico;
  • "bavel" con allusione alla Babele della torre, quindi, a "confusione" delle lingue con consonanti eguali "levav" , che significa intimo, ma anche "affascinare, sedurre, fare innamorare".
I maestri della "cabbalah" ebraica, osservando che la "gematria" delle lettere di "Babel" = ( = 30) + ( = 2) + ( = 2) = 34 è identica a "dal" = ( = 30) + ( = 4) = 34 che significa "povero", concludono che Babilonia per quanto abbia ricchezza è pur sempre povera; infatti, c'è tutto, ma non ha nulla, perché non ha la pace e, aggiungono, chi si sente straniero nella Babilonia dell'attuale mondo globalizzato ha una goccia di Anima Messianica.
Aggiungono, se non ci si sente stranieri in patria, non si può cercare la terra promessa come invece fece Abramo; infatti, Dio in Genesi 12,1 disse ad Abramo: "Vattene..." "Loeke Leka" che vuol dire "vai a te stesso", ossia fuggi da Ur e Babilonia, fai il tuo vero interesse... ama te stesso.


Torre di Babele di Pieter Bruegel - 1563

Quei due personaggi Zorobabele e Giosuè sono a rappresentare la profezia di un'unica figura che deve venire, appunto il Messia, re, sacerdote e profeta, il "mio servo Germoglio - "tzoemach" " di cui dice l'angelo del Signore in Zaccaria 3,8, cioè colui che "si rialza vivo dalla tomba ".
Si trova poi in Zaccaria 4,6-10 che l'angelo ancora disse "...Questa è la parola del Signore a Zorobabele: Non con la potenza né con la forza, ma con il mio spirito", dice il Signore degli eserciti! Chi sei tu, o grande monte (Sion)? Davanti a Zorobabele diventa pianura! Egli estrarrà la pietra di vertice, mentre si acclamerà: Quanto è bella! Mi fu rivolta questa parola del Signore: Le mani di Zorobabele hanno fondato questa casa: le sue mani la compiranno e voi saprete che il Signore degli eserciti mi ha inviato a voi. Chi oserà disprezzare il giorno di così modesti inizi? Si gioirà vedendo il filo a piombo in mano a Zorobabele. Le sette lucerne rappresentano gli occhi del Signore che scrutano tutta la terra."

Zaccaria prosegue concludendo che Zorobabele e Giosuè sono come due rami d'olivo che stillano olio "...i due consacrati con olio che assistono il dominatore di tutta la terra." (Zaccaria 4,12)

Al riguardo di Germoglio si trova poi ancora in Zaccaria 6,12-15: "Gli riferirai: Dice il Signore degli eserciti: Ecco un uomo che si chiama Germoglio: fiorirà dove si trova e ricostruirà il Tempio del Signore. Sì, egli ricostruirà il tempio del Signore, egli riceverà la gloria, egli siederà da sovrano sul suo trono. Un sacerdote siederà sul suo trono e fra i due regnerà una pace perfetta... Anche da lontano verranno a riedificare il tempio del Signore. Così riconoscerete che il Signore degli eserciti mi ha inviato a voi. Ciò avverrà, se ascolterete la voce del Signore, vostro Dio."

Zorobabele non fu però mai re sul trono di Giuda, non ci fu più un regno libero ma solo un governatorato, mentre il Germoglio della profezia assumerà in se regno e sacerdozio e ci sarà pace, il che fa comprendere che qualche screzio tra le due figure di Zorobabele e Giosuè in pratica ci fu.
Sotto la guida di Zorobabele, come vedremo, fu ricostruito il Tempio di Gerusalemme demolito poi da Erode il grande che lo ricostruì più ricco, ma fu distrutto dai Romani nel 70 d.C..
Il tempio ricostruito dal davidico Zorobabele dal Cristianesimo è così considerato la profezia di un nuovo Tempio, infatti, Gesù ebbe a dire "...Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere. Gli dissero allora i Giudei: Questo tempio (di Erode il grande) è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere? Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù." (Giovanni 19,19-22)
(Vedi: "Aggeo e Zaccaria - protovangeli del Messia")

LA RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO
Secondo il libro di Esdra, in effetti, appena vennero da Babilonia i reduci nell'autunno del 538 a.C. avevano ripristinato nel vecchio Tempio l'altare degli olocausti (Esdra 3,3) e avevano celebrato la festa delle capanne poi l'anno dopo misero la prime pietre per le fondazioni del Tempio (Esdra 3,3 e 5,16) ma 17 anni dopo i lavori erano restati a quello stadio.
La carovana dei reduci giunta in patria si era, infatti, messa, subito al lavoro per la sistemazione individuale, ma comunque nel settimo mese dall'arrivo in mezzo alle rovine del tempio rialzarono l'altare per il culto.
La mole del lavoro, i costi e ostilità, invidie e incomprensioni dei rimasti in Giuda residenti e vicini portarono, di fatto, a sospendere i lavori per la ricostruzione del Tempio e così rimasero per oltre per circa 16 anni, allorché la parola dei profeti Aggeo e Zaccaria riaccesero il fervore di Zorobabele e dei reduci.
Esdra al capitolo 4 del suo libro al riguardo, infatti, segnala l'intenzione dei Samaritani di assieme il nuovo Tempio, proposta respinta dai reduci Giudei, e la conseguente ostruzionismo dei Samaritani stessi nei riguardi della nuova opera nel tempo dei regni di Ciro, Serse ed Artaserse.
I reduci Giudei di fatto, sia per problemi economici, sia impegnati nella sistemazione delle proprie case e dei propri bisogni sia anche per l'ostracismo e la gelosia di stranieri ormai residenti, tralasciarono di proseguire col Tempio.
Il profeta Aggeo apre il libro omonimo rivolgendosi a Zorobabele "governatore della Giudea" e a Giosuè "sommo sacerdote" e mette in evidenza che i reduci avrebbero dovuto pensare, prima di ogni altra cosa, a ricostruire la casa del Signore ridotta a un cumulo di rovine (2Re 25,9), e che ormai finalmente era il tempo propizio per la ricostruzione.
Se riflettete, dice in pratica Aggeo ai reduci, tutti i vostri patimenti non sono forse venuti dalla mancanza di fede nel Signore e alla trasgressione della legge?

Se Israele vuol essere benedetto dove preoccuparsi prima di tutto del suo rapporto con il Signore, si trova, infatti, in Aggeo 2,18-23: "Considerate bene da oggi in poi, dal ventiquattro del nono mese, cioè dal giorno in cui si posero le fondamenta del tempio del Signore: ebbene, manca ancora grano nei granai? La vite, il fico, il melograno, l'olivo non hanno dato i loro frutti? Da oggi in poi vi benedirò! Il ventiquattro del mese questa parola del Signore fu rivolta una seconda volta ad Aggeo: Parla a Zorobabele, governatore della Giudea, e digli... oracolo del Signore: ti porrò come un sigillo, perché io ti ho eletto. Oracolo del Signore degli eserciti."

I Giudei finalmente compresero che era prioritario porre Dio al primo posto per la ricostruzione del Tempio, infatti: "Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta." (Matteo 6,33)
Intanto i reduci avevano preparato materiali per la ricostruzione e i responsabili locale dell'amministrazione centrale dei persiani, un certo Tattenai e i suoi colleghi, funzionari di Oltrefiume, viste le opposizioni locali, scrissero al re Dario per avere direttive (Esdra 5).

Esdra riferisce al capitolo 6,1-5 che la soluzione venne dallo stesso re Dario, infatti: "Allora il re Dario ordinò che si facessero ricerche nell'archivio, là dove si depongono i tesori a Babilonia, e a Ecbatana, la fortezza che è nella provincia di Media, si trovò un rotolo in cui era scritta la seguente annotazione: Nell'anno primo del suo regno, il re Ciro prese questa decisione riguardo al tempio di Dio a Gerusalemme: il tempio sia ricostruito come luogo in cui si facciano sacrifici; le sue fondamenta siano salde, la sua altezza sia di sessanta cubiti, la sua larghezza di sessanta cubiti. Vi siano nei muri tre ordini di pietre squadrate e un ordine di legno. La spesa sia sostenuta dalla reggia. E anche i vasi del tempio di Dio, d'oro e d'argento, che Nabucodonosor portò via dal tempio che è a Gerusalemme e trasferì a Babilonia, siano restituiti e vadano al tempio che è a Gerusalemme, al loro posto, e siano deposti nel tempio di Dio."

Con l'assenso pieno ormai dei persiani la ricostruzione fu ripresa e terminata nel 515 a.C. quando v'immolarono la Pasqua come precisa Esdra 6,19-22: "rimpatriati celebrarono la Pasqua il quattordici del primo mese. Infatti i sacerdoti e i leviti si erano purificati tutti insieme, come un sol uomo: tutti erano puri. Così immolarono la Pasqua per tutti i rimpatriati, per i loro fratelli sacerdoti e per se stessi. Ne mangiarono gli Israeliti che erano tornati dall'esilio e quanti si erano separati dalla contaminazione del popolo del paese, unendosi a loro per cercare il Signore, Dio d'Israele. Celebrarono con gioia la festa degli Azzimi per sette giorni, poiché il Signore li aveva colmati di gioia, avendo piegato a loro favore il cuore del re d'Assiria (che allora comandava l'Assiria), per rafforzare le loro mani nel lavoro per il tempio di Dio, il Dio d'Israele."

Nell'anno 515, quindi, fu consacrato il nuovo Tempio e, mancando il re, l'unico centro di potere fu la classe sacerdotale e i sapienti maestri di studio portatori di innovazioni culturali e teologiche vissute in esilio.
Il V secolo a.C. è l'epoca d'oro per la Bibbia in quanto di questa vedono la luce nuovi libri ed edizioni finali di opere più antiche revisionate quali:
    profeti, Isaia capitoli 56-66, Aggeo, Zaccaria capitoli 1-8, Malachia, Abdia;
  • i Proverbi; il libro dei Salmi; il Cantico dei Cantici;
  • opere originali: il libro di Rut; il libro di Giona;
  • il Pentateuco, infatti, "Secondo l'idea tradizionale i libri biblici sono stati scritti nell'epoca dei fatti narrati; secondo la critica sono molto più tardi, ma in ogni caso la scrittura dei libri del Pentateuco e delle opere profetiche avrebbe avuto il suo compimento all'inizio del secondo Tempio." (Riccardo di Segni Rabbino capo di Roma)
Sta il fatto, comunque, che dopo ciò i Sacri Testi non forniscono più notizie su Zorobabele il che ha aspetti misteriosi, perché troppo netta è la "dimenticanza" come qualcosa di studiato, una specie di "colpo di Stato".
Non sono, infatti, più menzionati, Zorobabele, e la casa reale di Davide con ruoli di governo, ma in Giudea assurge a massima autorità solo la figura del solo Sommo Sacerdote per cui dei tempi mitici e del ripristino del regno di Davide restò solo il ricordo e il pio desiderio.
Ai davidici però fu conservata l'istituzione di Esilarca a Babilonia e la menzione per funzioni onorifiche o di rappresentanza come presidente onorario o vice presidente, il Nasi, del Sinedrio, uno aggiunto ai 70 fino ai tempi di Gesù.
A questo punto nel libro di Esdra - 10 capitoli - è evidente una dicotomia, di fatto, prima tale testo propone il ministero di Zorobabele, capitoli 1-6, poi dal 7° al 10°, senza ricordare nulla di quegli, presenta il ministero Esdra, sacerdote della tribù di Levi, scriba esperto in Sacre Scritture che dopo 60 anni dalla ricostruzione del Tempio, per ordine del re Artaserse, ebbe l'incarico di portare a Gerusalemme gli arredi per il servizio nel Tempio e d'informarsi sulle condizioni di vita dei reduci e guidò un secondo gruppo di Ebrei.
Nel contempo, Neemia, giudeo, coppiere di Artaserse = Serse, ebbe il permesso di recarsi a Gerusalemme - nel 445 a.C., 21° anno del regno - per ricostruirne le mura; nel frattempo secondo la tradizione, una giovane ebrea, Ester, quella dell'omonimo libro era divenuta moglie dal re Assuero e regina di Persia.
Il re, quindi, quotidianamente era in contatto con Neemia che verificava che il vino che serviva non fosse avvelenato e aveva vicino la regina ebrea, quindi, si spiega il suo atteggiamento che favorì gli ebrei.


Chiesa di Nimis - Ester

Nel racconto di Neemia sul permesso che gli diede Artaserse si vede la mano di Dio e trapela l'intervento della regina Ester: "Nel mese di Nisan dell'anno ventesimo del re Artaserse, appena il vino fu pronto davanti al re, io presi il vino e glielo diedi. Non ero mai stato triste davanti a lui. Ma il re mi disse: Perché hai l'aspetto triste? Eppure non sei malato; non può essere altro che un'afflizione del cuore. Allora io ebbi grande timore e dissi al re: Viva il re per sempre! Come potrebbe il mio aspetto non essere triste, quando la città dove sono i sepolcri dei miei padri è in rovina e le sue porte sono consumate dal fuoco? Il re mi disse: Che cosa domandi? Allora io pregai il Dio del cielo e poi risposi al re: Se piace al re e se il tuo servo ha trovato grazia ai tuoi occhi, mandami in Giudea, nella città dove sono i sepolcri dei miei padri, perché io possa ricostruirla. Il re, che aveva la regina seduta al suo fianco, mi disse: Quanto durerà il tuo viaggio? Quando ritornerai? Dunque la cosa non spiaceva al re, che mi lasciava andare, e io gli indicai la data. Poi dissi al re: Se piace al re, mi si diano le lettere per i governatori dell'Oltrefiume, perché mi lascino passare fino ad arrivare in Giudea, e una lettera per Asaf, guardiano del parco del re, perché mi dia il legname per munire di travi le porte della cittadella del tempio, per le mura della città e la casa dove andrò ad abitare. Il re mi diede le lettere, perché la mano benefica del mio Dio era su di me." (Neemia 2,1-8)

Dopo aver operato da governatore in Giuda per 12 anni e ricostruite le mura di Gerusalemme Neemia tornò in Persia ove ottenuto un nuovo mandato tornò a Gerusalemme per continuare la restaurazione morale ed insegnare al popolo ad abbandonare le infedeltà e cominciare ad osservare la Parola di Dio e fu governatore di Giudea fino a che morì.
Nell'anno 432 a.C., Neemia riparte per la seconda missione e provvede:
  • a purificare il Tempio dal magazzino di derrate permesso del sommo sacerdote Eliasib (Neemia 13,4-9);
  • riforma e il riordinamento della condizione disagiata dei leviti e dei cantori (Neemia 13,10-14);
  • osservanza del riposo sabbatico in città (Neemia 13,15-20);
  • divieto di matrimoni misti tra giudei e donne straniere che educavano i figli nell'idolatria (Neemia 13,23-27).
Il giudaismo, di fatto, nato in esilio, pur se considera ancora necessario il Tempio si sposta verso un approccio del singolo inserito attivamente in una comunità nei riguardi di IHWH che sgorga dall'ascolto della parola della Torah e apre a un culto non più riservato ai soli sacerdoti, ma a tutti i membri del popolo che assumono veste sacerdotale e sono chiamati a metter in pratica i comandamenti valutati più dei sacrifici e degli olocausti.
La pietà e le celebrazioni incentrati sulla lettura della parola di Dio, insomma, paiono primeggiare sui sacrifici del Tempio.
Alla Torah scritta sono unite tradizioni, altre norme religiose e civili, istituzioni sociali e penali, costumi domestici, una vera Torah orale, con "Targumin" per chi non comprende più l'ebraico e "midrash" e parabole per far comprendere i testi.
Capisaldi della pietà giudaica postesilica rispetto ai sacrifici del Tempio come asseriscono poi i profeti divengono preghiera, l'elemosina e il digiuno.
Si apre così la via al movimento dei farisei nato dopo l'evento dei Maccabei e agli insegnamenti dei Vangeli, echeggiano, infatti, le parole di Gesù alla samaritana: "Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre... viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così, infatti, il Padre vuole che siano quelli che lo adorano." (Giovanni 4,21-23)

LA VENUTA DEL REGNO DEL MESSIA
Nel libro della Genesi al capitolo 49 ove ci sono le benedizioni di Giacobbe ai suoi figli, per Giuda si trova: "Un giovane leone è Giuda: dalla preda, figlio mio, sei tornato; si è sdraiato, si è accovacciato come un leone e come una leonessa; chi lo farà alzare? Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale ("Shilu" ) esso appartiene e a cui è dovuta l'obbedienza dei popoli. Egli lega alla vite il suo asinello e a una vite scelta il figlio della sua asina, lava nel vino la sua veste e nel sangue dell'uva il suo manto; scuri ha gli occhi più del vino e bianchi i denti più del latte." (Genesi 49,9-12)

Questa profezia è chiara; a un discendente di Giuda obbediranno tutti i popoli, sarà il Re Messia e "colui al quale", "Shilu" per l'ebraismo è divenuto uno dei vari nomi che usano per definire il Messia, però dopo Ioiachin finì il potere reale dei davidici e Zorobabele fu l'ultimo dei davidici che ebbe un potere politico reale in Giuda, pur se subordinato, come Governatore, e fu lui che ricostruì il Tempio che era stato fondato dal suo progenitore Salomone, figlio di David.

Sulla storia successiva ai fatti accaduti agli ebrei e in particolare ai giudei riporto questa sintesi di Riccardo di Segni, Rabbino capo di Roma: "Nel 332 Alessandro conquistò la regione, che quindi passò sotto il dominio dei Tolomei e poi dei Seleucidi; nel 174 con la rivolta dei Maccabei la Giudea iniziò ad avere una relativa indipendenza, che avrebbe progressivamente perduto con l'arrivo dei Romani. Nel 70 dell'era volgare il Tempio di Gerusalemme venne distrutto da Tito; nel 135 l'ultima rivolta giudaica contro i Romani fu definitivamente domata nella repressione più brutale. Da allora gli ebrei non ebbero più unità statale, e si dispersero progressivamente per il mondo. In verità la Diaspora, la dispersione degli ebrei, era già una realtà nel primo secolo prima dell'era volgare, ma con la distruzione del Tempio e la perdita dell'indipendenza politica ebraica divenne una condizione negativa e inevitabile, senza tutela giuridica e quindi sempre più contrassegnata da discriminazioni, sofferenze e persecuzioni".

Come si concilia per gli ebrei allora quella profezia di Genesi 49 sul Messia, visto che Giuda ha perduto ogni potere e il bastone di comando è stato tolto dai suoi piedi con la fine delle istituzioni del Sinedrio e dell'Esilarca?
A questo punto dobbiamo andare al libro del profeta Daniele che al capitolo 9 nei versetti 24-27 riporta la famosa profezia detta delle "70 settimane".

La profezia inizia con questa ambientazione: "Nell'anno primo di Dario, figlio di Serse, della progenie dei Medi, il quale era stato costituito re sopra il regno dei Caldei, nel primo anno del suo regno io, Daniele, tentavo di comprendere nei libri il numero degli anni di cui il Signore aveva parlato al profeta Geremia e che si dovevano compiere per le rovine di Gerusalemme, cioè settant'anni." (Daniele 9,1s)
Ora, "l'anno primo di Dario, figlio di Serse" era il 485 a.C. mentre Daniele pregava ebbe la visione dell'angelo Gabriele.
Gli diede il seguente oracolo:

Daniele 9,24 - "Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua santa città per mettere fine all'empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare l'iniquità, stabilire una giustizia eterna, suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei Santi.

Daniele 9,25 - Sappi e intendi bene: da quando uscì la parola sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme fino a un principe consacrato, vi saranno sette settimane. Durante sessantadue settimane saranno restaurati, riedificati piazze e fossati, e ciò in tempi angosciosi.

Daniele 9,26 - Dopo sessantadue settimane, un consacrato sarà soppresso senza colpa in lui. Il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario; la sua fine sarà un'inondazione e guerra e desolazioni sono decretate fino all'ultimo.

Daniele 9,27 - Egli stringerà una solida alleanza con molti per una settimana e, nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l'offerta; sull'ala del tempio porrà l'abominio devastante, finché un decreto di rovina non si riversi sul devastatore."

Eminenti studiosi vi hanno visto una profezia precisa sul Messia, il tempo della Sua venuta coincidente con quella di Cristo, poi la distruzione del Tempio e quello del giudizio finale.
Quei due "consacrati" sono, il primo Zorobabele e il secondo il Messia, poi ci sarà la distruzione del tempio e gli anni di combattimento e del giudizio finale per "stabilire una giustizia eterna" e si entrerà nell'Eternità.

Nasce l'ipotesi che Zorobabele ormai anziano sia stato effettivamente acclamato e unto a titolo onorifico nel nuovo Tempio a mo' dei predecessori re davidici tanto che tramite gli avversari la notizia arrivò in Persia ove per timore di tentativi di autonomia politica lo tolsero dalla scena e i sacerdoti per rimanere in buoni rapporti con l'amministrazione centrale persiana, che durò fino al dominio di Alessandro Magno, non registrarono il fatto sui testi biblici, del resto sigillati come sono oggi proprio nel V secolo a.C..
I monaci di Qumran, Giovanni Battista, Gesù nei Vangeli e l'Apocalisse di Giovanni vi fanno cenno come pure Giuseppe Flavio.
Questo spiega la forte attesa apocalittica del Messia ai tempi di Gesù segnalata dal Nuovo Testamento con "la pienezza dei tempi" (Galati 4,4; Efesini 1,10; Ebrei 9,26) ... "il tempo è compiuto (Marco 1,15)...

Quel 70x7 fa venire in mente la risposta di Gesù a Pietro quando gli disse "Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte? E Gesù gli rispose: Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette." (Matteo 18,21s) il che suggerisce che quel tempo alludeva proprio al perdono di Dio verso il suo popolo e all'intera umanità che si sarebbe realizzato con la Sua venuta che fu annunciata a Maria proprio dall'angelo Gabriele.
Lo stesso Gesù nei Vangeli ricordò l'oracolo di Daniele annunciando l'imminente distruzione del Tempio e di Gerusalemme (Matteo. 23,38-39; 24,1-2; 24,15-25) e annuncio come da profezia di Daniele la propria uccisione - da consacrato Messia - e la distruzione di Gerusalemme e del Tempio (Luca 19,41-44; 21,22) e citò le parole del libro di Daniele (Luca 21,24 e Matteo 21,22), si identificò con il "Figlio dell'uomo" di Daniele (Luca 21,27), e su Gerusalemme ricordò la profezia delle "Settanta settimane" come prossima a realizzarsi: "Quando dunque vedrete l'abominio della desolazione - di cui parlò il profeta Daniele - stare nel luogo santo, allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti..." (Matteo 24,15-16).

Il popolo dei "salvati", uomini di ogni popolo, è ora ancora anche lui tra due acque, non più tra Eufrate e Nilo, ma tra le acque del battesimo e quelle spirituali dell'energia che esce dal costato di Cristo, che illuminati e risorti, bevono spiritualmente dal fiume che sgorga dalla sorgente del Suo costato.
A sostenere tale confronto viene in soccorso San Giovanni Crisostomo con questa "Catechesi" su Mosè e Cristo: «I Giudei videro dei miracoli. Anche tu ne vedrai di maggiori e di più famosi di quelli che essi videro all'uscita dall'Egitto. Tu non hai visto il faraone sommerso con il suo esercito, ma hai visto il diavolo affondare con le sue schiere. I Giudei attraversarono il mare, tu hai sorpassato la morte. Essi furono liberati dagli Egiziani, tu dai demoni. Essi lasciarono una schiavitù barbara, tu la schiavitù molto più triste del peccato. Osserva come tu sei stato favorito con doni più grandi. I Giudei non poterono allora contemplare il volto splendente di Mosè, benché fosse ebreo e schiavo come loro. Tu invece hai visto il volto di Cristo nella sua gloria. Anche Paolo esclama: "Noi a viso aperto contempliamo la gloria del Signore." (2Corinzi 3,18) I Giudei erano seguiti dal Cristo, ora invece egli segue noi in modo più vero. Essi dopo l'Egitto trovarono il deserto, mentre tu dopo la morte troverai il cielo. Essi avevano come guida e capo Mosè, noi invece un altro Mosè, lo stesso Dio che ci guida e comanda. Quale fu la caratteristica del primo Mosè? Mosè, dice la Scrittura "era l'uomo più mite della terra." (Numeri 12,3) Questa caratteristica si può senz'altro attribuirla al nostro Mosè, che era assistito dal dolcissimo e a lui consustanziale Spirito. Mosè levava le mani al cielo facendone scendere la manna, pane degli angeli. Il nostro Mosè leva le mani al cielo e ci procura un cibo eterno. Il primo percosse la pietra, facendone scaturire torrenti d'acqua. Questi tocca la mensa, percuote la mistica tavola e fa sgorgare le fonti dello Spirito. Ecco il motivo per il quale la mensa è posta al centro, come una sorgente, perché i greggi accorrano da tutte le parti a essa e si dissetino alle sue acque salutari. Possedendo pertanto una simile sorgente, una tale fontana di vita, una mensa così carica di beni e così ridondante di favori spirituali, accostiamoci con cuore sincero e coscienza pura per ottenere grazia e perdono nel tempo opportuno.»

Secondo la "Lettera a Diogneto", scritto attribuito al II secolo d.C., i cristiani, di fatto, sono un popolo in diaspora, infatti: "Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera". (V,5)

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